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Il Corriere di Tunisi “online” riporta le principali notizie pubblicate dal giornale distribuito in abbonamento e in vendita in edicola


In “lettere” la voce dei lettori che ci possono scrivere anche via email


 

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 791 - 142 [nuova serie]

 

 

NOSTRI PROBLEMI

 

Un mese d’agosto con temperature elevate e qualche temporale di breve durata come sempre in Tunisia. Malgrado la nonchalance guidi lentamente i nostri pochi passi, la società civile non è rimasta ferma organizzando al Palazzo dei Congressi, una giornata di mobilitazione degli itellettuali e degli uomini di cultura contro il terrorismo che da anni colpisce duramente il paese ed in particolare dopo gli attentati del Museo del Bardo e di una spiaggia d’albergo a Sousse, città turistica per eccellenza.

La giornata è stata un successo grazie alla partecipazione massiccia degli intellettuali, degli artisti, degli universitari e di alcune associazioni della società civile che hanno risposto con la loro presenza all’appello di Habib Kazdaghli,  Preside della Facoltà di Lettere, Arti ed Umanità della Manuba. Erano presenti alla giornata personalità di spicco della società civile e tra gli ufficiali Kamel Jendoubi, ministro presso il Capo dello Stato incaricato delle relazioni con le istituzioni costituzionali e la società civile. Universitari italiani, belgi, francesi, americani, libici ed algerini hanno fatto il viaggio per internazionalizzare questa rete di mobilitazione ma anche di riflessione sulle origini del terrorismo e come combatterla non con le armi ma con la cultura e l’educazione. La loro presenza  ha significato anche il fatto che il fenomeno del terrorismo non puo’ essere circoscritto territorialmente ma deve essere preoccupazione di tutti in un mondo dove l’internazionalizzazione non è solo fenomeno commerciale e finanziario ma anche violenza e terrore globale. In effetti e come scritto nel Manifesto degli Intellettuali il terrorismo “non è un fenomeno specificamente tunisino. È trasversale e supera le frontiere, rappresenta un anello di una catena globale del terrorismo internazionale attiva nella regione, in Oriente e in Occidente. È alimentato da reti in cui s’intersecano interessi complessi e molteplici, geopolitici e ideologici, economici e militari. Ostile alla modernità e alla nostra eredità plurale e millenaria, in guerra contro la Repubblica civile e democratica, s’inserisce in modo del tutto spontaneo nel capitalismo globalizzato rifiutando l’universale in nome d’identità politicamente e ideologicamente costruite, avulso dalla complessità delle appartenenze reali e plurali.”

Come comprendere lottare contro il terrorismo?

“Il terrorismo mira a distruggere la pace civile, la coesione sociale, la sicurezza dello Stato e l’economia del Paese. Recluta essenzialmente tra le frange più vulnerabili della nostra gioventù e diffonde l'odio nei confronti dell'altro e la banalizzazione della violenza. Le profonde fratture economiche, sociali e culturali all’interno del paese e nel mondo alimentano e accrescono le fila di una gioventù contestataria che è portata a credere che il terrorismo possa costituire un’alternativa sana e nutre l'illusione che questo "jihadismo" costituisca una risposta "legittima" e "giusta" alle ingiustizie del mondo....Per sconfiggere il terrorismo, è quindi necessario costruire un progetto di futuro, in grado di convincere i giovani della possibilità di agire, di esprimersi e realizzarsi in seno alla società e non contro di essa, in modo pacifico e organizzato, e non attraverso la violenza e l’autoesclusione. Per realizzare tutto questo, s’impongono allo Stato, alle istituzioni economiche, sociali e culturali, alla società civile, ai giovani e a noi intellettuali, appartenenti a tutte le estrazioni filosofiche, intellettuali ereligiose, varie forme di riflessione e azione al fine di ricostruire un patto sociale condiviso, che si basa su valori e impegni reciproci, e al contempo recuperare il patto civile gravemente alterato”.

Il nostro augurio di fine estate? Che il mondo intellettuale in senso lato e cioè quelli che prediligono la conoscenza e la riflessione sui fenomeni e sui fatti possano ancora avere un ruolo nella società odierna poichè purtroppo lo spostamento del concetto di intelligenza e di innovazione ad un ruolo meramente tecnico o tecnologico atto a riprodurre un sistema in cui  l’universale è assente nella misura in cui perdiamo la coscienza del perché, per chi e per che cosa stiamo riflettendo.  Speriamo di poter contraddire cio’ che scrisse tanti anni orsono Paul Nizan nel suo famoso libro, I cani da Guardia: «Che fanno gli intellettuali di fronte a questi sconvolgimenti? Rimangono silenziosi. Non avvertono. Non denunciano. Non sono trasformati… La differenza tra pensiero ed universo in preda alle catastrofi cresce ogni settimana, ogni giorno e non sono allarmati. E non allarmano. »



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 790 - 141 [nuova serie]

 

 

NOSTRI PROBLEMI

 

Alla fine della seconda guerra mondiale, il mondo occidentale scoprì o riscoprì gli orrori commessi dalle ideologie totalitarie e pensò che uno dei modi possibili di impedirne il suo riemergere fosse l’indebolimento delle grandi ideologie politiche che avevano schiacciato l’individuo, annullata la sua volontà personale, impedito che la libertà del singolo potesse esprimere, se non rischiando la propria vita, opinioni diverse da quelle espresse dai poteri forti, classificato il genere umano in categorie gerarchizzate con le tragiche conseguenze che noi tutti conosciamo, trascinando così  il mondo in una guerra totale in cui venivano sterminate popolazioni intere non più considerate come somma di persone singole ma indistintamente considerate come nemici da abbattere indipendentemente dalla loro nazionalità, dal loro credo politico, dalla loro formazione.

Si scoprì quindi il valore della democrazia come unica garanzia data all’individuo  per riacquisire la sua  identità personale, preferendo così sostituire dei poteri  più deboli a poteri forti  e poter  ricostruire  delle società in cui il valore della pluralità delle voci, delle identità, dei credo fosse l’unica garanzia per la pace futura. 

Il dibattito ormai quasi secolare tra modernità e post-modernità, tra universalità e particolarità, tra identità personale e identità collettiva, tra nazione e nazionalismo, tra pluralità e singolarità ne sono  le espressioni più comuni.

Uno dei grandi problemi dell’indebolimento del racconto mitico delle civiltà che era filosoficamente necessario ma poco o male metabolizzato nella realtà concreta delle società occidentali è stata la paura dell’universale  e la confusione tra affermazione del particolare e particolarismo.

D’altra parte, l’accumulo delle ingiustizie sociali, il disincanto politico, la chiusura delle frontiere della democrazia in un ambito geografico determinato, con l’evacuazione delle scorie totalitarie altamente tossiche al di là delle sue frontiere, l’incapacità di pensare valori comuni  ha esasperato un sentimento di ingiustizia e di revanchismo  storico che ha nutrito abbondantemente  il terrorismo odierno. Al di là delle frontiere democratiche, il progresso e la modernità (valori assai poco difesi dai nostri intellettuali!) vengono percepiti come perversi e colonizzatori, l’individuo viene pensato come minaccia alla coesione del gruppo,  la pluralità delle voci e dei credo come nemici della civiltà.

Le ragioni storiche sono tante ma le conseguenze sono tali da interrogarci sulle conseguenze inattese forse del post-modernismo su società che sono state private dall’elaborazione della loro modernità: l’universalità è stata sostituita dal particolarismo assolutistico, la parte è indissolubile dal tutto  ed esprime incondizionalmente il tutto da cui ne consegue che la parte non esiste in se stessa senon come espressione del tutt’uno;  se nella modernità il tutto è l’espressione delle parti, in questa degenerazione della post-modernità  le parti sono il tutto nella misura in cui il singolo è simbolicamente il tutto. 

All’indomani dell’attentato di Sousse che ha colpito il cuore di un paese (economicamente ed eticamente) e fatto una strage di persone che avevano avuto il merito di credere nella sua ripresa economica e politica, ci possiamo realmente chiedere se l’indebolimento  delle ideologie politiche ha generato solo l’indebolimento della politica ma non dell’ideologia. E’ forse ora (e se non ora quando?) di ridare alla politica le sue lettere di nobiltà per evitare che solo l’ideologia e cioè la strumentalizzazione dell’ organizzazione delle masse, atte ad eccitarle ed a esaltarne i valori in base ad un rapporto fideistico, sentimentale basato sulla sublimazione dell’impulsività  possa sostituire la ragione, senza la quale non vi è possibile libertà. A tutti coloro che hanno pagato con la loro vita la colpa di essere diversi, a tutti i tunisini che credono e che si battono per affermare l’universalità dei valori della ragione, del diritto di pensare, della libertà di coscienza e che credono nel valore etico della democrazia vadano le nostre più meste condoglianze! Ci riconosciamo nella loro lotta che è anche la nostra, indipendentemente dal nostro colore, dal nostro sesso, dalla nostra religione, dalla nostra lingua, dalla nostra appartenenza etnica.

 



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 789 - 140 [nuova serie]

 

 

NOSTRI PROBLEMI

 

La visita del Presidente Mattarella a Tunisi  è stata un'ulteriore conferma dell'importanza e dell'attenzione di cui gode la Tunisia in Italia. Le massime cariche dello Stato italiano (prima Matteo Renzi e poi Sergio Mattarella) hanno voluto così sottolineare con la loro presenza il sostegno dell'Italia all'avvenuta transizione democratica dopo le elezioni che hanno visto la vittoria seppur relativa del partito guidato da Beji Caid Essebsi,  Nidaa Tounes (l'Unione per la Tunisia) e la sua elezione alla presidenza della repubblica.

Le elezioni sia legislative che presidenziali in Tunisia avevano evidenziato un paese diviso tra nord e sud, tra zone costiere e zone interne dovute tra l'altro ad uno squilibrio nella distribuzione delle ricchezze. La rivoluzione del 2011  era iniziata nel dicembre del 2010 proprio nelle zone centrali della Tunisia, tra le più depresse del paese.

Le elezioni del 2014 dovevano segnare il passaggio del paese da un governo provvisorio  e di transizione ad un governo democratico, eletto per cinque anni se le forze uscite sconfitte dalle elezioni, specie quelle presidenziali, avessero accettato  la prima regola di una democrazia ossia l'alternanza al potere.
In effetti, se l'asse della contestazione odierna si sta spostando a sud, notiamo che le elezioni legislative del 2014 avevano evidenziato un sud che in modo preponderante aveva  votato per il partito islamista Ennadha mentre parte del centro nord e del Nord con una netta maggioranza sulle zone costiere avevano votato per il partito  "laico" Nidaa Tounes, ottenendo quest'ultimo una maggiornaza relativa.  Le elezioni presidenziali avvenute poco dopo quelle legislative avevano enfatizzato questo gap tra le regioni mettendo al secondo turno a confronto Beji Caid Essebsi e l'ex presidente provvisorio Moncef Marzouki. Marzouki, che perderà le elezioni sarà votato principalmente dall'elettorato del sud alleandosi anche con forze islamiste molto  più radicali di Ennadha e coadiuvato dalle leghe di protezione della rivoluzione eppure sciolte ed, a quanto pare, non accetterà questa sconfitta. La costituzione del primo governo democratico in Tunisia, sotto la presidenza di Caid Essebsi,  vedrà coalizzarsi Nidaa Tounes e Ennadha, per permettere una governabilità del paese ma esprimeranno anche nuove forme di coalizioni politiche rispetto a quelle preesistenti nel governo provvisorio.

Perché allora questo vento di sommossa soffia dal sud del paese a pochi mesi dalle avvenute elezioni democratiche e dalla sofferta adozione della costituzione in un contesto di forte instabilità regionale e di possibili minacce alla sicurezza delle frontiere proprio col sud del paese? Perché in questo momento delicato in cui bisognerebbe unire tutte le forze per ridare un soffio al paese, stremato da scioperi, da violenze e da un’economia parallela dilagante questo ulteriore freno alla possibile ripresa?  Se i delusi delle ultime elezioni sono ovviamente implicati in questa rivolta del sud, se i detentori del commercio parallelo vedono con sospetto il ritorno dello Stato, se i radicali islamisti sono delusi dalle posizioni più moderate di Ennadha, se i“guardiani” della rivoluzione vedono compromesso il loro potere, è  anche vero che occorre affrontare  politicamente e socialmente l’annosa questione dei divari regionali e delle cosiddette zone depresse della Tunisia evitando però che la protesta diventi una consegna del paese alle forze più oscurantiste e violente del paese.

Interessante a questo proposito l’intervento del leader  di Ennadha, Rached Ghannouchi il quale dichiara che: “ ci opporremo a coloro che vogliono svegliare i demoni dormienti a Jemna, El Faouar, Douz  o altrove. Ci aspettiamo da queste popolazioni, ed in primis dai loro saggi, che ritrovino i veri valori e che mettano un punto finale a tutti questi incidenti. A tutti i tunisini, a tutte le tribù e categorie, ai sindacati ed agli uomini d’affari  di agire per disinnescare le tensioni, evitare il confronto violento  e l’incrementarsi dei conflitti per non farsi complici di coloro i quali vogliono distruggere lo Stato. Dobbiamo stare tutti insieme per difendere la patria. Non ci può essere dignità, libertà ed etica al di fuori dallo Stato.”

Sperando che siano sentite queste sue parole e che la situazione non degeneri se vogliamo pensare possibile una  ripresa economica della Tunisia che, a nostro parere, potrà sola, nel concreto, dare dignità, libertà e senso etico ai cittadini tunisini ma per questo occorre evitare che una qualsiasi rivendicazione si trasformi in sommossa, che una campagna d’informazione si trasformi in un incendio dilagante facendo così gli interessi di coloro che la dignità, l’etica e la libertà siano espressioni dei loro interessi personali e non collettivi.

I nostri problemi specifici: aspettando di avere una sede il neo-Comites eletto si riunisce in Ambasciata ma  è possibile raggiungere i suoi componenti  scrivendo a questo indirizzo: comites.tunisia@hotmail.com. Una serie di incontri con le varie componenti ed espressioni della collettività italiana di Tunisia sono previste per capire da una parte le loro esigenze specifiche e dall’altra iniziare ad interagire in maniera fattiva con la collettività.



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 788 – 139 [nuova serie]

 

 

NOSTRI PROBLEMI

 

Spostamenti e insediamenti di popolazione hanno da sempre caratterizzato la storia degli uomini : le guerre, le carestie, l’intolleranza, la miseria ne sono state le cause principali e ci basta ripercorrere anche superficialmente la storia degli uomini perché questa affermazione diventi un’evidenza. Se la cristianizzazione della Spagna non avesse supposto anche la conversione coatta degli ebrei (sefarditi) e dei musulmani (moriscos) e se i Medici, i regnanti del Maghreb , i Paesi Bassi e l’Impero Ottomano non avessero aperto le loro frontiere ai fuggitivi di Spagna e di Portogallo, non ci sarebbero stati gli andalusi nel Maghreb, Spinoza non avrebbe scritto la sua Etica nei Paesi Bassi e Livorno non sarebbe stata il porto rinascimentale mediceo che è stato.

Di fronte alla disperazione che spinge popolazioni a fuggire dal loro paese, a percorrere a piedi migliaia di chilometri in condizioni per lo più drammatiche subendo violenze e maltrattamenti (specie le donne), di fronte ad organizzazioni criminali e terroriste che mercanteggiano la vita degli uomini, noi come possiamo accettare questa vera tratta di esseri umani?

Migliaia di persone annegate nel Mediterraneo per via di prosperi traffici mafiosi con un'Italia sola a dibattersi con problemi legati da una parte al tentativo di salvare i superstiti e dall’altra a quello dell’accoglienza. Aver innalzato un muro invalicabile tra Europa ed Africa ha risolto il problema dell’emigrazione clandestina? A nostro parere ha solo permesso, come durante la proibizione negli Stati Uniti, di far prosperare la Mafia.

In misura minore e meno agghiacciante ma esemplativa di una situazione che puo’ degenerare è la difficoltà di ottenere un visto per un giovane diplomato che voglia far un’esperienza in Europa che sia per un semplice viaggio o per far un’esperienza di studio o anche lavorativa. La difficoltà di spostarsi produce, a nostro parere, due effetti maggiori: il primo un evidente ripiegamento identitario, il secondo la ricerca di canali sporchi per bypassare l’interdizione. Risultato: il risentimento verso l’Europa si è notevolmente potenziato, e si arricchiscono i trafficanti. So che la nostra voce è una voce che clama nel deserto (e non è una metafora in questo caso) ma se vogliamo veramente ripensare il Mediterraneo dobbiamo riprendere la nostra riflessione affrontando con più coraggio questo annoso problema che genera solo, trattato così com’è oggi, da una parte xenofobia e razzismo, dall’altro radicalizzazione identitaria e disonestà.

L’Italia è chiamata per la sua posizione centrale nel Mediterraneo ad avere un ruolo politico e culturale preponderante così come la Tunisia che è la punta nord dell’Africa. Le visite politiche che si sono susseguite da quando Matteo Renzi è capo del governo italiano testimoniano dell’importanza della Tunisia per l’Italia.

La futura visita del Presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, a Tunisi il 18 maggio, ne è il coronamento.

A Tunisi si è insediato il Comites eletto : in attesa di sede e di fondi, le idee ed i progetti per dare anche più visibilità alla collettività italiana “sommersa” ed “invisibile” sono tanti.

Auguriamo agli eletti un buon lavoro ed ai connazionali di seguire i lavori del Comitato perchè questo esprima effettivamente le loro attese. Intanto a tutti un cordiale Mabruk!

 



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