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NOSTRI PROBLEMI

 

Criminalità, terrorismo e clandestinità: una trilogia infernale che a ritmo crescente riempie le prime pagine dei giornali italiani. La criminalizzazione dei migranti non è una novità dei tempi moderni poichè già dalla fine dell’800, se si leggono i verbali di polizia del Protettorato, in diverse città costiere quali Tunisi, Susa o Biserta si descrive il migrante italiano come un individuo “violento, sporco, refrattario all’ordine stabilito”. Più di un secolo dopo ritroviamo questi stereotipi rovesciati non più da nord a sud ma da sud a nord. Ma che cos’è cambiato rispetto ai fenomeni migratori di massa del passato? Se nel passato il migrante era percepito come un “irrimediabile” straniero, incivile di natura ed incapace di sottostare alle leggi dei Paesi d’accoglienza, oggi la minaccia del terrorismo islamico crea ulteriore paura e diffidenza. A livello puramente semantico l’utilizzo di termini ormai divenuti comuni quali “sbarchi”, “infiltrati”, “esercito” ci inducono psicologicamente a percepire il migrante non solo come minaccia all’ordine prestabilito ed ai costumi in uso presso una Nazione, ma come un nemico che ci ha dichiarato la guerra e come tale cerca di “sbarcare” sulle nostre coste e sfidare il nostro sistema di sicurezza.

A nostro parere, combattere il terrorismo non significa far la guerra all’emigrato poiché la guerra rendendoci nemici ci radicalizza da ambo le parti con il triste risultato di fondamentalizzarci tutti: se esiste un fenomeno migratorio che in questi ultimi mesi ha visto una recrudescenza di arrivi clandestini  tunisini in Italia occorre anche che ci si interroghi su entrambre le sponde del Mediterraneo sul perchè migliaia di giovani rischiano la vita per tentare questa avventura che spesso non sarà in grado di rispondere alle loro attese. L’aumento crescente, soprattutto il mese scorso, di clandestini tunisini sulle coste italiane, l’impossibilità di assicurare un loro ritorno in patria malgrado abbiano sette giorni di tempo per lasciare l'Italia è proporzionale alla crescita del sentimento ormai diffuso della “minaccia” e della paura dell’invasione nemica. Detto questo, non si può dire che sia la Tunisia il primo tra i Paesi esportatori di “clandestini” poichè le principali nazionalità dichiarate dai migranti al loro arrivo sulle coste della Penisola sono quelle nigeriana, bengalese, guineana, ivoriana, gambiana, senegalese, marocchina, maliana, somala ed eritrea.

Se da una parte assistiamo ad un crescendo allarmistico del fenomeno migratorio tunisino che ha riattivato incontri ai vertici dei governi dei due Paesi per tentare di arginarlo, d’altra parte e per la prima volta in Tunisia, la presenza di più di una ventina di facoltà italiane che con il sostegno del Ministero dell’Insegnamento Superiore tunisino, dell’IIC e dell’Ambasciata d’Italia, hanno organizzato il Campus Italia, presentando agli studenti tunisini le potenzialità di percorsi formativi di eccellenze in Italia, dimostrano che formazione e cultura possono essere dei linguaggi alternativi per creare canali di scambio di saperi e di conoscenze che oggi sono così fondamentali per creare un legame duraturo tra i due Paesi che non sia solo quello dell’emergenza e del controllo delle frontiere.

Sebbene sia chiaro che le Università italiane abbiano bisogno a tutti gli effetti di “internazionalizzarsi” spingendo alla frequentazione dei loro atenei gli studenti tunisini, è anche chiaro che la formazione di un’elite tunisina nelle facoltà italiane contibuirà a fare del Paese un referente privilegiato nel tessere i rapporti sud-nord.

Occorre però che tali possibilità di mobilità degli studenti tunisini in Italia si accompagnino ad una maggior elasticità nel concedere loro i visti studio necessari. Se, infatti, si continuerà ad esigere condizioni così drastiche, specie di natura economica, come quelle richieste negli ultimi anni ai tunisini per ottenere un visto e per la maggior parte al di sopra delle loro effettive possibilità è chiaro che questa brillante iniziativa non potrà raggiungere l’obiettivo proposto e sarà una perdita sia per la Tunisia che per l’Italia. Confidiamo quindi che ad un’attenzione sui rischi (soprattutto in termini di perdite umane) di un’emigrazione clandestina si aggiunga quella, da parte delle autorità, relativa alla formazione dei quadri attraverso l’ottenimento di visti regolari per la durata degli studi, facilitando il loro ingresso in Italia.

 



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