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 815 - Il Dialogo Inter-Mediterraneo

 

All’Istituto Italiano di Cultura, "Il dialogo Inter-Mediterraneo", Crisi attuale e Possibilità di Rilancio.

 

Giovedì 6 luglio, su un tema di grande attualità, l’Istituto Italiano di Cultura di Tunisi ha ospitato una tavola rotonda organizzata dall’Associazione O.Me.G.A. (Osservatorio Mediterraneo di Geopolitica e Antropologia) nel quadro di un progetto denominato “Rotte Mediterranee”, che si è già occupato di dialogo e rapporti internazionali nel Mediterraneo, anche in occasione di conferenze svoltesi tra Roma e Cagliari e supportate dalla Fondazione di Sardegna.

Il Presidente dell’Associazione, l’ammiraglio in quiescenza Enrico La Rosa, specializzato in Scienze Internazionali e Diplomatiche all’Università di Trieste e in Scienze Marittime e Navali, ha fatto parte di gruppi di lavoro della NATO in seno ad operazioni multinazionali di peacekeeping ed è stato addetto militare in Algeria ed ufficiale di collegamento tra la Marina italiana e quella bulgara.

La Rosa ha introdotto i lavori presentando l’Associazione fondata nel 2010 e che, nelle sue attività, si avvale del contributo di studiosi importanti e specialisti del settore come, per questo incontro a Tunisi, il Professor Marco Lombardi, docente universitario presso la Facoltà di Lettere e Filosofia della Cattolica di Milano, referente scientifico della Scuola Superiore della Protezione Civile, Membro dell’European Expert Network on Terrorism Issues, dell’Osservatorio per la Sicurezza Nazionale del Centro Militare di Studi Strategici, esperto del Ministero Affari Esteri e attivo presso svariati altri organismi e istituzioni impegnate nel campo della sicurezza internazionale.

Insieme a lui, anche il Dr. Germano Dottori, Professore di Studi Strategici presso l’Università LUISS, già consulente presso la Commissione Affari Esteri del Senato della Repubblica, Segretario del Gruppo di Ricerca di Geoeconomia del C.N.R., collaboratore della Rivista Italiana di Difesa, impegnato nel comitato scientifico della rivista di geopolitica Limes e titolare di numerosi altri incarichi in questo delicato settore.

Con loro, un altro importante conferenziere è stato l’Archeologo e Storico M’hamed Hassine Fantar, Professore emerito, uno dei massimi studiosi di storia e di archeologia fenicio-punica in Tunisia, figura di spicco della cultura in Tunisia e incaricato del Governo per il dialogo interculturale e interreligioso.

Alla tavola rotonda ha partecipato anche Souheil Bayoudh, regista documentarista e attivista politico tunisino, autore di documentari e cortometraggi sul tema della corruzione in Tunisia, sull’integralismo religioso e la situazione del Paese dopo la rivoluzione del 2011. Di recente ha presentato il suo ultimo documentario "Open the church" che affronta il tema del "Modus Vivendi", l'accordo tra Vaticano e Tunisia che regola l’azione della Chiesa cattolica in Tunisia. È anche intervenuto il professor Salah Hannachi, presidente dell’Associazione Culturale “Via Augustina”, il quale ha relazionato circa le iniziative in fase già avanzate sul territorio, nel settore del turismo itinerante e religioso. Iniziativa che, in questo caso, si realizza attraverso una serie di tappe volte a ripercorrere gli spostamenti in Nordafrica di uno dei padri della Chiesa, Sant’Agostino. A partire da Cartagine, con l’intento di riscoprire e restituire degli spazi in territori storici da valorizzare con attività culturali, si sviluppano dei percorsi tra loro seguendo una linea ideale storica, filosofica, religiosa, naturalistica e, naturalmente turistica. La “Via Augustina”, sul solco di analoghi e già collaudati esempi di valorizzazione, si propone di riprodurre i progetti già esistenti in questo campo in Italia, Francia, Spagna e altre nazioni.  

Per La Rosa, la tavola rotonda punta a consolidare delle linee di colloquio, di partenariato e di dialogo già esistenti in ambito Mediterraneo, definito più semplicemente “Med Med”, ossia Mediterraneo Mediterraneo.

I riferimenti ideologici e culturali, ritiene in sintesi La Rosa, hanno condotto gli Stati europei verso forme statuali democratiche, ma non hanno però portato ai risultati sperati all’inizio dal progetto europeo. Barcellona e Lisbona, ad esempio, sono delle meravigliose città ed hanno delle bellissime caratteristiche ma, per La Rosa, l’idea di una loro destinazione quali sedi per la definizione di trattati sul Mediterraneo è discutibile. Il presidente di O.Me.G.A., prima di passare la parola ai relatori ha ricordato alcuni dati statistici resi pubblici quest’anno da OXFAM, risultati alquanto indicativi circa l’entità del disagio economico e sociale che, in un certo senso, rappresentano anche indicazioni non trascurabili per quanto attiene ai “migranti economici”. Tra i vari dati forniti, infatti, ha riferito che: 8 persone nel 2016 possedevano da sole la ricchezza netta, quasi 426 miliardi di dollari, dei 3,6 miliardi di persone più povere del mondo; l’1% della popolazione mondiale, sino dal 2015, ha una ricchezza netta pari a quella del restante 99%; 1 persona su 10 deve vivere con meno di due dollari al giorno; nel mondo 7 persone su dieci vivono nei Paesi in cui la disuguaglianza è aumentata negli ultimi trent’anni; 10 tra le più grandi multinazionali, nel 2015-2016, hanno generato prodotti superiori a quanto raccolto dalle casse pubbliche degli ottanta Paesi più poveri del mondo; è di 124 milioni il numero dei bambini che potrebbero frequentare la scuola nei Paesi poveri, se venissero recuperati i proventi dell’elusione fiscale delle grandi corporations; 50% è la quota di emissioni inquinanti nell’atmosfera prodotte a livello globale da parte del 10% più ricco del mondo.

Marco Lombardi ha quindi preso la parola ricordando che il suo ambito di ricerca è, in particolar modo, quello della sicurezza, delle analisi della sicurezza e del rischio del terrorismo a livello internazionale.

“Vorrei invitarvi a condividere la prospettiva, il quadro generale nel quale voglio collocare le relazioni mediterranee e in particolar modo quelle tra la Tunisia, come Paese centrale del Nordafrica, e l’Italia” ha premesso Lombardi, continuando “In questi ultimi mesi in Italia abbiamo fatto diversi esercizi di previsione sul Mediterraneo, in questi giorni ne abbiamo in corso uno con le istituzioni italiane e la linea di previsione attualmente è il 2035. Quindi tutte le analisi che stiamo facendo sono a tale data, che cosa sarà il Mediterraneo e quali sono le tendenze da oggi al 2035?” “Certamente il punto di partenza è cercare di capire quale è la dinamica attuale, quindi quali sono i rischi che si corrono.” “In molti paesi del mondo l’insicurezza sta aumentando. Primo esercizio,” ha proseguito “sempre fondato sul presente, riguarda quelle che sono le minacce emergenti al 2017, quindi le minacce più probabili e più serie, che si intersecano e si incrociano con fattori economici, ambientali, geopolitici, sociali e tecnologici. È chiaro che i rischi ambientali e sociali siano considerati in aumento, ma io non credo che sia questa la cosa più importante, rispetto all’avere la consapevolezza del sistema di interdipendenze dei rischi che caratterizza oggi il mondo globale.” “Il sistema di interdipendenze, quello che siamo abituati a considerare negli esercizi di previsione e che chiamiamo effetto domino, fa sì che le cause di un fenomeno siano molteplici e che anche ragioni molto piccole possano determinare effetti rilevanti. Questo significa che prevedere il futuro è un esercizio molto difficile e che i modelli che abbiamo non sono diversi dalla possibilità che ci è data di prevedere il futuro usando i fondi di caffè delle tazzine.” Diretto e lineare, nella sua esposizione Lombardi ha presentato la sua analisi. “Questa non è una buona ragione per non cercare di prevedere il futuro, però deve essere una consapevolezza presente in chi sta cercando di prevederlo, perché l’incertezza del presente ingenera oggi delle novità che non sono comprese nei modelli interpretativi di cui disponiamo. In questa fase dunque abbiamo cercato di capire dove andrà il Mediterraneo, con esercizi sia a livello internazionale sia a livello delle nostre agenzie nazionali.” “Una delle frasi che ritorna più spesso è scritta anche nell’ultimo rapporto della National Security Agency (l’americana N.S.A.), riguardo all’area di cui ci occupiamo dice, in lingua inglese - virtually all of the region’s strenghts are going to the wrong direction -. (virtualmente tutti i trend che riguardano la regione di interesse stanno andando nella direzione sbagliata). Questo è l’incipit, l’avvio delle previsioni per il 2035 condivise di recente dalla N.S.A. È un allarme importante ma, ricordiamo che normalmente gli Stati Uniti rappresentano la più grande stupidità possibile nelle relazioni internazionali. In ogni caso, essi sono un grande Paese del quale ci interessa anche tener conto semplicemente delle opinioni che esprime, giuste o sbagliate che siano.” Il seguito dell’incontro ha portato i relatori ad esprimersi su argomenti di assoluta attualità, ne riportiamo i passi più salienti. È sempre Lombardi a spiegare la propria visione: “Rispetto all’area, il problema riguarda il fatto che le riforme politiche ed economiche, di cui l’area nordafricana avrebbe bisogno, si stanno muovendo più lentamente di quelle che sono le necessità che emergono dalla base di questi interessi. Insomma, in particolar modo la Tunisia si sta muovendo, si è mossa, in controtendenza rispetto agli indirizzi negativi, ma i processi avviati sono ancora dei processi lenti rispetto alle domande emergenti. Questo va a sottolineare in tutte le previsioni, l’emergere di attori extra-statuali capaci di rispondere in un tempo più breve ai bisogni della popolazione. Il rischio che corre tutta la regione è quello di una progressiva frammentazione in tanti piccoli pezzi sconnessi tra di loro o, oserei dire, che devono andare a trovare connessioni in modelli diversi rispetto a quelli del passato.” “Io credo anche che questo meccanismo di frammentazione sia qualche cosa che forse investe prima il Mediterraneo, ma è generalizzabile nelle tendenze che stiamo vivendo a livello globale, soprattutto nel Vecchio mondo, quello che va dalle coste africane fino al centro dell’Europa.” “Guardate che le tecnologie,” continua Lombardi “soprattutto quelle della comunicazione e dell’informazione, sono tecnologie che rinforzano queste forme di frammentazione, non aiutano la ri-organizzazione o la ri-coesione, ma frammentano il mondo in una pluralità di tribù che hanno il loro riconoscimento, le loro relazioni, in contesti diversi da quelli del - Sahara El Kebir - delle grandi tribù che hanno conquistato le sabbie del Sahara, ma in un mondo virtuale che ha il medesimo senso, soprattutto per i giovani nati negli ultimi vent’anni. Quindi la frammentazione è un orientamento politico ed è un’enorme difficoltà, perché essa genera incertezza nel pensiero, fallimento dei modelli interpretativi che abbiamo, e questo aumenta il rischio complessivo. Propongo un’idea, ma è un’interpretazione assolutamente problematica, lo riconosco. Secondo me la situazione attuale è quella che sta decretando il fallimento delle entità statuali costruite fino al secolo scorso, l’Italia, l’Austria, la Francia, l’Algeria, la Spagna, la Libia. Tutte queste unità statuali, così come le conosciamo, sono destinate a finire. La tensione che stiamo vivendo oggi è tra chi cerca di mantenere queste entità statuali, così come si sono fondate in questi ultimi duecento anni e, dall’altra parte chi, pensando che siano destinate a finire, sta cercando un nuovo modello organizzativo per forme politiche che su questa logica saranno necessariamente diverse nei prossimi trent’anni.” In chiusura d’intervento, Lombardi ha proposto sullo schermo della sala le immagini di cartine esplicative della situazione nel Mediterraneo, un contesto che lui da anni definisce the ring of fire, ossia il Mediterraneo a Sud dell’Italia, considerato una zona di conflitto diffuso e pervasivo ormai da anni. “Il contesto nel quale ci troviamo è quello di una guerra globale.” “Stiamo vivendo da anni secondo il nuovo modello della guerra ibrida. Dalla seconda guerra mondiale in poi siamo stati abituati a vedere una molteplicità di conflitti internazionali ma, usando un gergo informatico, fino a qualche anno fa essi erano - stand alone -. Quello che è successo negli ultimi decenni è la connessione tra i conflitti regionali. D’altra parte quello che abbiamo teorizzato con la globalizzazione, le interconnessioni, se sono dell’economia, se sono nei media, se sono in ogni struttura, perché non devono essere tra i conflitti? Questo la politica l’ha negato e continua a negarlo.” “Chiudo con questa semplificazione. Che cosa è importante e perché è problematica la guerra ibrida? Immaginate di avere un campo da gioco, in questo campo una squadra entra per giocare a football, un’altra squadra arriva per giocare a rugby, un’altra squadra ancora è lì per giocare a pallavolo e, infine, arriva un arbitro delle Nazioni Unite che crede di arbitrare un incontro di tennis. L’unica cosa che hanno in comune sono delle palle. La conclusione è che, infatti, oggi la Convenzione di Ginevra non funziona, il diritto umanitario non funziona, ci troviamo sul campo dei competitors che usano regole, strategie e tattiche diverse, l’unica cosa che hanno in comune è l’intenzione di superare l’altro, questo è il dramma di queste forme di governo.” Lombardi si riserva poi di discutere più avanti nella giornata degli interrogativi su come uscire da questa situazione. “Io credo” aggiunge “che il dialogo Med-Med, cioè rimettere al centro il Mediterraneo, nella pancia del mondo, sia il principio per cominciare a pensare forme politiche, forme organizzative e relazionali nuove. Credo che da questo punto di vista i nostri Paesi debbano fare molto, ricordo sempre che Tunisi (nella cartina geografica) è qui, e più a Sud c’è l’Italia rispetto a dove siamo noi adesso, perché Lampedusa è Italia ed è più a Sud di Tunisi. Quindi il liason c’è, è necessario ed è forte e il Mediterraneo lo fanno la Tunisia e l’Italia, certo non la Svezia, la Gran Bretagna, forse neanche i francesi.”

Ha quindi preso la parola il Professor Fantar, molto colpito dalle interessanti considerazioni emerse dall’incontro, registrando e rimarcando energicamente, la malaugurata totale carenza nel Paese per quanto attiene all’insegnamento della Storia. La conoscenza è per lui uno strumento indispensabile per la comprensione del presente. Bisogna fare molto di più per valorizzare la storia poiché è inammissibile che una gran parte dei tunisini ignori letteralmente la storia ed anche la geografia del proprio Paese. Per lui, giustamente, una simile tendenza va combattuta, bisogna impedire la corruzione del passato e di ciò che esso significa per un Paese che ha bisogno di crescere. Questo è uno dei problemi fondamentali che frenano lo sviluppo, come può altrimenti crescere un Paese nel quale i cittadini ignorano la propria storia, si chiede Fantar. E accaduto, per esempio per la regione di El Kef, che delle proposte di sviluppo regionale di quelle zone non abbiano tenuto nel debito conto delle molteplici peculiarità di quei luoghi. Flora, fauna, etnie, lingue, dialetti, insomma, esistono una serie di risorse e di potenzialità di cui occorre tenere conto ed esse devono essere valorizzate anche nel loro insieme. In proposito ha citato anche un’idea eccellente che l’Europa ha avuto, cioè la decisione di creare delle agenzie regionali per i luoghi che riuniscono diverse peculiarità territoriali e storico-culturali. Per quanto riguarda le divisioni e gli attriti che si vanno intensificando tra il Sud e il Nord dell’Unione europea, anche sotto le spinte migratorie che interessano il Mediterraneo, ha sostenuto che “non abbiamo a che fare con un problema di razze, è una questione di culture” ed ha esclamato “Anche noi siamo romani!” ricordando il grande passato della Tunisia ed alcune tra le tante figure di spicco che hanno caratterizzato la storia de Paese, anche al di là dell’epoca punica. L’influenza romana in Nordafrica dunque, arrivando a parlare anche della Cartagine di Sant’Agostino di Ippona e citando Tertulliano, cartaginese del II sec. d.C., figlio di un centurione romano. E a lui, tra l’altro, che si attribuisce un concetto di ”persona’’, ancora oggi fondamentale nella società occidentale, che intende l’individuo come un soggetto la cui natura umana è uguale per tutti. Tertulliano, ha ricordato Fantar, fu uno dei primi a parlare già da allora, in una lettera aperta al proconsole Scapula (autore di persecuzioni contro i cristiani), di diritti umani, di libertà di fede religiosa e della possibilità per ciascuno di adorare chi vuole. All’inizio del terzo secolo dopo Cristo il paese era cristiano, è stato sotterrato un periodo significativo del passato, secondo Fantar, è necessaria un’operazione di resurrezione, anche per valorizzare quel passato che ha lasciato uno straordinario patrimonio letterario e di vestigia da valorizzare.

Germano Dottori, intervenuto nel dibattito, ritiene che sia importante parlare a ragion veduta, ossia conoscendo i problemi che hanno interessato in passato ed interessano oggi il Mediterraneo. L’opinione pubblica americana, ha commentato Dottori, è ormai stanca della situazione e dell’idea di spendere delle energie intervenendo in giro per il mondo. Dottori è dell’avviso che, sebbene stiano attraversando un periodo difficile, gli Stati Uniti restano comunque la prima potenza militare, politica ed economica del mondo.

Una novità nello scacchiere mediterraneo ed europeo è poi legata alla riduzione della presenza degli Stati Uniti, si viene così a creare un vuoto geopolitico e altre nazioni si stanno dando da fare. “La Francia, l’Inghilterra e la Turchia, infatti, stanno proprio cercando di riempire questo vuoto geopolitico. E questa è stata una parte della strategia americana, rimpiazzare la presenza diretta dell’America con una sorta di equilibrio di potenze. Ciò è destabilizzante perché la ricerca di un equilibrio tra le potenze è un processo molto difficile.”

Dottori è intervenuto anche sul tema della solidarietà: “Va detto che esiste una crisi della solidarietà già prima dell’Unione europea, che si è accentuata con la crisi economica della Grecia. La soluzione della crisi economica della Grecia ha registrato contrarietà da parte della Germania e dei Paesi più ricchi.” “il caso della Grecia è stato come una sorta di lezione per tutti gli altri. E questa è una cosa che va capita, perché l’Unione Europea è costruita come un’unione anche economica, senza reale ridistribuzione dei profitti. Anche la moneta comune è amministrata in un modo che impedisce i trasferimenti di risorse tra gli Stati. D’altra parte, prima che gli Stati nazionali facessero parte dell’Unione Europea, era quasi normale che le regioni più ricche dessero del denaro quelle che avevano un ritardo nello sviluppo. Come nel caso dell’Italia, della Francia, etc.” “Se c’è un problema per sostenere i Paesi più deboli dell’Unione Europea, ce n’è uno ancora maggiore per sostenere quelli che sono all’esterno dell’Unione Europea, anche se essi sono strategici per la salute del progetto europeo.” Per quanto attiene alla distinzione tra guerra economica e guerra politica, ha spiegato che “dipende dall’interpretazione della storia. Io sono realista e credo che la lotta sia sempre per il potere, penso che l’uomo politico costruisca delle strategie in funzione dell’accrescimento del proprio potere politico. Se l’uomo politico avesse cercato dei profitti, probabilmente all’inizio della sua carriera avrebbe scelto di fare l’imprenditore. Egli cerca potere, prestigio, onore, il potere di far seguire ad altri la sua stessa linea, si tratta di questo. Io credo che oggi, dopo la fine della guerra fredda e le lamentele che il pubblico americano ha manifestato verso la politica molto aggressiva e gli interventi nel resto del mondo, il problema sia una crisi della leadership a livello mondiale. E l’Europa,” ha proseguito “che è stata costruita anche grazie alla leadership degli Stati Uniti durante la guerra fredda, si sta frammentando e non abbiamo molta scelta. Per gli europei si tratta di accettare la supremazia tedesca e stare alle regole del gioco stabilite dalla Germania oppure fare qualcosa di diverso.” “L’Italia ha pagato un prezzo molto alto alla supremazia della Germania. È in ritardo rispetto agli altri Paesi europei, ha perduto su larga scala la propria capacità produttiva industriale. Prima del progetto europeo produceva due milioni di veicoli all’anno, adesso quattrocentomila come la Romania.” “I Paesi che non aderiscono all’unione monetaria europea hanno realizzato delle performaces economiche molto migliori di noi che abbiamo sperimentato il partenariato tedesco. La Germania ha imposto le proprie regole al resto dell’Unione Europea, e il resto dell’Unione Europea ha una storia sociologica e culturale diversa. In Italia e in Grecia, per esempio, ci sono dei sindacati che molto politicizzati e che sono stati costruiti per la lotta di classe. In Germania i sindacati sono nei consigli di amministrazione delle imprese e sono interessati all’aumento della produttività aziendale. Come possiamo considerare uguali questi Paesi, non è certo sufficiente l’imposizione di una moneta comune ed una banca centrale che dettano regole alle quali tutti gli altri si debbono adeguare immediatamente. Questo non è affatto facile, non è possibile”.

Nel corso della conferenza, naturalmente, si è discusso anche del problema dell’immigrazione, con spazi anche alle per le domande del pubblico partecipante. Sull’argomento, chiarisce la propria posizione Germano Dottori: “È vero che l’Italia è sola, ma questo è accaduto perché quelli che la governano hanno dimenticato ciò che era scritto negli accordi di Schengen. L’Italia ha firmato liberamente quegli accordi ed essi dicono delle cose ben precise. Esistono delle frontiere interne e anche delle frontiere esterne e, i Paesi che hanno frontiere esterne rispetto alla zona Schengen, hanno il dovere di impedire l’immigrazione per ragioni economiche. Se si tratta di rifugiati è differente, perché non è una questione di Schengen, ma di Convenzione di Ginevra. Quelli che scappano dalla guerra o da persecuzioni politiche hanno il diritto assoluto di essere accolti. Il problema è che siamo difronte ad un’immigrazione nella quale i rifugiati rappresentano soltanto una minima parte. I trattati di Schengen non consentono invece l’ingresso a dei migranti economici che non abbiano titolo per restare nel nostro Paese, né di circolare in Europa.” “Di fronte ad un’immigrazione rapida e di massa avvengono delle reazioni molto pericolose. Gli elettori votano per la Destra e cresce la xenofobia quindi, la cosa più pericolosa è quella di non controllare il fenomeno. A meno che non si voglia vedere il nazismo al potere nel futuro in Europa, bisogna assolutamente fare qualcosa, è una questione di intensità dei flussi. È importante regolarli e trovare un sistema di dissuasione credibile, è questo il problema. L’Italia ha problemi nel condividere queste difficoltà, per far sì che i suoi partner europei accettino una posizione sui rifugiati. Loro rifiutano i migranti economici e chiedono all’Italia di rimpatriarli” “per la crisi, giocare la carta degli accordi di Schengen è un qualcosa che non appare dunque tanto consigliabile”.

Sulla sicurezza, interviene ancora Lombardi, “Il principio è sviluppare politiche di riduzione del danno a breve termine e politiche di prevenzione a lungo termine. La sicurezza nel breve termine significa - se tu mi vuoi sparare io ti sparo per primo – e, a lungo termine, significa che ti devo togliere le ragioni per le quali tu mi vuoi sparare. È molto chiaro, non c’è contrasto ideologico, la politica gioca a costruire un falso ideologico del contrasto tra il breve e il lungo termine. Si tratta di timeline differenti, per obiettivi differenti nello stesso domain che è quello della sicurezza.” “Le migrazioni” ha detto Lombardi “rimandano al tema centrale della mobilità che è un diritto. Noi stiamo subendo un’assenza di governo del fenomeno migratorio che ha ormai una storia decennale. In questo momento, a mio parere, ci dobbiamo spostare dal governo delle migrazioni, al governo della crisi generata dalle migrazioni. Il crisis management ha dei criteri che sono propri e diversi dalla gestione normale dei fenomeni. Il nostro Paese, prima l’Italia e poi l’Europa, sta per implodere se non gestiremo questa crisi.” “L’ho scritto di recente,” precisa “so che dò fastidio, ma i punti che ho sottolineato sono: - la Marina rientra a difendere entro le frontiere nazionali sul mare, - le ONG sono sottoposte al controllo diretto delle Law Enforcement Agencies italiane, - si rinforza la Marina libica perché all’interno dei suoi confini faccia quel che vuole, - si rinforzano i confini a Sud dell’area desertica per gestire in quel punto i flussi.” “Probabilmente ci aspettiamo 30 o 40mila morti in più. La conseguenza è che avremo almeno 200 o 300mila persone che non attraverseranno l’area. Questo è quello che a me serve adesso.” “È vero che ci sono delle regole, le regole ci legano, il potere si esercita nella misura della capacità di cambiare le regole. Le regole sono frutto della negoziazione, se non sappiamo cambiare le regole, noi siamo vittime perché non abbiamo il potere per farlo, è un problema nostro, non delle regole.” “Finora ho dato delle soluzioni più operative, che faccio anche a livello di governo, ma quello che dobbiamo cambiare è, secondo me, la nostra prospettiva nel guardare il mondo. Stiamo usando modelli cognitivi superati. Se viviamo una crisi, la crisi è un’opportunità di cambiamento, la crisi non può essere governata per tornare allo stato precedente alla crisi ed è altresì un’opportunità. La politica, tutti noi, parliamo di frammentazione e di mobilità come dato di fatto. Ma affrontiamo la mobilità e la frammentazione cercando compattezza per contrastare la frammentazione e controllare la mobilità, cioè due fenomeni, frammentazione e mobilità, che sono il futuro, vogliamo ricondurli al passato. Tanto è vero che la teoria politica tradizionale non può comprendere la frammentazione e la mobilità, la politica tradizionale ha espulso il tribalismo che è un risultato della frammentazione della sua teoria. La teoria politica tradizionale combatte il nomadismo in nome di un sedentarismo e, il nomadismo è il risultato della mobilità. Sia tribalismo che nomadismo sono fuori dalla nostra teoria politica, è una teoria vecchia, passatista, di Stati sedentari ottocenteschi, novecenteschi, fallimentari, superati. Altrimenti continuiamo ad arrabattarci su misure a breve che mettono delle toppe, ma se non cambiamo il modo di vedere il mondo, di avere una visione nuova - non è detto che la mia sia quella giusta - il nostro futuro sarà sempre limitato.” “Il luogo del nuovo pensiero è il Mediterraneo,” ha concluso Marco Lombardi “il luogo del nuovo pensiero è qui, è la cittadinanza culturale mediterranea che ci avvicina e, ricordo che il prof. Fantar ha parlato di romanità. L’impero romano “stay and expanding” è stato un’entità fortemente radicata ed in evoluzione, questo è stato l’impero romano nel Mediterraneo. “Stay and expanding” è il motto di daesh e del califfato che noi prendiamo, perché il califfato ci ha dato degli indirizzi interessanti mentre lo abbiamo combattuto”.

 

Cinzia Olianas

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