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- Informiamo i nostri lettori che possono trovare notizie aggiornate in tempo reale su quanto sta accedendo nel bacino del Mediterraneo all’indirizzo:  http://www.rainews24.rai.it/it/ -

 845 – 197 [nuova serie]

 

NOSTRI PROBLEMI

 

Dopo lunghi mesi di attesa, di discussioni e di compromessi la Tunisia ha finalmente un governo. Cercando di accontentare molti si rischia di fare molti scontenti ma la governabilità di un paese è superiore alle beghe partigiane. Elyes Fakhfakh, dopo molte concessioni, è riuscito ad ottenere la fiducia del Parlamento con 129 voti a favore, 77 contrari e 1 astensione, superando largamente la soglia necessaria (109 voti) per poter dare il via al nuovo governo, ormai insediatosi da pochi giorni. Un équipe formata da uomini di partito e indipendenti che tenta di ricomporre e compattare il mosaico parlamentare, escludendo però alcuni partiti come Qalb Tounes, Al Karama, Partito Desturiano Libero (Pdl), Machrou Tounes e Afek Tounes che rimangono nell’opposizione.

Pacificato almeno per un tempo lo scontro politico in Tunisia, questa dovrà affrontare la sfida del rilancio dell’economia ridando fiducia nelle istituzioni dello Stato, ma anche avere la capacità politica di potersi destreggiare in una situazione internazionale delle più complesse, tra un’Europa in crisi, una guerra che dalla Siria alla Libia vede sempre più impegnate forze straniere a difesa dei loro interessi, a scapito delle popolazioni prese in ostaggio e strette in una morsa mortale. Ad aggiungersi alle tante difficoltà presenti, la diffusione dell’epidemia del COVID-19 dalla Cina al mondo, con misure di precauzione dovute e che però creano un clima di panico generalizzato con accenti xenofobi intollerabili e che sta già provocando una decrescita economica di cui ancora non è facile misurare sul piano internazionale le temibili conseguenze.

L’Italia in primis, considerando l’epidemia da COVID-19 un’emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale si è vista costretta ad adottare misure radicali tra cui la chiusura delle scuole e delle università, l’annullamento di conferenze pubbliche, di congressi, di eventi, di competizioni sportive dove sia prevista una concentrazione di persone, ma anche una limitazione dei viaggi per tentare di ridurre al minimo i rischi di contagio e probabilmente sarà seguita da molti altri paesi europei, tra cui la Francia anch’essa molto colpita dalla velocità con la quale il virus si sta diffondendo. Anche la Tunisia comincia ad essere colpita dall’epidemia ma al momento in forma ridotta. Ormai sono note a tutti le misure precauzionali da adottare, in primis il lavarsi frequentemente le mani e chiamare il Pronto Soccorso in caso di comparsa dei primi sintomi della malattia.

L’emergenza sanitaria non può però oscurare l’emergenza umanitaria. Lo scontro in Siria a Idlib tra le forze governative di Bashar al-Assad, sostenute dalla Russia di Vladimir Putin, e i ribelli nel Nord Ovest del Paese, sostenuti dalla Turchia di Recep Tayyip Erdogan, seminano morte ed è in atto un massiccio esodo della popolazione. In questi giochi tra potenze che permettono la diffusione di un virus molto più insidioso del corona virus, vi è anche la paura dell’Europa ad accogliere i sopravvissuti che secondo i dati dell’Oim, l’Organizzazione Mondiale per le Migrazioni sono ad oggi oltre 13mila al confine tra Turchia e Grecia (ma anche Bulgaria), tra essi donne e bambini costretti a vivere in condizioni indicibili. Ma com’è ben noto da sempre la guerra è anche guerra delle cifre, per cui la Turchia che vuole l’appoggio europeo nelle sue operazioni in Siria annuncia un esodo di milioni di persone, utilizzando una popolazione allo sbando per esercitare pressione politica. Intanto si scatenano i peggiori istinti, come abbiamo visto in Grecia dove gommoni di fortuna, tentando un difficile approdo, sono stati respinti con violenza e dove un centro per l’accoglienza dei migranti è stato incendiato. Inoltre, alcuni gruppi di abitanti di Lesbo hanno rivolto insulti e percosso i giornalisti, i fotoreporter e il personale dell’Unhcr, lanciando sassi contro un pullman della polizia, in un clima di estrema tensione tra Turchia e Grecia che si accusano reciprocamente della situazione venutasi a creare.

 Amnesty International in un suo comunicato parla di crimini di guerra. «Le scuole dovrebbero essere luoghi sicuri dove i bambini possono imparare e giocare, anche in una zona di conflitto. Colpire scuole e asili usati per scopi civili è un crimine di guerra», ha dichiarato Heba Morayef, direttrice di A.I. per il Medio Oriente e l’Africa del Nord, dopo il bombardamento di 10 scuole nelle province siriane di Idlib e Aleppo.» Non di migliore auspicio è la situazione della vicina Libia dopo la richiesta dell’inviato delle Nazioni Unite, Ghassan Salamé, di essere rimosso dal suo incarico per motivi di salute, poiché ciò rischia di compromettere i già fragilissimi tentativi di trovare un accordo di pace tra le diverse forze e milizie impegnate in una guerra senza fine. Anche in Libia come in Siria, gli interessi politici internazionali bloccano ogni tentativo di pacificare questi Paesi, teatro di rivalità regionali e internazionali che hanno poco da spartire con gli interessi dei popoli e delle nazioni.

A completare questo quadro sconfortante della situazione, l’annullamento a Tunisi delle manifestazioni culturali italiane, pillola luminosa in questa primavera del mondo, che tarda sempre di più ad annunciarsi.

 



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 844 – 196 [nuova serie]

NOSTRI PROBLEMI

La Tunisia non riesce a dotarsi di un governo dopo più di tre mesi dalle elezioni legislative. Dopo il flop di Jemli, il Presidente della Repubblica Saïed ha incaricato Elyès Fakhfakh di formare il nuovo governo. Il Primo Ministro incaricato fatica però anche lui a trovare un equilibrio tra le varie anime che compongono un Parlamento cos variegato e dove una maggioranza non riesce a delinearsi chiaramente dando così spazio a mercanteggiamenti infiniti sui possibili componenti del futuro governo. L’attendismo di una Tunisia già fortemente provata da un punto di vista sociale ed economico sta fortemente preoccupando i cittadini combattuti tra l’augurio che la composizione del governo proposto da Fakhfakh sia votata in Parlamento e la paura di dover andare a nuove elezioni.

Intanto la Commissione che stabilisce le leggi parlamentari e le leggi elettorali ha approvato la revisione del regolamento interno del Parlamento stabilendo che la rielezione del presidente della Camera e dei suoi due vice-presidenti sia votata annualmente. Vedremo se questa misura sarà effettivamente applicata.

La Tunisia ha ottenuto inoltre dalla vicina Algeria un prestito di 150 milioni di dollari dopo la visita, inizio febbraio, del presidente Kaïs Saïed con il suo omologo algerino, il presidente Abdelmajid Tebboune.

Questo prestito, è il terzo che l’Algeria concede alla Tunisia dal 2011 ed è significativo dell’interesse di questo Paese per consolidare maggiormente i legami economici e politici tra i due Paesi.

Una triste notizia ha colpito la società civile tunisina con l’annuncio della scomparsa, dopo una lunga malattia della blogger Lina Ben Mhenni, un simbolo della lotta per le libertà e per le donne una figura di spicco dell’eguaglianza dei diritti. Anche dopo la sua morte continua a far discutere i tunisini sempre divisi tra tradizionalisti e modernisti. Il 28 gennaio, il suo feretro è stato portato alla sua ultima dimora da donne, evento eccezionale nel mondo arabo e musulmano dove la bara è portata da soli uomini. Molti i commenti nei social, alcuni dei quali violenti, mostrando cos una vera spaccatura tra coloro che vorrebbero far evolvere le tradizioni e coloro che invece le considerano immutevoli.

Intanto per l’Europa, l’uscita ufficiale della Gran Bretagna dall’UE segna, per chi ha creduto e crede ancora che solo un’Europa coesa e forte possa essere una garanzia di pace, di progresso, di libertà e di potenza, un momento di grande sconforto. Certo le relazioni tra UE e Gran Bretagna saranno privilegiate ma sta di fatto che è la prima volta che un Paese esce dall’UE e questo, anche se ne minimizza le conseguenze, avrà un impatto psicologico sugli europei, dando un nuovo vigore, ahimé, agli euroscettici.

Per la Tunisia la Brexit non peserà sull’accordo di partenariato in vigore con l’UE poichè in particolare per le transazioni con la Gran Bretagna questo rimarrà immutato sino alla fine del 2020 e potrà essere prolungato per altri due anni: concretamente significa che la Gran Bretagna continuerà a rispettare gli accordi firmati tra Tunisia e UE sia commerciali che internazionali e sarà considerata dalla Tunisia come fosse membro dell’Unione europea fino a ratifica dell’accordo di partenariato tra i due Paesi.

Gli italiani all’estero ed in patria sono chiamati a pronunciarsi per il referendum del 29 marzo nel quale dovranno esprimersi in merito al mantenimento o alla riduzione del numero dei parlamentari eletti sia in Italia che nelle circoscrizioni estere. Riteniamo che il dibattito sulla questione sia stato falsato in partenza poichè ridurre il numero dei parlamentari riduce di fatto anche la rappresentatività degli elettori e all’estero in maniera ancor più percettibile, rendendo di fatto la voce degli italiani fuori d’Italia praticamente inudibile. Il dibattito che si era incentrato inizialmente su quanto percepiscono i parlamentari e sui vitalizi si è poi spostato sul loro numero: ci sembrano due cose molto diverse poichè non è la riduzione del numero che diminuirà le spese dello Stato né tantomeno che moralizzerà la politica ma al contrario diminuirà la forza di chi ci rappresenta.

Infine un plauso all’Inca Tunisi per essere riuscita ad aprire un nuovo sportello, presso la sede del sindacato tunisino UGTT, ad Hammamet, dove risiedono tanti pensionati italiani che non avranno bisogno di spostarsi a Tunisi ogni qualvolta avessero necessità di sbrigare qualche pratica.

E, dulcis in fundo, la mostra “Trame Mediterranee” organizzata dall’IIC e dall’Ambasciata d’Italia che espone la ricca collezione del Sen. Ludovico Corrao di Dar Bach Hamba. La fondazione che ha ormai chiuso le sue porte da alcuni anni, dopo la tragica scomparsa del Senatore, è stata per anni il centro di attività ed eventi culturali di gran rilievo che avevano ridato una vita intellettuale ad un quartiere che si era negli anni molto impoverito.

 



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 843 - 195 [nuova serie]

NOSTRI PROBLEMI

Il Mediterraneo saprà resistere ai venti di guerra che la politica internazionale sta soffiando su vaste regioni già martoriate da anni di conflitti? Dopo il raid statunitense in Iraq e l’uccisione del generale iraniano Soleimani, le minacce al momento verbali di conflitto tra Iran e Stati Uniti, la decisione iraniana di non accettare più limitazioni all’arricchimento dell’uranio, di minacciare l’esistenza di Israele, di cacciare dalla regione americani ma anche la coalizione anti Isis e, in più, le dichiarazioni minacciose di Trump riguardo il colpire 52 siti iraniani tra cui siti culturali, ha messo il mondo in allarme per i rischi di allargamento imprevedibili del conflitto. Come molti hanno scritto, il rischio è il contagio con effetti a dir poco drammatici per le popolazioni. In tutto questo caos una cosa è certa:

l’indebolimento dell’Europa che non riesce purtroppo ad avere il ruolo di mediazione che solo lei potrebbe avere. La marea umana presente al funerale del generale che scandiva slogan ostili all’Occidente ci da anche

la misura della capacità di organizzazione a larga scala delle masse del governo iraniano, tutti uniti da un nazional-islamismo che, in un momento di crisi, riesce a compattare il popolo. Più vicino a noi, un’altra guerra riecheggia sulle nostre vite, quella della Libia che in questi ultimi giorni subisce una escalation con l’avanzata del generale Haftar a Sirte, alcuni giorni dopo il bombardamento aereo sul Collegio militare di Tripoli con 28 studenti morti e 18 feriti, secondo il bilancio provvisorio. Forse ad accelerare questa escalation l’annuncio del premier turco Erdogan di intervento militare del suo Paese anche per via terrestre in Libia ed il voto del Parlamento turco che avvalla l’intervento a favore del governo di Sarraj.

In Tunisia si è svolta da poco la visita lampo di Erdogan, tra non poche polemiche, per il rischio di implicazioni nel conflitto libico, mentre si cerca una prudente neutralità del Paese con le parti in conflitto. La dichiarazione del Presidente tunisino Saïed, all’indomani della visita, precisa che la Presidenza della Repubblica “nega qualsiasi intenzione di far parte di una coalizione e rifiuta di unirsi ad una qualunque alleanza di parte.” Kaïs Saïed ha inoltre ribadito che “il territorio nazionale non può essere che sovrano” rispondendo così a chi temeva che la Tunisia avrebbe permesso l’utilizzo delle sue frontiere a scopo bellico e denunciando campagne diffamatorie della stampa e di parte dell’opposizione. Ancora una volta in questo sanguinario conflitto che da anni lacera la martoriata Libia, l’Europa molto indebolita non riesce purtoppo a mediare. Ci sembra che solo un’Europa forte e compatta possa, di fronte a tutti questi guerrafondai che ci circondano, portare un po’ di ragionevolezza: ma chi crede ancora nell’Europa, spaccata da venti divisori che sono letali per tutti noi?

Il governo Jomli fatica a costituirsi: dopo un primo annuncio di formazione del governo, la data di approvazione in Parlamento è slittata al 10 gennaio e forse oltre per il mancato consenso su alcuni dei nomi proposti per essere a capo dei ministeri come quello della Difesa, dell’Educazione e della Cultura. Ne parleremo nel nostro prossimo numero sperando che si costituisca al più presto un governo per la stabilità del Paese.

Se le minacce di guerra intaccano il nostro ottimismo all’inizio dell’anno nuovo, non meno drammatica la situazione australiana in cui il divampare di incendi vastissimi su migliaia di ettari di territorio, dovuti alla siccità ed al gran caldo non solo hanno e stanno ancora distruggendo parte del territorio, ma hanno fatto vittime umane ed animali ingenti. Un paesaggio infernale, dove le fiamme hanno distrutto tutto, un’aria irrespirabile e che ha ucciso ad ora quasi 500 milioni di animali tra uccelli, rettili e mammiferi. Le ultime piogge sono state salutate come un momento di tregua ma si teme nei giorni prossimi una ripresa forte degli incendi per cui permane un elevato stato di allerta. A chi dice che i cambiamenti climatici sono un’invenzione mediatica, guardare quello che sta succedendo in Australia dovrebbe servire da monito!

Agli australiani tutti ed in particolare alla numerosa collettività italiana ivi residente, la nostra più sincera solidarietà!

 



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