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Il Corriere di Tunisi “online” riporta le principali notizie pubblicate dal giornale distribuito in abbonamento e in vendita in edicola


In “lettere” la voce dei lettori che ci possono scrivere anche via email


 

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 844 – 196 [nuova serie]

NOSTRI PROBLEMI

La Tunisia non riesce a dotarsi di un governo dopo più di tre mesi dalle elezioni legislative. Dopo il flop di Jemli, il Presidente della Repubblica Saïed ha incaricato Elyès Fakhfakh di formare il nuovo governo. Il Primo Ministro incaricato fatica però anche lui a trovare un equilibrio tra le varie anime che compongono un Parlamento cos variegato e dove una maggioranza non riesce a delinearsi chiaramente dando così spazio a mercanteggiamenti infiniti sui possibili componenti del futuro governo. L’attendismo di una Tunisia già fortemente provata da un punto di vista sociale ed economico sta fortemente preoccupando i cittadini combattuti tra l’augurio che la composizione del governo proposto da Fakhfakh sia votata in Parlamento e la paura di dover andare a nuove elezioni.

Intanto la Commissione che stabilisce le leggi parlamentari e le leggi elettorali ha approvato la revisione del regolamento interno del Parlamento stabilendo che la rielezione del presidente della Camera e dei suoi due vice-presidenti sia votata annualmente. Vedremo se questa misura sarà effettivamente applicata.

La Tunisia ha ottenuto inoltre dalla vicina Algeria un prestito di 150 milioni di dollari dopo la visita, inizio febbraio, del presidente Kaïs Saïed con il suo omologo algerino, il presidente Abdelmajid Tebboune.

Questo prestito, è il terzo che l’Algeria concede alla Tunisia dal 2011 ed è significativo dell’interesse di questo Paese per consolidare maggiormente i legami economici e politici tra i due Paesi.

Una triste notizia ha colpito la società civile tunisina con l’annuncio della scomparsa, dopo una lunga malattia della blogger Lina Ben Mhenni, un simbolo della lotta per le libertà e per le donne una figura di spicco dell’eguaglianza dei diritti. Anche dopo la sua morte continua a far discutere i tunisini sempre divisi tra tradizionalisti e modernisti. Il 28 gennaio, il suo feretro è stato portato alla sua ultima dimora da donne, evento eccezionale nel mondo arabo e musulmano dove la bara è portata da soli uomini. Molti i commenti nei social, alcuni dei quali violenti, mostrando cos una vera spaccatura tra coloro che vorrebbero far evolvere le tradizioni e coloro che invece le considerano immutevoli.

Intanto per l’Europa, l’uscita ufficiale della Gran Bretagna dall’UE segna, per chi ha creduto e crede ancora che solo un’Europa coesa e forte possa essere una garanzia di pace, di progresso, di libertà e di potenza, un momento di grande sconforto. Certo le relazioni tra UE e Gran Bretagna saranno privilegiate ma sta di fatto che è la prima volta che un Paese esce dall’UE e questo, anche se ne minimizza le conseguenze, avrà un impatto psicologico sugli europei, dando un nuovo vigore, ahimé, agli euroscettici.

Per la Tunisia la Brexit non peserà sull’accordo di partenariato in vigore con l’UE poichè in particolare per le transazioni con la Gran Bretagna questo rimarrà immutato sino alla fine del 2020 e potrà essere prolungato per altri due anni: concretamente significa che la Gran Bretagna continuerà a rispettare gli accordi firmati tra Tunisia e UE sia commerciali che internazionali e sarà considerata dalla Tunisia come fosse membro dell’Unione europea fino a ratifica dell’accordo di partenariato tra i due Paesi.

Gli italiani all’estero ed in patria sono chiamati a pronunciarsi per il referendum del 29 marzo nel quale dovranno esprimersi in merito al mantenimento o alla riduzione del numero dei parlamentari eletti sia in Italia che nelle circoscrizioni estere. Riteniamo che il dibattito sulla questione sia stato falsato in partenza poichè ridurre il numero dei parlamentari riduce di fatto anche la rappresentatività degli elettori e all’estero in maniera ancor più percettibile, rendendo di fatto la voce degli italiani fuori d’Italia praticamente inudibile. Il dibattito che si era incentrato inizialmente su quanto percepiscono i parlamentari e sui vitalizi si è poi spostato sul loro numero: ci sembrano due cose molto diverse poichè non è la riduzione del numero che diminuirà le spese dello Stato né tantomeno che moralizzerà la politica ma al contrario diminuirà la forza di chi ci rappresenta.

Infine un plauso all’Inca Tunisi per essere riuscita ad aprire un nuovo sportello, presso la sede del sindacato tunisino UGTT, ad Hammamet, dove risiedono tanti pensionati italiani che non avranno bisogno di spostarsi a Tunisi ogni qualvolta avessero necessità di sbrigare qualche pratica.

E, dulcis in fundo, la mostra “Trame Mediterranee” organizzata dall’IIC e dall’Ambasciata d’Italia che espone la ricca collezione del Sen. Ludovico Corrao di Dar Bach Hamba. La fondazione che ha ormai chiuso le sue porte da alcuni anni, dopo la tragica scomparsa del Senatore, è stata per anni il centro di attività ed eventi culturali di gran rilievo che avevano ridato una vita intellettuale ad un quartiere che si era negli anni molto impoverito.

 



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 843 - 195 [nuova serie]

NOSTRI PROBLEMI

Il Mediterraneo saprà resistere ai venti di guerra che la politica internazionale sta soffiando su vaste regioni già martoriate da anni di conflitti? Dopo il raid statunitense in Iraq e l’uccisione del generale iraniano Soleimani, le minacce al momento verbali di conflitto tra Iran e Stati Uniti, la decisione iraniana di non accettare più limitazioni all’arricchimento dell’uranio, di minacciare l’esistenza di Israele, di cacciare dalla regione americani ma anche la coalizione anti Isis e, in più, le dichiarazioni minacciose di Trump riguardo il colpire 52 siti iraniani tra cui siti culturali, ha messo il mondo in allarme per i rischi di allargamento imprevedibili del conflitto. Come molti hanno scritto, il rischio è il contagio con effetti a dir poco drammatici per le popolazioni. In tutto questo caos una cosa è certa:

l’indebolimento dell’Europa che non riesce purtroppo ad avere il ruolo di mediazione che solo lei potrebbe avere. La marea umana presente al funerale del generale che scandiva slogan ostili all’Occidente ci da anche

la misura della capacità di organizzazione a larga scala delle masse del governo iraniano, tutti uniti da un nazional-islamismo che, in un momento di crisi, riesce a compattare il popolo. Più vicino a noi, un’altra guerra riecheggia sulle nostre vite, quella della Libia che in questi ultimi giorni subisce una escalation con l’avanzata del generale Haftar a Sirte, alcuni giorni dopo il bombardamento aereo sul Collegio militare di Tripoli con 28 studenti morti e 18 feriti, secondo il bilancio provvisorio. Forse ad accelerare questa escalation l’annuncio del premier turco Erdogan di intervento militare del suo Paese anche per via terrestre in Libia ed il voto del Parlamento turco che avvalla l’intervento a favore del governo di Sarraj.

In Tunisia si è svolta da poco la visita lampo di Erdogan, tra non poche polemiche, per il rischio di implicazioni nel conflitto libico, mentre si cerca una prudente neutralità del Paese con le parti in conflitto. La dichiarazione del Presidente tunisino Saïed, all’indomani della visita, precisa che la Presidenza della Repubblica “nega qualsiasi intenzione di far parte di una coalizione e rifiuta di unirsi ad una qualunque alleanza di parte.” Kaïs Saïed ha inoltre ribadito che “il territorio nazionale non può essere che sovrano” rispondendo così a chi temeva che la Tunisia avrebbe permesso l’utilizzo delle sue frontiere a scopo bellico e denunciando campagne diffamatorie della stampa e di parte dell’opposizione. Ancora una volta in questo sanguinario conflitto che da anni lacera la martoriata Libia, l’Europa molto indebolita non riesce purtoppo a mediare. Ci sembra che solo un’Europa forte e compatta possa, di fronte a tutti questi guerrafondai che ci circondano, portare un po’ di ragionevolezza: ma chi crede ancora nell’Europa, spaccata da venti divisori che sono letali per tutti noi?

Il governo Jomli fatica a costituirsi: dopo un primo annuncio di formazione del governo, la data di approvazione in Parlamento è slittata al 10 gennaio e forse oltre per il mancato consenso su alcuni dei nomi proposti per essere a capo dei ministeri come quello della Difesa, dell’Educazione e della Cultura. Ne parleremo nel nostro prossimo numero sperando che si costituisca al più presto un governo per la stabilità del Paese.

Se le minacce di guerra intaccano il nostro ottimismo all’inizio dell’anno nuovo, non meno drammatica la situazione australiana in cui il divampare di incendi vastissimi su migliaia di ettari di territorio, dovuti alla siccità ed al gran caldo non solo hanno e stanno ancora distruggendo parte del territorio, ma hanno fatto vittime umane ed animali ingenti. Un paesaggio infernale, dove le fiamme hanno distrutto tutto, un’aria irrespirabile e che ha ucciso ad ora quasi 500 milioni di animali tra uccelli, rettili e mammiferi. Le ultime piogge sono state salutate come un momento di tregua ma si teme nei giorni prossimi una ripresa forte degli incendi per cui permane un elevato stato di allerta. A chi dice che i cambiamenti climatici sono un’invenzione mediatica, guardare quello che sta succedendo in Australia dovrebbe servire da monito!

Agli australiani tutti ed in particolare alla numerosa collettività italiana ivi residente, la nostra più sincera solidarietà!

 



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 842 - 194 [nuova serie]

 

 

NOSTRI PROBLEMI

 

Habib Jemli è stato incaricato dal Presidente dell’Assemblea parlamentare Rached Ghannouchi (Ennadha) di formare il nuovo governo. Nato Kairouan nel 1959, è stato Segretario di Stato al Ministero dell’Agricoltura dal 2011 al 2014. Si presenta come indipendente ma è legato al partito Ennadha.

Un mese per tentare di formare il governo tra i salti mortali dovuti ad un parlamento composito e frammentato ma che dovrà convalidare le sue scelte prossimamente per essere nei tempi stabiliti dalla Costituzione. Consultazioni e tensioni politiche si susseguono, alleanze fragili si costituiscono, nascono nuove coalizioni, indipendenti si schierano con partiti o si fondono in essi, ci pervengono nomi di possibili ministri ma subito dopo viene smentita la loro possibile partecipazione al governo, il tutto in un clima politico nazionale ed internazionale estremamente complesso mentre civili curdi, congolesi, palestinesi continuano ad essere massacrati. La crisi d’identità della NATO, la più forte dalla sua istituzione nel 1949, vede la politica turca al centro delle polemiche proprio per quanto riguarda la questione curda.

Sempre in Tunisia un fatto drammatico ha colpito dei giovani studenti nel governatorato di Beja nei pressi di Aïn Draham: l’autobus che li trasportava è uscito di strada cadendo in una scarpata facendo ad oggi 29 vittime e molti feriti. Le condizioni di degrado delle strade e la vetustà dei mezzi di trasporto pubblici devono farci preoccupare in merito a ulteriori possibili catastrofi che potrebbero andare a sommarsi a questo triste bilancio se non si prenderanno i provvedimenti necessari.

La giornata internazionale contro la violenza sulle donne è stata istituita il 25 novembre per commemorare l’assassinio di tre sorelle, avvenuto nel 1960 nella Repubblica Dominicana, le quali per il loro credo politico furono sottoposte a terribili torture e poi uccise per strangolamento da aguzzini del regime dittatoriale.

Le stastiche sono a dir poco inquietanti: in Italia i dati statistici aggiornati al 2019, pubblicati dall’Istat e dalla Polizia, indicano 88 vittime di violenze ogni giorno. Una donna ogni 15 minuti.

In Tunisia, il 47% delle donne sono state vittime di violenza, almeno una volta nella loro vita.

Infatti, la violenza fisica tocca il 32% delle donne, quella psicologica il 28,5% e la violenza sessuale il 15,9%, secondo i dati dall’Office National de la Famille et de la Population (ONFP). I ricercatori hanno sottolineato che la violenza contro le donne è in aumento dal 2011, espressione anche del disagio sociale ed economico della popolazione. Sempre gli stessi ed in questo caso le stesse che pagano il conto del malessere sociale che tra l’altro subiscono pure loro con il più alto tasso di disoccupazione.

Per questo motivo, il 30 novembre, centinaia di donne tunisine hanno sfilato nel centro di Tunisi per denunciare la discriminazione e la violenza che le vede tristemente protagoniste, sia nei luoghi pubblici che nel privato. Oltretutto esiste ancora il matrimonio riparatore per chi stupra una ragazza.

Il 28 novembre, l’Istituto Italiano di Cultura ha presentato lo spettacolo teatrale “La donna che disse no” con la regia di Pierpaolo Saraceno al Quatrième Art, per ricordare il gesto rivoluzionario di Franca Viola che osò dire no al matrimonio riparatore che permetteva allo stupratore di evitare il carcere, aprendo cos la strada all’abolizione di questa legge iniqua.

Le attività culturali si annunciano ricche in questo mese di dicembre: nell’ambito del cineforum alla Dante Alighieri di Tunisi avremo i primi due dei quattro film dedicati al cinema argentino in collaborazione con l’Ambasciata d’Argentina, rispettivamente giovedi 5 e martedi 17 dicembre alle ore 19. Il 5 dicembre, all’IIC, alle ore 10, sarà presentato il libro “Architetti, Ingegneri, imprenditori e decoratori italiani nel Maghreb”, l’11 dicembre alle ore 18, alla Dante Tunisi in collaborazione con l’Archivio della Memoria Italiana di Tunisia, l’incontro “Omaggio al poeta Mario Scalesi”, il 12 dicembre l’IIC presenta il balletto “Il Barbiere di Siviglia” alla Cité de la Culture ed il 18 dicembre lo spettacolo di burattini e marionettes OPERA BUFFA di Silvia Giampaola.

Il mese di dicembre è il mese dedicato alla luce e sia cristiani che ebrei illuminano il loro cielo spirituale festeggiando Natale e Hannukah. A tutti i credenti e non, praticanti e non, di tale o talaltra fede, l’augurio che la luce della giustizia, della tolleranza e del quieto vivere illumini le vite di tutti noi.

Buon Natale, Buon anno a tutti sperando che l’anno nuovo porti al Corriere un corteo di nuovi abbonati!!

 


 


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 841 – 193 [nuova serie]

 

 

NOSTRI PROBLEMI

 

La Tunisia ha un Presidente nella figura di Kaïs Saïd , eletto con più di 72% dei voti contro Nabil Karoui che ne ottiene poco più di 29%.

Molto è stato scritto su questa nuova figura politica in Tunisia: a volte considerato un outsider pericoloso, un populista o un rigido conservatore, a volte considerato un liberatore, una persona per cui le leggi non sono negoziabili, che vuole ridare al popolo il suo ruolo centrale quale protagonista del cambiamento in atto dal 2011 richiamandosi al suo motto rivoluzionario originario “il popolo vuole”, le analisi sono contradittorie e a volte antitetiche. Non avendo una formazione politica di riferimento e non essendo immediatamente riconoscibile come appartenente a tale o tal’altra ideologia, non avendo presentato un programma che apparentemente non pretende altro che ridare la parola al popolo, alle regioni, ai giovani esclusi dalla transizione democratica, attraverso una lotta senza concessioni alla corruzione dilagante che in questi ultimi anni ha incancrenito tutti i settori della vita economica e politica, il nuovo Presidente della Tunisia è percepito dagli uni come un liberatore e dagli altri come un affossatore delle libertà fondamentali per le sue posizioni conservatrici sulla parità di genere o sulla pena di morte.

Se è troppo presto per analizzare nei fatti la svolta politica che quest’elezione rappresenta è vero anche che Kaïs Saïd ha riscosso un consenso quasi unanime da parte della popolazione tunisina che, a dire il vero, stupisce in un contesto mondiale in cui la battaglia del consenso è affidata per lo più a comunicatori professionisti. Com’è possibile, si interrogano gli analisti, che una persona senza questa potente macchina sia riuscita ad ottenere questo risultato plebiscitario, altri ritengono che forse è proprio quest’immagine non convenzionale che ha attratto gli elettori, i quali hanno avuto la sensazione di riprendere in mano il loro destino.

Nel suo discorso inaugurale in Parlamento, il Presidente tunisino ha ribadito il suo impegno a rispettare la Costituzione affermando che la sua elezione rappresenta “una vera rivoluzione... non contro la legittimità, ma ad opera di questa” che costituirà un modello futuro sul quale dobbiamo tutti riflettere.

Le elezioni legislative invece hanno visto il partito Ennahdha ottenere il maggior numero di consensi senza tuttavia riuscire ad avere seggi sufficenti per poter proporre un governo che non sia frutto di negoziati con altre formazioni politiche. Il partito Ennahdha ottiene solo, in effetti, 52 seggi su 217, e se diventa il partito di maggioranza relativa potrà governare solo attraverso la costituzione di larghe intese. Vedremo nel prossimo futuro chi accetterà di sostenerlo per una possibile governabilità anche se fragile del Paese.  Ennahdha è seguito da Qalb Tounes, il partito del candidato perdente alle presidenziali Nabil Karoui, che ha ottenuto 38 seggi. In terza posizione il partito Attayar (Corrente Democratica) con 22 seggi, quarta la coalizione islamista Al Karama con 21 seggi, seguita dal Partito desturiano libero di Abir Moussi con 17 seggi, dal Movimento del Popolo (16), da Tahya Tounes (14), Machrou3 Tounes (4) e dalle altre liste indipendenti e minori con 33 seggi.

Considerato che i negoziati sono ancora in atto, la domanda che molti tunisini si pongono è: quali saranno gli alleati del futuro governo, l’ala più liberale o quella più oltranzista e conservatrice? Interessante è pero’ notare che mentre il voto alle presidenziali ha premiato una nuova figura politica, o comunque percepita come tale, i risultati delle elezioni legislative non sono state una reale sorpresa con delle preferenze per i partiti più conservatori e tradizionalisti che sono stati prevedibilmente avvantaggiati dalla disintegrazione del partito del defunto Presidente Beji Caïd Essebsi, Nidaa Tounes.

Nel mondo convulso nel quale siamo immersi non possiamo non concludere questo editoriale senza lanciare “un grido di dolore” e di sdegno contro il massacro del popolo curdo ed il suo epocale esodo in una regione in cui da sempre avevano vissuto!

 


 


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