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Il Corriere di Tunisi “online” riporta le principali notizie pubblicate dal giornale distribuito in abbonamento e in vendita in edicola


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- Informiamo i nostri lettori che possono trovare notizie aggiornate in tempo reale su quanto sta accedendo nel bacino del Mediterraneo all’indirizzo:  http://www.rainews24.rai.it/it/ -

 850 – 202 [nuova serie]

 

 

NOSTRI PROBLEMI

 

La tragedia libanese: la violenta deflagrazione nei pressi del porto di Beirut ha distrutto gran parte della città lasciandoci tutti interdetti per le drammatiche conseguenze provocate dall’esplosione di un deposito dove erano stoccate ingenti quantità di nitrato di ammonio (2.750 tonnellate), esplosione talmente forte da essere percepita in un raggio di oltre 200 km. 

Innestata su un’economia già al collasso, la terribile esplosione avvenuta il 4 agosto ha causato, al momento, la morte di 137 persone, con migliaia di feriti e 300.000 sfollati. Di fronte a questo dramma umanitario, la solidarietà internazionale s’impone. Già molti paesi si mobilitano, tra essi la Tunisia e l’Italia, ma occorrono aiuti strutturali per dare assistenza sanitaria e alimentare ed anche un tetto alle persone che hanno perso tutto.

Dopo l’esplosione, i media hanno fatto varie ipotesi sulle cause possibili di questa tragedia dall’incuria dei servizi pubblici, alla corruzione dei politici o ad un possibile attentato terroristico. Tante le voci contraddittorie e sovrapposte in una cacofonia informativa globale. Sta di fatto però che l’esplosivo era in un deposito del centro città e questo dal 2014. Le autorità libanesi, che hanno arrestato i funzionari portuali, non hanno però chiarito il perché degli esplosivi, che erano stati sequestrati anni prima, si trovassero al porto. Per i libanesi la colpa è di una classe politica corrotta che ha causato sia il fallimento economico del paese che umanitario e chiedono che vi sia un’inchiesta internazionale per determinare le cause e le responsabilità di questa tragedia poiché non si fidano dei loro rappresentanti politici. Lo stesso Presidente francese, in visita in una Beirut in macerie, ha dichiarato che gli aiuti al popolo libanese dovranno pervenire tramite ONG e associazioni, il che la dice lunga sulla sfiducia nazionale ed internazionale nei confronti del governo libanese.

In Tunisia, dopo le dimissioni del Premier Fakhfakh, è stato incaricato dal Presidente Saied, Hichem Mechichi già Ministro dell'Interno dal 27 febbraio 2020 per formare il nuovo governo. Hichem Mechichi gode di ottima reputazione soprattutto per la sua integrità e la sua dedizione al paese. Speriamo possa ottenere la fiducia del Parlamento.

I rapporti tra Italia e Tunisia soffrono della recrudescenza della migrazione clandestina dove dall’inizio dell’estate, 2.639 persone anche su piccole imbarcazioni di fortuna hanno tentato di sbarcare a Lampedusa. Secondo il Ministero degli Interni, 63 tentativi di migrazione sono stati scoperti e 748 persone arrestate. L’emergenza migrazione clandestina ha spinto Luciana Lamorgese, Ministro italiano dell’Interno ad effettuare una visita lampo in Tunisia dove ha incontrato il suo omologo tunisino ed il presidente della Repubblica Kaïs Saied per tentare di arginare le partenze dalla Tunisia verso l’Italia. Il presidente tunisino che si è recato al porto di Sfax ha dichiarato che occorrono soluzioni nazionali ed internazionali per evitare questi traffici umani, la prima delle quali è offrire uno sbocco ai giovani in patria, che spinti dalla disoccupazione e dalla grave crisi economica che colpisce il paese, tentano una traversata della fortuna che spesso, però, si trasforma in una traversata della morte. O se riescono a raggiungere i lidi sognati finisce in uno sfruttamento di tipo schiavistico o peggio si cade tra le mani delle reti criminali che approfittano della situazione di irregolarità trasformando il sogno in incubo. L’Italia dal 10 agosto prossimo rimpatrierà su voli charter verso la Tunisia fino un massimo di 40 cittadini tunisini per volta, con voli bisettimanali, con un ritorno di 80 irregolari alla settimana.

Problema complesso quello della migrazione ed al quale non si può dare una risposta univoca, politicamente corretta né tantomeno partigiana. Tema molto sollecitato e ricorrente, richiede però una riflessione che vada oltre i riflettori elettoralistici e mediatici. Se siamo tutti d’accordo che non c’è peggior cosa del traffico degli esseri umani, prima, durante e dopo la traversata in mare, è anche vero che l’unico modo di varcare una frontiera per un giovane di vent’anni è rischiare la propria vita se non è di classe abbiente. I giovani europei, così abituati ad itinere nel mondo, anzi spinti a sperimentare viaggi formativi all’estero, dovrebbero servire da esempio per capire cosa significhi per un giovane non poter uscire dalla sua casa e come questa possa trasformarsi nel suo immaginario in prigione. Il vero problema quindi è come conciliare un bisogno naturale di mobilità con la necessità di far cessare i traffici umani? Se a questi giovani fosse permesso di circolare più liberamente i trafficanti sparirebbero? La migrazione aumenterebbe di molto? Poter spostarsi più liberamente aumenterebbe i ritorni in patria? Se la crisi economica si aggravasse emarginando ulteriormente i giovani tunisini, quali soluzioni proporre in patria per il loro inserimento sociale?

Questioni a cui non è facile rispondere in modo univoco ma sulle quali dobbiamo riflettere se non vogliamo che la frattura tra un “noi” ed un “loro” diventi una voragine!

 



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 849 – 201 [nuova serie]

 

 

NOSTRI PROBLEMI

 

Frontiere che si aprono, frontiere che si chiudono: spostarsi non è cosa semplice nell’era del Covid.

La Tunisia dichiarata zona verde ha aperto le sue frontiere aeree, terrestri e marittime dal 27 giugno e benché le misure siano soggette a modifiche in funzione dell’evoluzione della pandemia nel mondo, per quanto riguarda gli ingressi dall’Italia, definita Paese a basso rischio, essi sono liberi e non è più necessaria la quarantena né il tampone prima dell’arrivo sul territorio nazionale.

Diverso per chi arriva da Paesi definiti a rischio di contaminazione: i viaggiatori dovranno fare un tampone 72 ore prima del viaggio, riempire una scheda sanitaria, impegnarsi per iscritto ad un’auto confinamento (in albergo o in casa) durante 14 giorni; dopodiché effettueranno un secondo test 6 giorni dopo il loro arrivo in Tunisia, e se questo risulterà negativo, potranno interrompere la quarantena. I turisti debbono attenersi al rispetto delle misure sanitarie dei siti che visiteranno.

L’Italia ha adottato al momento misure diverse rispetto alla Tunisia: prima di lasciare il Paese è necessario scaricare il modello dell’autodichiarazione in caso di entrata in Italia dall’estero

(https://www.esteri.it/mae/resource/doc/2020/07/modulo_rientro_da_estero_30giu20.pdf)

e sottoporsi all’arrivo in Italia a 14 giorni di quarantena mentre sono consentiti liberamente gli spostamenti da e per gli Stati membri dell’Unione Europea (oltre all’Italia, sono Stati membri della UE: Austria, Belgio, Bulgaria, Cipro, Croazia, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Repubblica Ceca, Romania, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Svezia e Ungheria), Stati parte dell’accordo di Schengen (gli Stati non UE parte dell’accordo di Schengen sono: Islanda, Liechtenstein, Norvegia, Svizzera), Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del nord, Andorra, Principato di Monaco, Repubblica di San Marino e lo Stato Vaticano. Chi entra da questi Paesi non dovrà più giustificare le ragioni del viaggio e non sarà sottoposto all’obbligo di isolamento fiduciario per 14 giorni all’ingresso in Italia mentre, e non si capisce con quale logica, l’isolamento è ancora previsto per chi arriva dalla Tunisia benché l’Italia abbia concesso la libera circolazione tra i due Paesi. Le misure potranno subire variazioni dopo il 15 luglio.

L’apertura delle frontiere tunisine desta però alcune inquietudini. La Tunisia ha infatti registrato 24 nuovi contagiati dai primi di luglio ed il ministro della Sanità, Abdellatif Mekki, ha paventato il rischio di una seconda ondata di infezioni da Corona virus in autunno. Ad oggi i positivi al virus sono 1205, con 50 decessi e 1049 ristabiliti.

Per l’Europa, ogni Paese membro può decidere in autonomia riguardo ai propri confini e su come organizzarsi con gli Stati extra Schengen autorizzati. L’Italia ha deciso di lasciare l’obbligo di quarantena di due settimane per tutti gli arrivi (esclusi i Paesi Ue) mentre la Francia ha permesso la libera circolazione per chi è in provenienza dalla Tunisia senza obbligo di quarantena.

Dopo i nuovi contagi in arrivo dal Bangladesh, il Presidente del Consiglio Conte ha dichiarato necessario «prevedere delle cautele: non possiamo permetterci di subire nuove ondate del virus per disattenzione altrui». Gli aeroporti di Fiumicino e Malpensa hanno rafforzato i loro controlli e vietato l’ingresso in Italia per chi arriva da Armenia, Bahrein, Bangladesh, Brasile, Bosnia-Erzegovina, Cile, Kuwait, Macedonia del Nord, Moldova, Oman, Panama, Perù, Repubblica Dominicana o vi ha transitato negli ultimi 14 giorni. Il ministro della Salute, Roberto Speranza, in accordo con i ministri degli Esteri, dell’Interno e dei Trasporti, ha firmato l’ordinanza che prevede i divieti fino al 14 luglio.

Si ha la sensazione di essere sul filo del rasoio e quest’incertezza ormai da più di sei mesi è a dir poco deprimente, ci si sente come se si brancolasse nel buio e non si riesce ancora a vedere una via d’uscita. A quando un vaccino per tutti?

Intanto sperando che la Tunisia continui ad essere una eccezione e che non aumentino i contagi, la vita ha ripreso quasi normalmente nel Paese e sembra, passeggiando per le città tunisine, che la pandemia sia solo un ricordo del passato se non fosse per la quasi assenza di turisti specie dall’Algeria che richiama la nostra attenzione sul forte disagio economico e sociale generato dall’emergenza sanitaria.

 


 


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 848 – 200 [nuova serie]

   

 

NOSTRI PROBLEMI

 

Come ha potuto un semplice fatto di cronaca avvenuto il 25 maggio 2020 nella città di Minneapolis in Minnesota, negli Stati Uniti, risvegliare il demone americano del razzismo e la crisi di una democrazia in cui un rappresentante dell’ordine, un poliziotto, in risposta alla chiamata di un negoziante, uccide un uomo, George Floyd, premendo il ginocchio sul suo collo per 8 minuti e 46 secondi, senza che gli altri agenti tentino di fermarlo?

L’odio razziale, la perdita dei valori di giustizia e libertà e soprattutto del primo fondamento della democrazia, ossia l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, hanno generato proteste, manifestazioni, rivolte e scontri violenti durati più di 10 giorni.

Mentre la polizia sparava lacrimogeni e proiettili di gomma contro chi protestava davanti alla Casa Bianca, il presidente Trump, sotto scorta, si recava alla vicina chiesa episcopale di St. John per farsi fotografare con la Bibbia in mano (una mania contagiosa?) dichiarando che i manifestanti erano dei terroristi.

La tragica morte di Floyd, che sarebbe probabilmente passata inosservata se non avesse una volta ancora risvegliato la non risolta questione razziale negli Stati Uniti, ci pone dinanzi al problema più generale di una società democratica che, seppur con declinazioni e gradi diversi, non riesce a tutelare i diritti e dare protezione a tutti coloro che, in un dato momento della loro esistenza, si trovano ad essere in una condizione di debolezza di fronte al potere: si veda la questione dei migranti lasciati morire in mare, i discorsi di odio verso il diverso che trovano un riscontro politico e culturale sempre più imponente in varie parti del mondo, i populismi e la loro espressione estrema, il nazionalismo, l’incapacità di dare risposte unitarie di fronte alla tragedia umana, sociale ed economica generata dalla pandemia ancora in atto, anche se in regressione in Europa e nel Nordafrica in questi ultimi giorni, malgrado l’inquietudine provocata da nuovi casi in Lombardia.

Sebbene le democrazie diano deboli segnali di risposta ai nostri interrogativi, è solo attraverso di esse che possiamo riaffermare i loro stessi valori fondativi quali la libertà e l’eguaglianza.

Il rischio delle democrazie attuali risiede però nel fatto che, come affermava Habermas, la manipolazione politica può vanificare la funzione essenziale di partecipazione alle scelte e diventare il mero strumento di un’esigua élite che modella l’opinione pubblica, la quale nata inizialmente come istanza di controllo dello stato politico e di garanzia dei diritti dell’individuo, è diventata una macchina di produzione di consensi e di controllo della società. L’opinione pubblica quindi, anziché produrre emancipazione e libertà, ragione per la quale era stata rivendicata già nell’Ottocento, ha generato manipolazione ed annullamento del senso critico nei cittadini, come confermato oggi da chi, anche su false notizie, è capace di condizionarla.

In un contesto contemporaneo così provato dal virus Covid-19, la manipolazione dell’opinione pubblica ed i rischi corsi dalla democrazia sono ingenti.

La pandemia ha anche cambiato le nostre abitudini: l’Aîd festeggiato tradizionalmente con strade piene di bambini, con un viavai di visite e di spostamenti tra le varie regioni tunisine, quest’anno è stato decisamente silenzioso, così come la ricorrenza del 2 giugno per l’Italia.

Viviamo tra speranza e paura: la speranza che l’allentamento della morsa del confinamento possa permettere una ripresa delle attività economiche e sociali e la paura che nuovi picchi di contagio si possano riprendere le timide libertà di spostamento che abbiamo ultimamente riconquistato.

In Tunisia, seppur con misure di sicurezza, la popolazione sente che la pandemia è alle spalle e spera che il 14 giugno sia confermata l’apertura delle frontiere prevista per il 27 giugno. Speriamo che questo nuovo inizio sia sinonimo di ripresa!

Il Corriere di Tunisi, nel segno del ritorno alla normalità riprende con l’edizione cartacea, dopo la pubblicazione di due numeri digitali (aprile e maggio), nel segno della riapertura di cui la redazione tutta è ben lieta, nella speranza che non vi siano ulteriori interruzioni delle attività.

 


 


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