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  Zibaldone
 634 - “Abu Saïd” - Un racconto di Ciro Gravier Oliviero

 

Il Papa Clemente l’aveva proclamata e il Concilio di Lione l’aveva indetta, Dio lo voleva, e Luigi, nono di questo nome, santo re di Francia, partì. Presi il bastone e l’oriflamma a Saint-Denis, attraversò tutta la Francia in direzione del Mediterraneo.

Tre mesi dopo, all’inizio dell’estate, per questa ottava Crociata, l’esercito, composto di Franchi, Navarrini, Bretoni, Fiamminghi, Inglesi, Scozzesi, Catalani si riunisce à Aigues-Mortes, racchiusa nel suo quadrilatero di spesse mura, in fondo ai quieti metallici canali della Camargue. E finalmente, il primo giorno di luglio, dalla chiesa di Notre-Dame-des-Sablons, nel corso di una cerimonia solenne, il legato del papa benedice i seimila Crociati in partenza, assolvendoli sin da allora da ogni colpa che avrebbero commesso per liberare la Terra Santa dagli Infedeli.

         In piedi sulla prora della Montjoie, nel meriggio luminoso, rivestito del largo piviale blu ricamato di fiordalisi, Luigi riceve le acclamazioni del popolo accalcato lungo i canali bordati di croci, mentre teorie di monaci incappucciati e salmodianti incensano coi loro lunghi turiboli e spruzzano di acqua lustrale la nave che scorre veloce spinta dai remi e dal mistrale. Giunta in mare aperto, la squadra dispiega le vele e fa capo verso la Sardegna. A tutti è stato fatto credere che da lì si ripartirà per l’Egitto, dopo aver fatto sosta a Cipro. Invece si andrà dritti a Cartagine.

Ancora in piedi sulla prora, con il vento alle spalle che gli scompigliava i capelli, Luigi era perplesso. Come capo di stato, aveva l’obbligo di difendere la sua nazione, anche se la minaccia non era immediata né diretta contro i suoi territori; ma come cristiano era tenuto alla ricerca della pace e alla pratica dell’amore. Gesù non aveva detto: “Amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano”? Perplessità superata al pensiero che, da buon cristiano, non faceva che ubbidire al papa, e soprattutto all’idea che l’operazione d’oltremare – nient’altro che un pellegrinaggio armato (d’altronde non è forse la nostra vita terrena un pellegrinaggio verso il più santo di tutti i luoghi, la patria celeste?) - poteva concludersi con la conversione del Saladino e, conseguentemente, di tutti i musulmani, al Cristianesimo.

Ma l’esperienza vissuta venti anni prima alla precedente Crociata non era tale da incoraggiarlo. Sconfitto a Mansurah e fatto prigioniero, le regine Bianca di Castiglia sua madre e Margherita di Provenza sua sposa avevano faticato non poco a mettere insieme la somma richiesta per il riscatto. A sua volta, lui aveva subìto l’onta di essere accompagnato dal suo vincitore il sultano Turanscià alla nave mamelucca che lo riportava in patria. Avrebbe desiderato viaggiare vestito sobriamente, col sacco e la corda del pellegrino: ma gli erano stati imposti i sontuosi beffardi abiti regali.

Partito per difendere il Cristo, il Cristo non lo aveva difeso: la sua impresa per la gloria di Dio si era risolta in una cocente incomprensibile sconfitta. L’unica conclusione era che Dio era corrucciato per i peccati del suo popolo franco. E allora aveva instaurato nel suo regno l’intransigenza e l’intolleranza: purificazioni, digiuni e penitenze, lotta senza quartiere agli eretici, conversione forzata degli Ebrei, lingua e labbra tagliate ai bestemmiatori, rogo per le streghe... Non era bastato: e Dio – come già aveva agito col Faraone - aveva voluto il suo primogenito, togliendo così a lui il figlio più caro e alla Francia l’atteso delfino.

Ora che aveva purificato il suo popolo e se stesso poteva sentirsi pronto. Tuttavia, l’impresa era lunga e, per così dire, deviata e deviante: invece di presentarsi sotto le mura di Gerusalemme, la Santa, e scacciarne i Turchi, suo fratello Carlo, ormai padrone e re di tutta l’Italia meridionale e della Sicilia, e con fondachi e relativi interessi cospicui sulla costa africana, lo spingeva ancora più lontano, verso Cartagine, dove il sultano tardava a pagare l’antico tributo stipulato con Federico di Sicilia. Carlo aveva anzi in mente di rivendicare, grazie alle sperate vittorie del fratello, il titolo di re di Gerusalemme già appartenuto al grande Federico II e che spettava ai suoi successori, che egli aveva spodestato.  

Tuttavia, Luigi pensava che la Barberia era il paese musulmano più vicino alle terre cristiane d’Europa e, se egli fosse riuscito nell’impresa di convertire il sultano al cristianesimo, si sarebbero spalancate le porte verso l’Oriente e la Palestina: Gerusalemme sarebbe stata liberata dai tre pericoli che attualmente la minacciavano: i Mongoli pagani padroni della Siria, i Cristiani greci scismatici padroni di Costantinopoli, i Musulmani mamelucchi padroni dei Luoghi Santi. Di certo, era già un segno del Cielo che il sultano di Barberia Abu Abdallah El Mustansir b’Illah, il Vittorioso per Allah, fosse figlio di una giovane provenzale cristiana, fatta schiava dai Saraceni nel corso di una delle loro tante razzie. E si diceva che suo figlio Zakaria, l’erede al trono, era nato da un’altra cristiana.

Sono ormai trascorse due settimane: ecco finalmente in vista le rocciose isole Zembra, e più indietro, nella bassa foschia del mattino, si delinea la costa dell’Africa. E infine Cartagine! L’accampamento è eretto in mezzo alle antiche rovine, sotto un boschetto di pini odorosi e magri. I signori, che non hanno per nulla gradito il cambio dell’itinerario e la nuova destinazione, contestano il re Luigi.

- Perché approdare così lontano da Gerusalemme e far guerra ad un sovrano che parla tutte le nostre lingue messe insieme, capisce la nostra cultura, protegge i nostri commerci, apre chiese nel suo regno accanto alle moschee, e non ci è mai stato ostile?

- Dobbiamo convertirlo a Cristo Gesù. Sarà questa la base cristiana in terra musulmana, da dove puntare alla Terra Santa di Palestina. Dio lo vuole!

Giunge un messaggio di Carlo annunciante il suo prossimo arrivo, e poi un secondo annunciante senz’altra spiegazione il rinvio dell’arrivo a tempi non precisati.

I soldati sono tenuti occupati a scavare fossati. Di tanto in tanto, spuntano dal nulla nugoli di Berberi con le loro micidiali frecce avvelenate. Il caldo è insopportabile sotto le armature di ferro, e anche senza di esse. Il cibo comincia a scarseggiare. L’acqua del lago è stagnante. L’aria calda e umida è irrespirabile. Il calore decompone i corpi abbandonati negli acquitrini; aleggia col suo alito di morte e tutto pervade lo spettro del colera. Muore il conte di Nevers, muore il legato del papa, muore Giovanni il più giovane dei figli che Luigi aveva portato con sé, muoiono a centinaia i soldati.

Sale il silenzio della notte, sospeso come un tappeto di maioliche consunte sul mormorio di una fontana. Bougainville malve distese sui muri antichi come scialli sulle spalle delle donne di Provenza. Il limone e l’arancio stendono i loro rami verso il cipresso; il mirto e il gelsomino sorridono alle ninfee.

Perché, se i Cristiani e i Musulmani adorano lo stesso Dio, gli uni possono fare quello che agli altri è vietato? I credenti in Allah mostrano con fierezza e senza scrupoli le loro ricchezze, le loro mogli e concubine, l’incalcolabile discendenza di tanti letti, gioiscono dei piatti delicati e dei profumi più inebrianti. I credenti in Cristo provano un sotterraneo insopprimibile senso di colpa nel mostrare il lusso ottenuto dall’infinita miseria altrui, adulterio e pulzelle e anche i soli pensieri lascivi sono per essi assoluto divieto e grave peccato. Il loro paradiso è d’un monotono candore di nubi evanescenti: quello saraceno invece è ricco di alberi e frutti e popolato di cortei di donne come premi alla virtù!

Condannato al supplizio più infamante, Cristo è morto sulla croce per la redenzione dei peccati. Ma come ha potuto Iddio permettere che suo figlio venisse ucciso così, mentre non aveva voluto che Abramo sacrificasse il suo? Un antichissimo Concilio aveva escluso che questo non fosse successo e scomunicato coloro che predicavano la finta morte del Cristo. Ma i Musulmani avevano ripreso per loro conto quell’antica idea, e – più rispettosi dei Cristiani nei riguardi del Messia, il figlio di Maryam – cantinelavano in una loro sura “Non lo hanno ucciso, non lo hanno crocifisso: è soltanto sembrato così... Dio lo ha innalzato a sé”.

Perché Dio mi perseguita? Che ho fatto per meritare questo abbandono? E chi è quella fanciulla che ogni sera mi fissa coi suoi occhi neri e pungenti dal di là del fossato? Coppie di delicati orecchini di metallo vibrano alle sue orecchie, due doppie fibbie d’argento le fissano la stoffa granata alle spalle, una larga cintura le serra la vita sottile, e sprigiona l’odore selvatico del rosmarino.

Dopo lungo riflettere e dibattere interiore, Luigi ha deciso: appena avrà notizia certa dell’arrivo di Carlo, abbondonerà il campo crociato per vedere con i suoi occhi e vivere col suo corpo e la sua mente nel mondo di questi nemici così diversi eppure così somiglianti. La ragazza dagli occhi pungenti e i lunghi neri capelli sembra mandata da Dio stesso, e non aspetta altro che quest’uomo dai capelli color della paglia e gli occhi febbricitanti e insonni attraversi il fossato. E una notte illune della fine di agosto, liberatosi della pesante armatura, scavalca il parapetto del campo e inizia la sua ègira, sui passi del Profeta, ma in realtà dietro quelli della ragazza, silenziosa, flessuosa e rapida.

Non trovandolo al campo, Carlo sarà costretto a fingerlo morto. Un soldato spirato quella stessa notte è fatto credere re Luigi. Il suo corpo è messo a bollire in acqua e vino: le viscere e le carni andranno al re di Sicilia, le ossa raggiungeranno Saint-Denis; il cuore invece resterà a Cartagine, a palpitare d’amore per questa terra infedele.

Alle prime luci dell’alba, la ragazza si ferma. L’ocra della terra sabbiosa emerge dall’incerto chiarore in una tinta di fuoco, ed ecco il sole spunta all’orizzonte e s’alza nel cielo così rapido da infondere a Luigi l’angoscia del tempo che passa. Lo fissa negli occhi che per la prima volta lui vede così vicini da farvelo capovolgere. I suoi denti sono come un cofanetto di muschio di un mercante di profumi. La sua bocca una fertile pianura mai stata calpestata da alcuno.

- Non sei più il capo dei Frangi?

- Non più.

- Né dei Rumi?

- Né dei Rumi.

- Seguimi.

Il cammino riprende, più calmo, nella brezza del mattino. Nel silenzio circostante Luigi ode solo il fruscio degli uccelli che spiccano il volo dagli arbusti all’arrivo dei due viandanti o il rapido guizzare dei ramarri fra i ciottili. Nell’aria sempre più calda volitano api dorate. Più in alto, i corvi l’un dopo l’altro sembrano indicare la strada e tener compagnia.

Ben presto le ombre diventarono brevi e si rannicchiarono sotto i piedi. La ragazza scese una forra in fondo alla quale apparve come miracolo o magia l’acqua limpida e fresca di un oued all’ombra azzurra e frastagliata di calipsi piegati sulle due rive del fiume. Qua e là spuntavano ciuffi di iris, di narcisi e di gigli selvatici. Con gesti delicati e decisi, sciolse la larga cintura che le serrava la vita, ritrasse le fibbie d’argento che le fissavano alle spalle la veste color melograno, che le scivolò ai piedi, e fu nuda. Improvvisa inattesa apparizione di luminosa bellezza. Con balzi da gazzella, raggiunse l’acqua che scorreva placida e scintillante, e vi si tuffò. Fu come il fruscio dell’ala di Gabriele.

Luigi restò stupito e incantato. Nudità del corpo e dell’anima, materia e spirito, donna vera che s’offre e simbolo insieme di irrealizzabile desiderio. Toltosi anch’egli la veste ma restando nei bianchi pantaloni di lino, scese nell’acqua che lo avvolse in un abbraccio trasparente e fresco. Ora, sdraiato sulla riva ad asciugare nell’ombra silente accanto alla giovane supina e nuda, ne sentiva esalare il palpito leggero, il tepore del corpo e l’intenso profumo di donna. Così doveva essere la vita nel Paradiso Terrestre prima della colpa: l’uomo e la donna nudi e innocenti. Gli sembrava di aver appena ricevuto un nuovo battesimo. Gli sembrava di esser nato di nuovo per una nuova vita, non più prigioniero delle cose, senza più angoscia, interamente abbandonato nella fiducia in Dio. Libero e leggero. Finalmente capiva quello strano discorso del Nazareno:  “Non preoccupatevi per la vita, di quello che mangerete, né per il corpo, come lo vestirete. Guardate i corvi: non seminano e non mietono, e Dio li nutre. Guardate come crescono i gigli: non faticano e non filano. Eppure io vi dico: Neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro”.

Venne la sera e le nuvole si ingrossarono, cominciò a piovere come se il cielo fosse un’unica cataratta: ma essi avevano raggiunto una piccola altura e s’erano riparati in una grotta per la notte. Fu lei a concedersi. “Prendimi – gli aveva bisbigliato all’orecchio -. Io sono qui per te, e tu sei il mio destino”. Fuori della grotta, la pioggia stendeva una tenda di seta le cui pieghe agitate dal vento spruzzavano all’interno gocce irrequiete come fiammelle. Nessuno ebbe rimorso, entrambi erano felici, e si sentivano puri. I reciproci pensieri avevano attraversato i corpi già pronti ad accoglierli. Si erano donati in una vertigine di fremiti e palpiti. Nessun ostacolo tra sensi e cuore, bruciore  dei corpi e castità delle anime. L’alba li colse abbracciati e appagati nel sonno lieve. Respiravano immersi nella beatitudine dello sbocciar di una rosa. Le nuvole frastagliate si scioglievano al sole. Il tempo si era fermato.

Gli era stato offerto ed aveva gustato il frutto della conoscenza, ed ora voleva sapere.

- Chi sei ? – le chiese.

- Sono Jejìga, la figlia del serpente. Voi ci chiamate con disprezzo Berberi, ma noi siamo Masìri, Uomini liberi. Non ho mai conosciuto mio padre, ma una delle rare volte in cui me ne ha parlato, mia madre mi rivelò che era uno schiavo cristiano rapito nella tua terra, fuggito dal suo padrone, un capo carovaniere che lo aveva comprato al mercato di Tunisi, e sperdutosi poi nella desolazione del deserto di sassi. Quando aveva l’età che ho io oggi era stata cacciata dalla tribù perché lei era rimasta incinta e lui era morto punto da uno scorpione. Come Maryam, la madre del tuo e mio profeta, il dolce Aìssa Gesù, mi partorì una notte di luna nuova – era l’inizio di Ramadan - sotto una palma di datteri freschi e maturi. Ho trascorso la mia infanzia correndo a piedi nudi dietro le capre e raccogliendo i fiori del cardo. Appena fui donna, mia madre mi disse: “Va!”, e mi indicò la strada di Gafsa. Il vecchio sufi mi istruì nella lettura e nella scrittura, dell’alif e del bâ e del punto, mi parlò dei Profeti e del Messaggero, mi apprese a recitare le sure del sacro Libro, mi insegnò i novantanove bellissimi nomi di Allah e quelli degli astri ciascuno nella sua orbita e di tutte le splendide specie di piante ed erbe con le loro virtù, mi spiegò le direzioni del vento e la danza delle nubi. Mi svelò il mio destino scritto sulla tavola preservata, di essere una hurì sulla terra per un re non più re che cerca la sua strada. Quando arrivò il termine stabilito, mi disse: “Va! e segui la stella. Capirai che è il tuo uomo se abbandona per te la pesante armatura, capirai che sei la sua donna quando sfibbierai per lui la veste leggera”. Il resto lo sai.

Un giorno Jejìga scomparve, così come era venuta. Cristallo di miele scioltosi nella bruma cocente del miraggio. Conturbante corpo di donna svanito nel sogno interrotto dal fresco mattino. Perché? Forse aveva svolto la sua missione e non c’era più ragione di restare. Invero, tutto quello che avviene è incomprensibile e inesprimibile. Innumerevoli erano stati i giorni del silenzio quando a parlare erano i sorrisi e i gesti d’affetto, e conversavano a lungo gli occhi lucenti d’amore. Adesso gli rispondevano gli arbusti mossi dal vento, e sembravano dei muti seduti in crocchio a raccontarsi storie intorno alle pietre annerite, e i suoi occhi appannati di lacrime fissavano il vuoto infinito. La sua bocca era amara come le radici della ginestra. Era diventato come Giobbe fratello degli sciacalli e compagno degli struzzi.

Decise di tornare a Cartagine, da dove era partito. Tornare con la sua pace là dove aveva portato la guerra. L’amore di lei lo aveva preso quando lui stava uccidendo il suo popolo. Scelse Jebel El Manar, una scoscesa falesia su cui svettava una vecchia torre di avvistamento contro le razzie dei pirati cristiani. Nella solitudine e nel digiuno, rivisse l’intensità dei giorni e delle notti passate nello splendore del deserto con Jejìga, il cielo da coperta e la sabbia da cuscino. Scoprì che gli aveva fatto il Dono per eccellenza, cioè di essersi data senza nulla in cambio. Scoprì l’essenzialità dell’Amore e ne fu illuminato. Si sommerse in quella luce.

Rivedeva i luoghi mai visti davvero, ma ricorrenti nei suoi sogni quando era bambino, e che gli erano familiari come quelli in cui aveva trascorso l’infanzia: villaggi raccolti intorno a piazzette dove bisbigliava il filo della fontana all’ombra dei castagni, e tortuose stradine dirette alla gonfia cappella alitante di fresco, e piccoli giardini  variopinti di fiori e rigogliosi di meli, e branchi di pecore umili al pascolo sulle dolci colline, ulivi contorti dal peso dei secoli.

Rivedeva i luoghi in cui aveva trascorso l’infanzia, e gli sembravano irreali come quelli visti tante volte in sogno da bambino: biancastre casette dalle tegole rossicce disseminate pei campi bruni e raccordate da vaghi sentieri di lavanda lungo i quali ronzavano ostinate ed infide le api, e chiazze di fiori selvatici, e cani ringhianti dietro cavalli sfrenati, e un velo di bruma dietro scuri filari di puntuti cipressi.

Rivedeva nei volti dei laceri pastori che si arrampicavano sulle balze dell’erta collina e su quelli dei poveri pescatori laggiù sul mare profondo che talora venivano a chiedergli aiuto e consigli, chiamandolo Abu Saìd, gli stessi volti che tante volte gli si erano parati davanti sulle strade della dolce Francia e nella odorosa Provenza: volti tristi e corrucciati dalla stanchezza dei secoli su cui il sole ha steso una tinta brunita di ingenua innocenza. Ripartivano da lui consolati e felici. Ritornavano in gruppo alla fine dell’estate a ricordare i martiri caduti nell’ultima crociata condotta dal re dei Frangi che Allah aveva fatto morire di peste e il cui cuore si diceva sepolto e nascosto fra le rovine di Cartagine.

Aveva  superato  le frontiere dello spazio e del tempo. Aveva superato le frontiere dell’anima. Col tempo, il suo paese sfumava, le immagini ciascuna di per sè perdevano senso, si sovrapponevano, si confondevano per ricomporsi in un nuovo paese, inesistente e reale ad un tempo. Nello spazio, asini, campi, capre, cammelli, deserti appartenevano allo stesso tempo gli uni agli altri contemporanei, e lo spazio si popolava di assenti, i bianchi gelsomini nel verde delle siepi erano fresche ghirlande per le giovani berbere riottose, i glicini  malvi distesi sui muri erano scialli sulle spalle delle dame di Provenza.  In  fondo all’abisso,  il  vento  coi  suoi  sibili  creava  le  onde  nel mare turchese.  La luna era curva come un vecchio ramo di dattero.

Nella sua anima acquetata e serena, il Cristo si stagliava col suo netto profilo greco, i capelli rossi degli uomini del nord, la barba ondulata degli emiri d’Arabia. Mohamed gli sussurrava che il suo predecessore, il dolce Aissa, non era morto, come si voleva far credere: al suo posto, sulla croce, era stato inchiodato Giuda Iscariota. Iddio, clemente e misericordioso, non può abbandonare i suoi profeti. Giuda non aveva tradito: si era sacrificato per il suo maestro! E lui neppure aveva tradito i suoi: s’era solo messo in cammino per scoprire Dio. E Dio era dentro di lui! E lui lo aveva ritrovato attraverso l’amore e la gioia di una donna.

Gli tornava alle orecchie un’alba ermetica che un trovatore cantava tanti anni addietro in un castello limosino tra un tripudio di biancospini al suono della viola:

Mai più veder alba né giorno intendo

ché la più bella che da donna nacque

fra le mie braccia io tengo

e più cura non ho

né di geloso o d’alba

ed ora d’un tratto gli si dispiegava chiara ed evidente la metafora statagli così a lungo oscura. Quello che il poeta occitano celava sotto il trobar clus del suo fin’amor altro non era che la mistica catara: non il peccaminoso adultero amore per la Dama innominabile e inaccessibile né l’astratta dolorosa separazione dell’Amor cortese né la profana banalità di un qualunque patetico interiore dissidio e neanche un presunto mistico matrimonio con la Chiesa di Roma, ma l’Anima finalmente non più prigioniera del Corpo allo spuntare della vera Luce dopo l’oscurità delle prove, nostalgico Amore per lo Spirito che la Morte sola può render compiuto.

Gli si presentava prepotente alla mente il ricordo della strage finale degli Albigesi consumata a Montségur e quei duecentosette tra uomini e donne bruciati in un unico enorme rogo, due anni dopo l’inizio del suo regno. Alla fine dei suoi giorni, provava intensamente la dolce sensazione che quei martiri avevano predicata e che era stata così aspramente combattuta e falsamente creduta estirpata:  “Morire  non per stanchezza o paura o dolore, ma in uno stato di perfetto distacco dalla materia”.

Poteva finalmente dire con l’Apostolo: “Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede”. E poteva far sua la benedizione che Gesù invoca nel Corano su di sé: “Pace su di me il giorno in cui sono nato, il giorno in cui morrò e il giorno in cui sarò resuscitato a nuova vita”. Ormai la sua mente era senza barriere e i suoi orizzonti senza confini. Non più Oriente, non più Occidente. A Dio appartengono l’alba e il tramonto: da qualunque lato si volgeva, incontrava il suo volto.

 

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