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Il Corriere di Tunisi “online” riporta le principali notizie pubblicate dal giornale distribuito in abbonamento e in vendita in edicola


In “lettere” la voce dei lettori che ci possono scrivere anche via email


 

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 796- 147 [nuova serie]

 

 

 

NOSTRI PROBLEMI

 

Le relazioni tra Tunisia ed Italia sia dal punto di vista economico che politico e culturale si vanno intensificando dopo la firma di un Memorandum bilaterale d'intesa fra la Camera dei Deputati e l'Assemblea dei Rappresentanti tunisina e la visita del sindaco di Firenze Dario Nardella a Tunisi.

L'incontro tenutosi giovedi 28 gennaio presso la Sala Aldo Moro di Palazzo Montecitorio a Roma su "Italia-Tunisia. Insieme per la democrazia" promosso dalla Presidente Boldrini ed in presenza del Presidente dell'Assemblea dei Rappresentanti del Popolo tunisino, Mohamed Ennaceur, quello a Tunisi di costituzionalisti delle due rive per discutere di costituzione e democrazia, la presenza del sindaco Dario Nardella che ha firmato un accordo di cooperazione con il sindaco di Tunisi, Seifallah Lasram, i vari convegni che in Italia ed in Tunisia si stanno preparando per marzo ed aprile e che vedranno protagonista la Tunisia nelle Università di Messina (15/16 marzo), di Catania (17/19 marzo), della Sapienza con un convegno dal titolo "Non più a sud di Lampedusa Italia e Tunisia: transiti, sguardi, contaminazioni mediterranee" (7 marzo), la preparazione di incontri per il 20/21 aprile in occasione del sessantesimo del Corriere di Tunisi, sono segnali importanti dell'interesse che, sia in ambito politico che accademico, l'Italia sta rivolgendo alla Tunisia, in un momento cruciale della sua storia, scossa ancora dalla fragilità di una democrazia nascente e dilaniata dai problemi sociali, dalla corruzione e dal terrorismo. Come ha sottolineato Massimo Toschi, consigliere del Presidente della Regione Toscana per il dialogo, la pace e lo sviluppo sostenibile " la partita per il Mediterraneo è unica" perché interessarsi alla Tunisia significa anche interessarsi all'Italia poiché "se si perde in Tunisia, si perde tutti. L'acqua del mare non ci salva, il mare in questo caso ci affonda… perché se il terrorismo vince in Tunisia, vince in Europa. Non possiamo pensare a due pesi, due misure". Se in effetti, uno sforzo congiunto in tutti i settori è oggi più che mai auspicabile, è necessario anche che le misure economiche e sociali accompagnino effettivamente questo processo democratico, messo in continuo in crisi da un'instabilità ormai divenuta cronica in tutti i settori e che danno adito al terrorismo. I problemi dell'insicurezza se debbono essere una priorità assoluta del governo tunisino non debbono però occultare le necessarie riforme, la finalizzazione di organi giuridici super partes che garantiscano effettivamente l'applicazione delle norme costituzionali. Un patto nazionale che segua programma ed obbiettivi comuni, chiaro e inequivocabile a tutti i cittadini, ridarebbe una maggiore fiducia nell'avvenire ai tunisini. La lotta alla corruzione in tutti i settori è una delle priorità che deve necessariamente accompagnare quella al terrorismo ma egualmente si deve combattere questa forza d'inerzia che sta contagiando il mondo del lavoro creando questo blocco delle istanze decisionali che paralizza il paese. Occorre anche e finalmente mettere le mani sul decentramento per permettere alle regioni in particolare difficoltà di cominciare ad uscire dal tunnel dell'esclusione nel quale ormai da decenni vivono. Certo è facile dire che bisogna fare una cosa ma meno facile attuarla ma se si continua a non adottare misure programmatiche che comincino a smuovere le acque torbide nelle quali ci troviamo, la situazione degenera rapidamente come lo abbiamo visto in queste due ultime settimane accendendo fuochi che dilagando vanno anche ben oltre la protesta sociale mettendo a rischio la Tunisia stessa. Le varie teste che governano il paese collaborano all'instabilità poiché il tunisino si chiede chi effettivamente tira le fila. I dissapori tra i rappresentanti della maggioranza non fanno che enfatizzare questo sentimento ormai diffuso nella popolazione tunisina che la politica nazionale è retta da meri egocentrismi politici per cui ridare fiducia con misure concrete per far ripartire il paese diventa vitale sia per il mondo delle imprese che per i lavoratori.

Con le diverse scissioni del partito Nidaa Tunes e la costituzione di un nuovo blocco parlamentare dissidente si complica ulteriormente la situazione politica già complessa. In questo clima teso, la Tunisia ha festeggiato il suo quinto anniversario della Rivoluzione, tra disillusioni e polemiche. La contestazione sociale, a poche settimane dai festeggiamenti ne è la tragica testimonianza. Il problema non è tanto trovare soluzioni miracolo ma avere capacità programmative poiché come dice Marc Augé nel suo libro "Il futuro ha un avvenire?", il vero dramma della nostra contemporaneità è che, mentre per il passato l'avvenire era sinonimo di speranza oggi "un presente immobile si è abbattuto sul mondo disattivando l'orizzonte della Storia e dei riferimenti temporali delle generazioni… L'avvenire sembra essere sparito."

 

 


 


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 795 – 146 [nuova serie]

 

 

 

IL MESSAGGIO DI FINE ANNO DELL’AMBASCIATORE D’ITALIA [pdf]

 

nostri problemi

 

Molti hanno voluto leggere la coincidenza della nascita del Profeta Mohamed e di Gesù Cristo quest'anno come un segno di necessaria fratellanza tra Islam e Cristianesimo, come se il festeggiamento del Mouled quest'anno combaciando con la vigilia di Natale fosse un segno inequivocabile di una nuova comunione spirituale che unisce in un destino unico le creature del Signore. Gli uomini, attraverso queste due simultanee nascite, potrebbero così rinascere a loro stessi, uniti simbolicamente da un messaggio di comune speranza nell'avvento di tempi migliori per l'umanità tutta.

In un contesto di rinnovato odio razziale, marginalizzazione e criminalizzazione del diverso, questo messaggio di pace, unito da un unico destino, appare agli occhi di credenti e non credenti come un tentativo virtuoso di ridare senso all'universalità dell'essere, occultato da tutti coloro che vedono nell'annientamento fisico, materiale, culturale e spirituale dell'altro, la ragione stessa della loro volontà di dominazione.

Ma le piccole e grandi guerre permangono malgrado i tentativi di stabilizzazione da parte delle potenze nella loro volontà di  risolvere "la crisi siriana" ma anche quella irachena, che ormai imperversano nella regione da anni: in questo tentativo di risoluzione, il gioco delle parti rimane offuscato dai tentativi di far prevalere un campo a scapito dell'altro e chi assiste passivamente a questa guerra e pace, non riesce realmente a dare risposte alle domande che lo assillano: chi combatte realmente il terrorismo, come è stato possibile il suo dilagarsi così rapidamente, chi sta con chi, perché chi sostiene la transizione democratica in Siria ha tra i suoi alleati paesi che tutto sono fuorché democratici, qual è il senso di questo fronte islamico contro El Assad capeggiato dall'Arabia Saudita, guerra interposta tra sunniti e chiiti, quale ruolo ha la Turchia in questo conflitto e perché la sua presenza militare in Irak, qual è la posizione di Israele in questo conflitto,  quali sono gli interessi dell'Europa, Stati Uniti e Russia nella regione ma soprattutto chi sta con chi e per quali motivazioni?

Per noi che viviamo in Tunisia, lo spostamento di molti combattenti di Daesch in Libia costituisce un'ulteriore fonte di preoccupazione e di minaccia al precario equilibrio del paese. E' chiaro che la pacificazione (ma come e a quale prezzo?) della Libia avrebbe risultati positivi anche per i suoi vicini.

In questo scenario confuso e difficilmente leggibile, appare chiaro che così come per le politiche nazionali gli schieramenti tradizionali sono in crisi profonda, così gli schieramenti internazionali non obbediscono più alle logiche politiche alle quali eravamo soliti aderire o meno. Il cittadino ha perciò grandi difficoltà a posizionarsi ed anche gli intellettuali, in nome della complessità, non riescono più ad avere un ruolo organico, lasciando lo spazio a populismi che ormai stanno imperversando un po' ovunque. L'abbandono della politica rischia così di essere molto pericoloso per il futuro dei popoli ma in primis per le democrazie ed i diritti dell'uomo.

In Tunisia, l'arresto di giovani condannati ad una pena coatta per omosessualità costituisce un ulteriore graffio alla democrazia. La società civile continua a denunciare questi continui attacchi alle libertà fondamentali e nel contempo si stupisce che i discorsi d'odio continuano ad essere impuniti mentre vengono perseguitati i diritti individuali.

Il partito al potere è in crisi: la dimissione del suo segretario ne è l'espressione a cui ha subito seguito la nascita/rinascita di nuove/vecchie formazioni politiche che tentano di accaparrarsi tutti quei delusi della politica tunisina nella quale il cittadino aveva sperato tanto per permettere al paese, in primis, di uscire dalla crisi economica nella quale è sprofondato.

Ma siamo alla fine dell'anno e come ci cantava Lucio Dalla "l'anno vecchio è finito ormai ma qualcosa ancora qui non va. Si esce poco la sera compreso quando è festa e c'è chi ha messo dei sacchi di sabbia vicino alla finestra... Ma la televisione ha detto che il nuovo anno porterà una trasformazione e tutti quanti stiamo già aspettando, sarà tre volte Natale e festa tutto il giorno, ogni Cristo scenderà dalla croce anche gli uccelli faranno ritorno..."

Ma ironia messa a parte, tanti auguri per l'anno 2016, sperando che porti un po' più di pace e di serenità! Tanti auguri a tutti!

 


 


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 794 – 145 [nuova serie]

 

 NOSTRI PROBLEMI

 

Quante volte abbiamo sorriso a questa frase «la storia non insegna» e quante volte abbiamo risposto che il buon governo suppone, come ce lo insegna Machiavelli, «conoscenza degli antichi e esperienza dei moderni»! Ma oggi, i meccanismi del potere purtroppo confermano che la storia percorre sempre le stesse strade e che il nostro destino è più legato al mito di Sisifo che a quello di una possibile razionalità storica. Guerre, terrorismo, interessi economici si intrecciano in un crescendo d’odio che ci riportano a sentimenti che pensavamo definitivamente sepolti e di cui le prime vittime sono sempre anonimi cittadini. La paura e l’insicurezza generano il bisogno di forza e di protezione ed incuranti che si sta giocando con il nostro futuro, cadiamo nelle braccia di Marte e di Nemesi.

L’attentato terroristico all’autobus delle forze di polizia che ha provocato la morte di 13 persone nel centro di Tunisi, mentre la città era riempita di giovani e meno giovani che partecipavano gioiosamente alle Giornate Cinematografiche di Cartagine, dopo quello di Parigi e di Bamako danno un segno tangibile di questo sentimento di guerra permanente e diffusa che sta dilagando, creando diffidenza, odio e violenza incontrollabili.  Quello che  è particolarmente difficile da sopportare per chi come noi condanna ogni forma di violenza è l’incomprensione e la non visibilità del futuro per tutto ciò che sta accadendo nel mondo e, come dice Sigmund Freud, siamo trascinati nel vortice  di «questo tempo di guerra, insufficientemente informati, senza la distanza necessaria per poter giudicare i grandi cambiamenti che si stanno compiendo o che sono già compiuti, senza possibile fuga dall’avvenire che si prepara, incapaci di capire il significato esatto delle impressioni che ci assalgano e di renderci conto del valore dei giudizi che formuliamo».

Un fatto positivo è stata la risposta della società civile a Tunisi all’attentato terroristico all’autobus di polizia: le strade, i caffè ed i cinema del centro della città erano come non mai pieni come se con la loro massiccia presenza i tunisini volessero dirci che non cederanno alla politica del terrore.

Il governo tunisino ha decretato lo stato d’emergenza per un mese ed a oggi vige il coprifuoco da mezzanotte alle cinque di mattina. Molti gli arresti  in questa prima settimana post-attentato.

Il partito al governo sta tentando, dopo l’appello all’unione del Presidente Caïd Essebsi, di ricompattarsi per risolvere la crisi in atto di Nidaa Tounes che rischierebbe di riportare i tunisini alle urne, in un contesto regionale e nazionale particolarmente disagiato.

Il ministro degli Affari Maghrebini, dell’Unione africana e della Lega degli Stati Arabi, Abdelkader Messahel, ha indetto il 30 novembre ad Algeri la settima riunione ministeriale ordinaria dei paesi vicini alla Libia per discutere dell’evoluzione del paese che molto inquieta i paesi limitrofi.

A Parigi l’apertura della conferenza mondiale sul clima (COP 21) ha visto anche la partecipazione della Tunisia con la presenza al Bourget del capo del governo Habib Essid. La conferenza sul clima ha accolto più di 120 capi di stato tra cui il Presidente americano, Barack Obama e il Presidente cinese, Xi Jinping. Lo scopo della conferenza è quello di permettere la firma di impegni concreti da tutti i paesi per la protezione dell’ambiente e la lotta per il riscaldamento climatico.

Per quello che riguarda i nostri specifici problemi, sabato 5 dicembre il Comites Tunisia organizza un incontro aperto con la collettività per poter discutere di problematiche varie tra le quali quelle legate alla sicurezza ed alla reperibilità dei connazionali sul territorio tunisino, che questi siano iscritti o meno all’Aire. Ne riparleremo nel nostro prossimo numero.

Auguro a tutti un felice e sereno Natale sperando per tutti tempi migliori ma soprattutto tempi di pace e di maggior giustizia, come questa ricorrenza ci insegna! Con l’anno nuovo il Corriere di Tunisi entrerà nel suo sessantesimo anno di età e di pubblicazione ininterrotta! A tutti chiediamo di aiutarci nel proseguo di questa attività, diffondendo il giornale e promuovendo nuovi abbonamenti! Grazie a tutti!

 


 


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 793 – 144 [nuova serie]

 

 

 

NOSTRI PROBLEMI

 

ll Premio Nobel per la Pace è stato assegnato a quattro organizzazioni della società civile tunisina: l'Unione Generale Tunisina del Lavoro (UGTT), l'Unione Tunisina del Commercio e dell'Artigianato (UTICA), la Lega Tunisina dei Diritti dell'Uomo (LTDH) e l'Ordine degli avvocati.

Perché questo importante riconoscimento alla Tunisia? In un bacino sud del Mediterraneo scosso da rivoluzioni e controrivoluzioni, da un'instabilità crescente sia securitaria che sociale, da aspirazioni contrarie e contraddittorie, da uno scenario in cui da una parte abbiamo paesi in preda al caos ed altri in cui vi è un ritorno a forme autoritarie di potere, la Tunisia è l'unico dei paesi che hanno vissuto la cosiddetta " primavera araba" che, seppur tra mille difficoltà, non ha abbandonato il modello democratico. Un modello che alla fine del 2013 era fortemente a rischio se non ci fosse stato l'intervento e la mediazione del Quartetto (UGTT, UTICA, LTDH e Ordine degli avvocati) che hanno saputo trovare una soluzione pacifica alla forte crisi politica che stava vivendo il paese. Il Nobel per la Pace vuol quindi premiare l'unico paese che all'indomani delle Rivoluzioni arabe del 2011 sia riuscito a ratificare una Costituzione, a mantenere la sua Assemblea costituente ed a organizzare le elezioni del 2014 attraverso il dialogo nazionale e la ricerca di una base consensuale fondamentale per poter assicurare la transizione democratica. Questa ricerca del consenso a opera del Quartetto ha evitato al paese di cadere nel caos. Al Quartetto premiato, si dovrebbero aggiungere molti attori meno visibili della società civile che certamente hanno avuto un ruolo importante perché la crisi politica non degeneri in guerra civile ma, seppur fragile, la Tunisia è l'unico paese arabo che, tra tante insidie e problemi sociali, ha saputo preservare il suo processo democratico.

I compromessi sono in effetti i limiti e la grandezza del sistema democratico: limite poichè significa necessariamente rinunciare a certi posizionamenti intransigenti per ricercare soluzioni che accontentino un po' tutti e grandezza poiché sostituisce lo scontro violento alla mediazione consensuale. In altri termini, si perde qualcosa ma si guadagna molto e, come ci piace ripetere con Platone, la democrazia è forse il peggiore dei sistemi ma è l'unico che garantisca la libera espressione.

Detto questo, non si può omettere di dire che i problemi sociali permangono in Tunisia e che l'aggravarsi della crisi economica mette ogni giorno alla prova questo processo consensuale virtuoso. La situazione dei giovani è particolarmente inquietante poiché si sentono sempre maggiormente estromessi dalle ricadute positive del dialogo nazionale, oscillando tra radicalizzazione e desiderio di emigrare. La crisi dei vicini libici costituisce un ulteriore fattore di destabilizzazione così come possiamo constatarlo dagli ultimi arresti di gruppi che organizzavano la partenza di giovani in Libia per addestrarsi al Jihad. Il consolidamento della giovane democrazia in questo senso è l'unica risposta possibile alla frammentazione dello Stato ma per questo occorrono forti sostegni internazionali e volontà politica di riforme sistemiche.

In questo senso dobbiamo leggere molte iniziative che dalla cultura all'educazione, dall'economia alla partecipazione politica si stanno attivando nel Paese. La presenza del Vice Presidente del Parlamento Europeo, David Maria Sassoli, all'apertura del forum dei giovani leader magrebini per riavvicinare le due rive del Mediterraneo e riunire i futuri leader politici magrebini nell'ambito della politica europea di vicinato, ne è una chiara testimonianza.

Per quello che ci riguarda direttamente: il Comites ha finalmente una sede provvisoria, due giorni di ricevimento aperto al pubblico (il martedì e il venerdì), un indirizzo mail, un telefono. Dopo un primo incontro con le associazioni è previsto un incontro pubblico a fine mese con un dirigente dell'Inps e dei rappresentanti politici della nostra circoscrizione per discutere di problemi di assistenza, previdenza, sanità degli italiani in Tunisia. Molte saranno le presenze politiche italiane in questo mese di novembre in visita ufficiale in Tunisia per consolidare maggiormente i legami tra i due paesi e perché all'Italia più che in altri paesi preme il consolidamento politico e sociale della Tunisia onde evitare emergenze umanitarie e rischi securitari che hanno un riscontro immediato nel paese.



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