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  Nel Mediterraneo-Maghreb
 792 - Europa dei valori e fenomeno migratorio

 

Nel quadro epocale del processo migratorio odierno dal sud arabo-musulmano del Mediterraneo  al nord europeo  è comparsa – lo ha evidenziato  S. Mattarella, presidente della Repubblica, nel suo video messaggio al Forum Ambrosetti di Cernobbio – “l’Europa della paura dei muri, dei veti: è l’Europa che  … alimenta nazionalismi e populismi”, mentre sarebbe necessaria “più Europa … con maggiore integrazione politica. Servono regole comuni  sul diritto d’asilo per superare con regole nuove  e condivise l’accordo di Dublino”.

Invero dinnanzi al magmatico flusso migratorio via mediterranea o via balcanica, ogni stato membro dell’UE interpreta a suo modo il diritto d’asilo sia per i profughi spinti da necessità economiche sia per quelli in fuga da guerre e persecuzioni politiche o etniche, cioè i rifugiati come i Siriani che a centinaia di migliaia oggi  fuggono dalla guerra civile in atto da quattro anni  nel loro paese. Basta tener presente, tra i paesi dello spazio Schengen dell’UE a cui è imposto di prendersi in carico i profughi che vi arrivano, l’ostinato  rifiuto all’accoglienza da parte dell’Ungheria e dei paesi della ex cortina di ferro, dimentichi dell’accoglienza  riservata ai loro abitanti dall’Europa nel lontano 1956  fino ad oggi. Come mai si è giunti a questa impasse dell’accoglienza dove l’UE rischia la sua implosione invece di presentarsi ed agire come una comunità unita dai suoi valori etici e civili oltre che potenza economica?

Dall’Europa dell’economia all’Europa dei valori

A nostro avviso le problematiche si focalizzano sui valori  della cittadinanza e della diversità  culturale che attanagliano in particolare l’area euromediterranea, posta di fronte al macroscopico fenomeno migratorio provocato dalla globalizzazione dell’economia neoliberale condizionata dalle strategie della geopolitica delle grandi potenze, in primis gli USA. Società in crisi in ogni campo e da una parte e dall’altra del Mediterraneo che, sotto angolature diverse, sono coinvolte nel turbine dell’incontro-scontro delle diversità etniche, religiose e culturali con effetti dirompenti sulle tradizionali culture e civiltà dove gli individui e le istituzioni devono rivedere ab imis profundis i concetti di cittadinanza e democrazia e la loro gestione nella realtà di ogni giorno quanto mai impegnativa. Tanto più oggi con l’escalation della guerra civile in Siria e l’autoproclamazione dello Stato Islamico (Daesh in arabo) da parte dei  terroristi jihadisti, che si sta formando  a cavallo tra Siria e Iraq malgrado i raid aerei della coalizione internazionale. Infatti oggi l’Unione Europea si trova in un impasse, incapace di agire come lo fu, ad esempio,  nel 2005 a proposito  del trattato per la  Costituzione Europea, su cui i paesi membri si divisero bloccandone  la ratifica. E’ bene richiamare brevemente alla nostra memoria, dopo il disastro della II guerra mondiale, la motivazione che spinse  coloro che lanciarono l’idea dell’Europa unita al fine di stimolarci nel nostro cammino per tradurre in realtà la nostra “patria europea”, momento indispensabile, propedeutico verso la cittadinanza universale: pegno per le generazioni future come propone il sociologo  E. Morin quando invita a realizzare un umanesimo solidale sulla “Terra-Patria” di tutti gli uomini (Pour une politique de civilisation, Paris, 2008, p. 5-7).

 In quest’ottica il preambolo del Trattato di Roma  del 1957  rispondeva all’intento di “gettare le basi per un’unione sempre più stretta fra i popoli d’Europa … e creare, istituendo una comunità economica, le premesse di una più vasta e profonda comunione fra i popoli per lungo tempo divisi da sanguinosi conflitti  e di gettare le basi di istituzioni  che diano un indirizzo a un destino  da oggi in poi condiviso”. 

Questo era lo scopo dei padri fondatori della Comunità Economica Europea  che poi evolverà  in Unione Europea nel 1992-93 (Trattato di Maastricht). Giova qui ricordare le parole di Robert Schuman che insieme a A. de Gasperi e C. Adenauer ne furono gli ispiratori : “Dopo due guerre mondiali  noi siamo convinti che la migliore  garanzia per la nazione non sta più in uno splendido isolamento né nella forza … ma nella solidarietà delle nazioni che sono guidate da uno stesso spirito e che accettano dei compiti comuni nell’interesse comune … siamo convinti che  noi dipendiamo gli uni dagli altri e che ci potremo salvare solo in una Europa moralmente unita  e politicamente organizzata”. Ecco il grande salto di qualità che noi oggi dobbiamo compiere:  passare da una comunità  dominata dall’economia del libero mercato qual è ancora oggi l’UE, ad una comunità inclusiva di valori: dalla democrazia alla solidarietà, dalla diversità alla fraternità umana. 

Europa dei valori di fronte alla globalizzazione dell’economia neoliberale

Processo inclusivo questo, rivolto non solo all’Europa ma aperto verso il mondo intero, soprattutto oggi  di fronte alle logiche economiche e finanziarie della  globalizzazione  che per lo più tendono ad escludere ed emarginare “tutti i sud del  mondo”, ricorrendo alle diversità etnico-religiose per provocare conflitti funzionali alle strategie della geopolitica internazionale. L’esodo in corso ci rivela che siamo di fronte ad una svolta cruciale a livello europeo: che tipo di sviluppo  vogliamo? Un economista francese, Michel Aglietta, ha detto: “L’euro a été conçu comme monnaie des marchés, il est temps de construire l’euro des citoyens”. Siamo riusciti  a creare un mercato comune con una moneta unica,  la quale è stata uno scudo di protezione efficace contro i ricorrenti chocs finanziari dell’economia mondiale. L’Europa economica è una realtà che si è imposta a livello mondiale,  ma la comunità economica per quanto essenziale,  da sola non può portare ad una comunità di valori soprattutto nei momenti critici in cui l’economia non tira com’è oggi,  e ci si rende conto che bisogna spartire la torta con altri partner. Ecco la necessità dell’euro dei cittadini, cioè l’importanza della società civile che promuova una nuova cittadinanza europea ed un nuovo concetto di sviluppo globale.  Tutti ci proclamiamo europei, ma abbiamo la sensazione che non tutti siamo figli della stessa madre:  abbiamo praticato il motto dell’UE “uniti nella diversità” traducendolo in pratica  nelle azioni della  nostra vita quotidiana, nelle nostre scuole, nelle nostre istituzioni politiche e sociali?  Abbiamo  dato la nostra disponibilità ad una vera compartecipazione dei vantaggi economici, dei valori e dei diritti e doveri  che l’UE implica? Oppure in piena globalizzazione ci stiamo trincerando dentro le nostre identità nazionali o peggio dentro la nozione di Nazione-Stato difendendo i nostri privilegi sociali costruendo muri e blindando le frontiere? Dobbiamo quindi promuovere una coscienza di cittadinanza europea, improntata ai valori dichiarati nel preambolo e nell’articolo due del Trattato: “L’UE si fonda sui valori della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello stato di diritto e del rispetto dei diritti umani. Questi valori sono comuni agli stati membri  in una società fondata sul pluralismo, sulla tolleranza, sulla giustizia, sulla solidarietà e sulla non discriminazione”. Oggi però,  l’UE è entrata in crisi di fronte alla globalizzazione e alle istanze umanitarie che provengono dalla regione euro-mediterranea: non serve a nulla erigere barriere, trincerarsi e far finta di niente. Bisogna far tesoro delle esperienze passate e innovare, trovare  formule che siano all’altezza delle nuove aspettative degli altri mondi che bussano alle nostre porte come accade ora di fronte ai biblici flussi migratori nella regione euro mediterranea. Insomma rivedere il nostro concetto di sviluppo: condividere i vantaggi economici ed eliminare l’illusione di una crescita continua ed infinita, rimetterci in questione e confrontarci al concetto di decrescita per liberarci dal consumismo sfrenato (vedi S. Latouche, Breve trattato sulla crescita serena, Torino, 2008) e promuovere nelle nostre società attraverso le istituzioni pubbliche e private, la nozione della cittadinanza europea  dove le identità vengono condivise e le diversità viste come ricchezza di risorse umane e materiali.  E proprio in questi drammatici frangenti storici, davanti alle folle di profughi che, imperterriti sulla via balcanica, aggirano muri, filo spinato, gas lacrimogeni, ogni ostacolo a costo della vita, per andare verso la libertà ed una vita migliore, si assiste al risveglio della coscienza europea malgrado le defezioni e le tergiversazioni di alcuni paesi membri dell’UE. La tragica foto di Aylan il  bimbo siriano di tre anni, riverso sulla spiaggia turca della città di Bodrum, ha scosso l’indifferenza di molti: dalla Germania della cancelliera A. Merkel al Papa Francesco con interventi rivoluzionari che aprono le porte dell’accoglienza a dimensione dei valori della civiltà europea. Tramite i mass media, Aylan è diventato l’icona del dramma di migliaia di migranti (tra cui centinaia di bambini) annegati nel Mare Nostrum nel corso dell’anno, risvegliando le coscienze dei popoli e dei governi europei, malgrado il rifiuto dell’Altro da parte dei governi dell’Europa dell’est, determinati a negare il diritto d’accoglienza coll’erigere barriere d’ogni tipo, o le accoglienze calcolate e selettive dell’Inghilterra dettate da meri interessi economici. Certo non bisogna illudersi che la generosa cifra di accogliere  500.000 migranti ogni anno da parte della Germania di A. Merkel sia ispirata solo a  puri motivi umanitari come lo é pure per altri stati membri dell’UE disposti all’accoglienza in rapporto alle loro possibilità, perché sono evidenti le motivazioni dettate da interessi socio-economici, in primis la cosidetta bomba demografica, cioè il fenomeno  del vistoso calo delle nascite e il crescente invecchiamento della popolazione europea i cui dati sono stati ampiamente sbandierati dai mass media.  Quindi l’arrivo di masse di giovani forze sia nel campo demografico che nel mondo del lavoro è per lo più ben visto dai governi e dalle società dell’UE, nonostante l’opposizione di partiti e gruppi sociali di estrema destra che, talora, sconfina in forme di aperto razzismo.L’Italia ne è direttamente coinvolta e non mancano i risultati positivi, ma da noi si agita in modo inquietante il problema della gestione di queste emergenze (dall’accoglienza all’integrazione dei migranti) viste le gravi derive socio-politiche sconfinanti in ogni campo, persino in quello mafioso (vedi il caso di “Mafia  capitale” a Roma e in Sicilia).

L’UE e la geopolitica nel Mediterraneo

Oggi nell’area euromediterranea, specificatamente a sud del Mediterraneo, dal Marocco al Medio Oriente, imperversano guerre civili, terrorismo e traffici d’ogni genere: dalla droga  al traffico delle armi e degli esseri umani.  Fenomeni questi, che incidono profondamente sull’evento migratorio delle popolazioni civili di quelle regioni in preda al marasma  della violenza. Caso macroscopico è la Siria dove la società civile è nell’occhio del ciclone di violenze, da cui sono già fuggite oltre  4 milioni di persone in Turchia, Libano e Giordania ed ora verso l’Europa. All’Europa non incombe soltanto accogliere e gestire il flusso dei migranti, ma assumere le sue responsabilità nel quadro internazionale. Senza soffermarci sulle innegabili responsabilità storiche della colonizzazione europea in quest’aerea, le cui conseguenze sono tuttora operanti nonostante la decolonizzazione degli anni cinquanta e sessanta,  si evidenziano nuove forme di colonialismo, dallo sfruttamento delle risorse energetiche agli interessi dell’economia neoliberale e della geopolitica delle potenze occidentali tra cui emergono in primis  gli Stati Uniti e i paesi dell’UE da una parte, contrastati dall’altra parte dalla Russia e  dalla Cina del gruppo dei BRICS.   Al di là delle contrastanti tensioni tra le singole politiche delle potenze regionali quali la Turchia di Erdogan memore della sua potenza ai tempi dell’impero Ottomano, l’Iran sciita a guida teocratica in contrapposizione ai regimi autocratici sunniti dell’Arabia Saudita e dei paesi del Golfo, si è venuta costituendo un’alleanza internazionale eterogenea tra le potenze occidentali  e quelle arabo-musulmane in reazione alla terribile presenza dei terroristi jihadisti dello Stato Islamico autoproclamatosi nel giugno del 2014 tra Iraq e Siria. Ma a fronte di questa coalizione che lega le potenze occidentali e quelle regionali come l’Arabia Saudita e l’Iran, emergono contraddizioni e contrasti che inficiano la sua efficacia e la sua credibilità, e condizioneranno la stabilità politica della regione:  innanzitutto l’incoerenza delle alleanze delle potenze occidentali, dettate da esigenze prettamente militari, economiche e geopolitiche al di là dei proclamati valori democratici come l’alleanza con l’Arabia Saudita dove il regime rigorista wahhabita nega, ad esempio, la  libertà di culto alle altre religioni o non esita a eseguire lapidazioni pubbliche; poi la volubilità di queste alleanze e il sovrapporsi dei cambiamenti nelle scelte politiche delle potenze occidentali nei confronti degli stati arabi della regione mediterranea, i quali a loro volta  hanno promosso e finanziato gruppi jihadisti  contrapposti come nella guerra civile in Siria o nello stesso Stato Islamico.   Da quattro anni  la guerra civile in Siria, iniziata contro la dittatura di B. Assad, continua in un alternarsi di fazioni contrapposte, istigate e foraggiate da stati esterni, per cui  si parla di “guerre per procura” come afferma il politologo americano I.  Brzezinsky, già consigliere della Casa Bianca. In questo drammatico quadro di violenze s’ingrossa sempre più la fuga biblica dei rifugiati: a quando la presa di responsabilità da parte delle potenze coinvolte in questo groviglio di lotte? Mentre i ricchi paesi del Golfo ponendosi dichiaratamente al di fuori dei diritti dell’uomo, rifiutano  rifugiati e migranti, l’Europa depositaria di questi diritti universali, non dovrebbe perdere l’occasione di riaffermarli.  E l’UE, direttamente interessata, assumerà le sue responsabilità per arrivare ad una soluzione di pace e giustizia per i popoli  della regione euro mediterranea al di là delle affermazioni verbali? Per questo è necessario un ritorno ai valori fondanti della cultura europea, è necessario che l’Europa osi imporsi come potenza civile e non soltanto come cinghia di trasmissione dell’economia mondiale e della relativa geopolitica, il che significa pensare ad un altro ordine mondiale basato sulla giustizia, sulla solidarietà e sulla pace più che sul profitto.

Michele Brondino  e Yvonne Fracassetti

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