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  Immigrazione-Emigrazione
 767 - IMPRESSIONI DI UNA ITALIANA AL CAPO RIFUGIATI DI CHOUCHA

 

IMPRESSIONI DI UNA ITALIANA AL CAPO RIFUGIATI DI CHOUCHA

 

Tutto comincia con una  domanda.

Perché ho deciso di andare al Campo profughi  in Tunisia?  Per conoscere , vedere con i miei occhi un campo profughi, rendermi conto della condizione in cui vivono le persone che sono costrette a scappare dalle loro realtà. Ma ero molto in difficoltà perché preoccupata  di apparire come  la turista  che con occhio curioso e un po’ triste guarda le disgrazie di altri, sapendo che dopo qualche giorno  torna  a casa,  alla sua vita, ai suoi  privilegi,  alle sue  abitudini.

Al campo  Choucha -Ras Jedir

Alcuni rifugiati ci accolgono e ci fanno accomodare nella tenda  dove ci sono panche sgangherate in legno e alcune sedie di plastica, con un’unica lampadina  che pende dal centro della tenda. Dopo di noi entrano i rappresentanti di alcune  comunità presenti nel campo: Chad, Niger, Sudan, Egitto ,Palestina etc.  Si crea così una specie di cerchio, tutti di fronte a tutti, noi italiani di fronte ad una parte dell’Africa.

La possibilità di comunicare permette di conoscere, capire, a volte anche  condividere i pensieri e le emozione dell’altro. In quella tenda s’intrecciano  4 lingue: arabo, francese, inglese, italiano, le parole di ciascuno vengono in qualche modo tradotte in modo che un po’ ci si capisse.

Iniziano col  descriverci la situazione del campo. Nel 2011 il campo ha accolto più di 140.000 persone in fuga, donne e bambini compresi, di varie nazionalità in particolare dai territori sub-sahariani, che durante il regime di Gheddafi vivevano e lavoravano in Libia. Attualmente ci sono circa 1500 persone che  vengono divise  in tre gruppi. Una parte  di loro ha documenti, soldi e ha avuto la conferma che verrà accolta da altri stati. Un secondo gruppo ha  documenti e qualche fondo economico,  ma non sa dove andrà quando chiuderà il campo. Data prevista giugno 2013, tra 6 mesi. Il terzo gruppo, la minoranza,  le rimanenti  250 persone invece  non hanno documenti e la loro richiesta di asilo è stata rifiutata o in attesa di risposta. Nessuno li sostiene in quanto “inesistenti”. Secondo le autorità dovrebbero rientrare nei loro paesi, ma in  molti di questi c'è la guerra.  Da Ottobre 2012 non hanno diritto ai buoni per gli alimenti, i bimbi non bevono latte. Vivono con l’aiuto degli altri rifugiati.   I vari rappresentanti, ragazzi e uomini con posture e sguardi fieri, raccontano con lucida rabbia, più o meno esplicita,  la situazione e chiedono con chiarezza e coerenza di essere aiutati a risolvere il loro problema: trovare una soluzione per il loro futuro.   Mi sento paralizzata  dal  senso di ingiustizia, debole e indegna di fronte alla loro risolutezza e dignità. C’è voluta la pacatezza,  la sensibilità di Zied e Stefano per far comprendere loro che in nessun modo potevamo rispondere ai loro bisogni.  Si poteva respirare nell’aria il nostro profondo senso di impotenza. Non potevamo fare nulla,  solo stare  li con loro.  E’ intervenuta l’unica donna presente in tenda, madre di 7 figli  che con tono pacato e parole soppesate si rivolge prima ai suoi connazionali per dire che devono  ringraziare il governo tunisino che li sta ancora ospitando, aggiunge poi che tutti loro   dovrebbero ringraziarci  perché  siamo li con loro.  E’ calato il silenzio non c’è null’altro da aggiungere. Si sono scusati per la rabbia che hanno riversato su di noi e ci hanno ringraziati per averli ascoltati.

La capacità che hanno mantenuto, nonostante tutto, di  rispettare e onorare gli ospiti mi ha fatto sentire piccola e fragile.

Nel tempo dell’Incontro ho cercato di “sintonizzarmi” con i sentimenti, le emozioni  che riempivano quel luogo. Rabbia, sofferenza, delusione dignità  fierezza. Cercavo tra le emozioni  conosciute, già sentite, per poter così dare un nome a tutto lo sconvolgimento che provavo. Mi sentivo in balia della loro storie completamente destabilizzata, ma soprattutto delle loro voci, dei gesti e degli sguardi così fieri e disperati. Mi sentivo inadeguata,  in un’altra dimensione, in un altro tempo. In un’altra terra. Non riuscirei a quantificare quanto tempo è trascorso. Davanti a tutta questa sofferenza ero esausta.  Eppure avevo la convinzione di essere forte e provata dalla mia vita, dal mio lavoro che come operatrice  sanitaria i concetti astratti come salute-malattia, abilità-disabilità erano da me toccati quotidianamente. Ma qui a Choucha i l’idea di libertà   giustizia   libero arbitrio  li ho incarnati per la prima volta nell’incontro con loro al campo. Il tempo per  convertire questi  concetti  in volti, voci, gesti,  storie è stato assolutamente insufficiente.  Sono riuscita solo a sentire le distanze, le contraddizioni, le diversità rimanendo completamente disorientata, vuota, impotente.

 

Silvana Sartori

 

 

 

Campo rifugiati abbandonati di Choucha - Ras Jedir confine libico

 

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