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 820 - 171 [nuova serie]

 

 819 - 170 [nuova serie]

 

 818 - 169 [nuova serie]

NOSTRI PROBLEMI

 

Criminalità, terrorismo e clandestinità: una trilogia infernale che a ritmo crescente riempie le prime pagine dei giornali italiani. La criminalizzazione dei migranti non è una novità dei tempi moderni poichè già dalla fine dell’800, se si leggono i verbali di polizia del Protettorato, in diverse città costiere quali Tunisi, Susa o Biserta si descrive il migrante italiano come un individuo “violento, sporco, refrattario all’ordine stabilito”. Più di un secolo dopo ritroviamo questi stereotipi rovesciati non più da nord a sud ma da sud a nord. Ma che cos’è cambiato rispetto ai fenomeni migratori di massa del passato? Se nel passato il migrante era percepito come un “irrimediabile” straniero, incivile di natura ed incapace di sottostare alle leggi dei Paesi d’accoglienza, oggi la minaccia del terrorismo islamico crea ulteriore paura e diffidenza. A livello puramente semantico l’utilizzo di termini ormai divenuti comuni quali “sbarchi”, “infiltrati”, “esercito” ci inducono psicologicamente a percepire il migrante non solo come minaccia all’ordine prestabilito ed ai costumi in uso presso una Nazione, ma come un nemico che ci ha dichiarato la guerra e come tale cerca di “sbarcare” sulle nostre coste e sfidare il nostro sistema di sicurezza.

A nostro parere, combattere il terrorismo non significa far la guerra all’emigrato poiché la guerra rendendoci nemici ci radicalizza da ambo le parti con il triste risultato di fondamentalizzarci tutti: se esiste un fenomeno migratorio che in questi ultimi mesi ha visto una recrudescenza di arrivi clandestini  tunisini in Italia occorre anche che ci si interroghi su entrambre le sponde del Mediterraneo sul perchè migliaia di giovani rischiano la vita per tentare questa avventura che spesso non sarà in grado di rispondere alle loro attese. L’aumento crescente, soprattutto il mese scorso, di clandestini tunisini sulle coste italiane, l’impossibilità di assicurare un loro ritorno in patria malgrado abbiano sette giorni di tempo per lasciare l'Italia è proporzionale alla crescita del sentimento ormai diffuso della “minaccia” e della paura dell’invasione nemica. Detto questo, non si può dire che sia la Tunisia il primo tra i Paesi esportatori di “clandestini” poichè le principali nazionalità dichiarate dai migranti al loro arrivo sulle coste della Penisola sono quelle nigeriana, bengalese, guineana, ivoriana, gambiana, senegalese, marocchina, maliana, somala ed eritrea.

Se da una parte assistiamo ad un crescendo allarmistico del fenomeno migratorio tunisino che ha riattivato incontri ai vertici dei governi dei due Paesi per tentare di arginarlo, d’altra parte e per la prima volta in Tunisia, la presenza di più di una ventina di facoltà italiane che con il sostegno del Ministero dell’Insegnamento Superiore tunisino, dell’IIC e dell’Ambasciata d’Italia, hanno organizzato il Campus Italia, presentando agli studenti tunisini le potenzialità di percorsi formativi di eccellenze in Italia, dimostrano che formazione e cultura possono essere dei linguaggi alternativi per creare canali di scambio di saperi e di conoscenze che oggi sono così fondamentali per creare un legame duraturo tra i due Paesi che non sia solo quello dell’emergenza e del controllo delle frontiere.

Sebbene sia chiaro che le Università italiane abbiano bisogno a tutti gli effetti di “internazionalizzarsi” spingendo alla frequentazione dei loro atenei gli studenti tunisini, è anche chiaro che la formazione di un’elite tunisina nelle facoltà italiane contibuirà a fare del Paese un referente privilegiato nel tessere i rapporti sud-nord.

Occorre però che tali possibilità di mobilità degli studenti tunisini in Italia si accompagnino ad una maggior elasticità nel concedere loro i visti studio necessari. Se, infatti, si continuerà ad esigere condizioni così drastiche, specie di natura economica, come quelle richieste negli ultimi anni ai tunisini per ottenere un visto e per la maggior parte al di sopra delle loro effettive possibilità è chiaro che questa brillante iniziativa non potrà raggiungere l’obiettivo proposto e sarà una perdita sia per la Tunisia che per l’Italia. Confidiamo quindi che ad un’attenzione sui rischi (soprattutto in termini di perdite umane) di un’emigrazione clandestina si aggiunga quella, da parte delle autorità, relativa alla formazione dei quadri attraverso l’ottenimento di visti regolari per la durata degli studi, facilitando il loro ingresso in Italia.

 



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 817 - 168 [nuova serie]

NOSTRI PROBLEMI

L’approvazione in Parlamento di una legge elettorale in vista delle prossime elezioni in Italia, il Rosatellum bis, ha ancora una volta generato plausi e critiche aspre. Approvata alla Camera dal Partito Democratico, da Forza Italia, Lega ed Alternativa popolare con 375 sì e 215 no, deve ancora passare al vaglio del Senato.

Al di là delle opinioni di parte provocate dalla convalida o meno della legge, rimane comunque vivo in molti italiani il sentimento che tra fare, disfare e rifare, si voglia creare un sistema ad hoc per favorire alcune coalizioni politiche e per citare un’intervista di Fulco Lanchester, ordinario di Diritto costituzionale alla Sapienza di Roma, pubblicata su “La Repubblica” del 12 ottobre, “la legge elettorale si basa su alti principi e bassa cucina e qui c’è molta bassa cucina".

La nuova legge elettorale riguarda anche il voto degli italiani all’estero poichè "gli elettori residenti in Italia possono essere candidati in una sola ripartizione della circoscrizione Estero; gli elettori residenti all'estero possono essere candidati solo nella ripartizione di residenza della circoscrizione Estero".

Per i deputati Fedi e La Marca, entrambi PD, “la legge sul voto all’estero subisce un duro colpo nel rapporto tra eletti ed elettori che è l’essenza della Circoscrizione Estero. L’emendamento Lupi, con il quale abbiamo avuto anche una interlocuzione diretta, prevede che "Gli elettori residenti in Italia possono essere candidati in una sola ripartizione della circoscrizione Estero; gli elettori residenti all'estero possono essere candidati solo nella ripartizione di residenza della circoscrizione Estero". Abbiamo compreso la natura politica di questo emendamento che fornisce soluzioni di candidatura a chi non ha un solido rapporto con il territorio. Non siamo assolutamente d’accordo con la disparità che si viene a creare". Lo sottolineano in una nota Marco Fedi e Francesca La Marca, deputati del Pd eletti all'estero per i quali “il danno è politico .E chi ha un autentico radicamento sul territorio pagherà il prezzo più alto. Non nascondemmo la nostra forte contrarietà alla introduzione, nelle primarie del PD, di candidature dall’estero. Con critiche anche aspre. Ma un conto sono le primarie di un partito ed altro è la rappresentanza della “Nazione” che nasce dal voto popolare..”

Non tutti gli eletti nella circoscrizione estero considerano invece che questa legge elettorale penalizzi il voto degli italiani all’estero con scelte dichiaratamente romanocentriche, che rischiano di escludere candidature espresse dal e per il territorio in cui si presentano. Per la deputata Garavini, “in materia di voto all’esteronon si sono introdotte modifiche sostanziali, se non su due punti. Il primo riguarda la incandidabilità nella circoscrizione estero per politici che abbiano ricoperto una carica politica a livello nazionale nel Paese estero di residenza nei cinque anni precedenti la candidatura. La seconda modifica, richiesta dal Nuovo Centro Destra e sostenuta dai restanti partiti (ad eccezione del PD), è la possibilità, per residenti in Italia, di candidarsi all’estero, in uno solo dei collegi. Si tratta di un compromesso che come PD avremmo preferito evitare, ma che non ci crea particolari ansie. Perché la decisione finale rimane sempre esclusivamente in mano agli elettori, dal momento che si continua ad essere eletti attraverso le preferenze.”

Di fatto però, appare chiaro che il voto degli italiani all’estero e la creazione di circoscrizioni estero approvate nel 2003 ancora non siano stati digeriti dalle forze politiche italiane né forse dagli italiani stessi. Ancora oggi e dal 2001, data in cui si approvò il diritto di voto per gli italiani all’estero nei paesi di loro residenza, si discute sulla validità di tale diritto e ancora oggi dopo quasi 17 anni si sente ancora chi dice che i non residenti in Italia non dovrebbero votare perchè non a conoscenza della realtà italiana, come se la conoscenza fosse esclusivamente espressione geografica e peggio ancora come se gli italiani all’estero non avessero diritto ad essere rappresentati.

Gli italiani all’estero sono però costantemente sollecitati per rappresentare nei loro rispettivi Paesi di residenza l’Italia, sia dal punto di vista culturale, industriale, innovativo e lavorativo in genere.  Ma riconoscere il lavoro degli italiani all’estero suppone anche riconoscere la loro esistenza il che politicamente si traduce necessariamente nel riconoscere i loro inalienabili diritti, di cui rappresentatività e voto sono corollari.

In Tunisia è al centro dell’attenzione del governo la situazione economica e securitaria, spesso in stretta correlazione. Notevole lo sforzo verso la parità di genere con l’abolizione della circolare 73 che vietava ad una tunisina musulmana di sposare un non musulmano. A questo notevole progresso, risultato di lotte della società civile più che ventennali, un’ombra di regressione sembra profilarsi quando si mettono in carcere due giovani per “attidudini impudiche”.

Chi non ha mai flirtato in una macchina ed al riparo da sguardi indiscreti, alzi la mano!!

 



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