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 748 - LA CITTA’ DEL DIARIO

 

In un lembo di territorio della Toscana che confina con l’Umbria, le Marche e l’Emilia Romagna, in una valle circondata da monti, protetta dall'Appennino, sorge la piccola cittadina di Pieve Santo Stefano, famosa per essere diventata dal 1984 la "Città del diario", grazie all’idea e all’iniziativa del giornalista e scrittore Saverio Tutino, che ha realizzato un Archivio per raccogliere e conservare gli scritti di memorie private, in un’ ala del cinquecentesco Palazzo Pretorio, sede del Municipio, superstite tra i pochi edifici rimasti del paese antico, andato distrutto quasi completamente durante i bombardamenti del 1944.

Oggi, nel complesso edilizio ristrutturato, una magnifica terracotta di Girolamo Della Robbia, La Samaritana al Pozzo (1510), accoglie il visitatore, prima dell'ingresso alla scoperta dei tesori manoscritti conservati presso l'Archivio diaristico.  Fra taccuini delle trincee di guerra, lettere d'amore dei secoli passati, diari di giovani chiusi a chiave con il lucchetto, racconti di migranti, segreti affidati a pagine di quaderni, spicca il Lenzuolo a due piazze che la contadina Clelia Marchi ha riempito di fitte righe con la storia della sua vita, composte con pazienza, con un pennarello, dopo la morte del suo amato marito Anteo.

L’Archivio diaristico di Pieve S.Stefano è un archivio pubblico, che raccoglie scritti di gente comune in cui si riflette, in varie forme, la vita di tutti e la storia d’Italia: sono diari, epistolari, memorie autobiografiche. E’ una sorta di casa della memoria: una sede pubblica per conservare scritti di memorie private. L’iniziativa ha attirato l’attenzione di studiosi e giornalisti anche fuori d’Italia perché esso serve non solo a conservare, come un museo, brani di scrittura popolare, ma vuole che in vario modo la ricchezza che in esso viene depositata dia frutti continuamente. Chiamato retoricamente "banca della memoria", è stato definito anche "vivaio", per il fatto che gli scritti del passato rivivono, germogliando di nuovo ad ogni stagione, e creando nuove forme d’attenzione alla diaristica.

Da qui è nata l’idea di incentivare l’afflusso con un concorso che si rinnova annualmente nei primi giorni di settembre, il Premio Pieve, grazie al quale in poco tempo sono arrivati più di cento testi e raccolte di lettere all’Archivio che nella sua sede adesso ne conserva più di 6000 ed è in continuo accrescimento. L’Archivio si avvale anche di una Biblioteca che con pubblicazioni inerenti la diaristica e memorialistica, studi sugli eventi della guerra e dell’emigrazione, sulla scrittura popolare e l’autobiografia, materiale documentario prodotto da tesi di laurea e dottorati di ricerca,  è divenuta uno strumento significativo e di supporto per gli studi condotti in sede.

L’Archivio dei diari per esaminare le opere ha riunito due gruppi di lettori: uno costituito da gente del posto - insegnanti e custodi, impiegati e studenti, il veterinario, un ingegnere, un commerciante e alcune casalinghe - e un altro gruppo formato da gente del mestiere: scrittori come Natalia Ginzburg, Luigi Santucci, Corrado Stajano, lo storico Paolo Spriano, il sociologo Vittorio Dini, la poetessa Vivian Lamarque, uno dei nostri maggiori linguisti, Gianfranco Folena e con lui studiosi, politici, giornalisti, scrittori: Giorgio Galli, Nazareno Fabbretti, Miriam Mafai, Nicola Tranfaglia, Maria Rita Parsi, Pietro Clemente, Mario Isnenghi, Maurizio Maggiani, Dacia Maraini, Beppe Del Colle, Rosetta Loy insieme con Tina Anselmi, Roberta Marchetti, Saverio Tutino si sono alternati con i cittadini di Pieve e della Valtiberina leggendo opere per premiarne una, per segnalarne altre e per gettare le basi della catalogazione di tutte. Così, un anno dopo l'altro, sono state messe in luce decine di testi di questa scrittura del vissuto in prima persona.

Sono stati indicati i pregi delle lettere di una giovane bidella di Bologna, scritte ai propri cari sullo sfondo dei drammi della gioventù sperduta di oggi, e il sapore antico di un epistolario di una contessa milanese dell'Ottocento che scriveva all'amante bersagliere; si è segnalato il valore civile del memoriale di un architetto romano, vittima di un attentato terroristico negli “anni di piombo”, e quello letterario di uno scrittore sconosciuto e naïf, che raccontava la sua vita in miniera e le sue avventure amorose; e ancora, fra tante altre, sono state messe in luce una poetica narrazione della propria vita, nelle sgrammaticate pagine di un contadino veneto, e la profonda angoscia di una ragazza che scriveva alla madre dalla comunità di San Patrignano, prima di togliersi la vita. Anche l'autobiografia di un contadino siciliano emigrato negli Stati Uniti ha avuto il riconoscimento della Giuria, così come il memoriale di un muratore del Sud e quello di una signora depressa di Arezzo, i ricordi di un emigrato friulano, di un calzolaio triestino, di una contadina bolognese, di un malavitoso romano e di un altro contadino povero della terra aretina.

In poco tempo molti editori hanno stampato una ventina di scritti premiati tra il 1985 ed il 2001, come l’editore Giunti, Baldini§Castoldi, infine Mursia, nel 1999, ha voluto essere l’editore del Premio Pieve, nel 2001 si è aggiunto un piccolo editore, Terre di mezzo, di Milano. L’edizione del 1999 ha premiato un testo scomodo, la storia di una giovane sarda che viene maltrattata dalla famiglia e dal marito e denuncia violenze e privazioni. Dopo molti rifiuti editoriali, questa vicenda è diventata un libro grazie all'intervento di una piccola casa editrice di Roma, Malatempora.

Così l’Archivio dei diari  ha “creato” una sorta di nuovo potere democratico, che consente a tutti quelli che scrivono di sé di essere letti da qualcuno.

Si calcola che il sessantacinque per cento degli italiani scrivono qualcosa: racconti di vita o anche solo lettere e diari. L'undici per cento di quelli che in Italia scrivono qualcosa, tengono un diario. Più o meno il sette per cento degli italiani trova a Pieve una risposta al proprio bisogno di essere letti in un'istituzione nata apposta per questo. Secondo gli psicologi, l'altra persona che leggerà le loro pagine è l'io ideale di ognuno di loro. Dal punto di vista istituzionale oggi l'Archivio dei diari è più simile a un'associazione culturale, vivente e attiva, che a un museo di materiali che invecchia sotto vetro, come in molti archivi. Ed è un'associazione assolutamente priva di scopi commerciali, tenuta in vita per lo più da volontari e, senza contropartita in denaro, si è accolti solo chiedendolo.

Insomma, ogni persona che si rivolge col proprio diario all'Archivio acquista qui un potere che non aveva. Si apre dunque per la prima volta, davanti ad ogni persona che vuol far leggere il proprio diario, un nuovo spazio di libertà civile per la soddisfazione di un bisogno primario e reale: quello di far durare oltre la vita fisica la propria identità. La memoria di ogni individuo può restare muta, se di essa non esiste una traccia scritta. Ma quando questa esiste deve essere conservata e protetta.

Il nostro Archivio dunque suscita e mobilita energie per ritrovare e conservare queste scritture e anche per rimetterle in circolazione.

L'idea di C.G. Jung, che il nostro io è frutto di tutto il tessuto culturale che lo ha preceduto, qui cerca di realizzarsi in un piccolo esperimento concreto.

L'Archivio rispecchia una coscienza umana moderna. L'uomo che non si rassegna a passare attraverso la fisicità dell'esistenza personale senza lasciare, se può, una traccia di sé, cerca un rifugio. Adesso ne ha trovato uno, minuscolo, ma alla sua misura, nell'Archivio di Pieve. Non basta all'uomo moderno sapere che tutto continua a vivere dopo di noi nell'insieme delle cose e nell'intelligenza collettiva. Così è nato il nuovo centro culturale dell'Archivio diaristico di Pieve Santo Stefano, che adesso è vivo e operante da ormai vent'anni.

In questo modo è nata una nuova letteratura, un filone non colto, forse “semicolto”, sicuramente dotato di vivezza e genuinità culturali che ha come materiale certi documenti personali, lontani dalla logica del mercato. Molti scrittori, giornalisti, professori e studenti frequentano l’Archivio; nel 2001 inizia la collaborazione con la casa di produzione di Angelo Barbagallo e Nanni Moretti ed alcune storie diventano “I diari della Sacher”, presentati con successo al Festival del Cinema di Venezia e Locarno e trasmessi poi da Tele+ e Raitre.

L’annuale manifestazione settembrina delle “Memorie in piazza” conferma ogni volta l’importanza del valore specifico di questa iniziativa, unica al mondo.

La festa annuale dell’autobiografia è diventata con gli anni anche l’occasione per incontrare organizzatori di altri archivi che sono sorti in diversi paesi europei sull’esempio di quello di Pieve.

La mia conoscenza dell’Archivio dei diari è molto personale; la sua “scoperta” è nata da una mia lunga ricerca per voler conservare, affidare e proteggere l’epistolario amoroso dei miei genitori, (lettere, cartoline e bigliettini, risalenti al periodo che va dal 1936 al 1943, anno del loro matrimonio), ad una istituzione che potesse realizzare questo mio desiderio. Inoltre, nell’edizione 2003 del Premio Santo Stefano, la giuria ha assegnato il primo Premio all’epistolario dei miei genitori; per me è stata una soddisfazione immensa. L’Archivio dei diari è curato e diretto da Loretta Veri, una donna che dedica la sua vita all’organizzazione, ai rapporti di cultura e di informazione con tutti coloro che desiderano avere chiarimenti su questa stupenda attività, che Saverio Tutino, all’inizio, l’aveva giustamente definita la “Banca della memoria”.

 

Adriana Capriotti

 

 

Il lenzuolo di Clelia Marchi

 

  

 

L’epistolario Capriotti-Pierluca

 


 
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