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  Nel Mediterraneo-Maghreb
 790 - “Mediterraneo Sguardi incrociati”

 

L’eccezione Tunisia

 

Uno sguardo americano

 

Dopo il massacro nel museo del Bardo del 18 marzo scorso, il mondo intero ha gli occhi puntati  sulla  piccola Tunisia che sta portando avanti la sua contrastata, ma decisa transizione verso la democrazia: primo paese arabo-musulmano che ha dato avvio alla rivoluzione della “primavera araba” nel 2011.

Nella Tunisia del giovane M. Bouzid immolatosi in nome della « dignità e della democrazia» contro la dittatura di Ben Ali, nessuno avrebbe immaginato che l’evoluzione della primavera araba avrebbe portato allo scoperchiamento del vaso di Pandora del terrorismo islamico proprio nel cuore della capitale, nonostante attacchi precedenti come la strage di turisti avvenuta nell’isola di Gerba nel 2002 o l’attacco all’ambasciata americana nel 2012, né che fossero giovani tunisini, disillusi in patria ed attratti dalle folli promesse del sedicente stato islamico di Al-Baghdadi, a commettere l’eccidio del museo del Bardo e mettere in crisi le istituzioni e l’economia del paese.

In quest’ottica, tra i tanti saggi pubblicati da eminenti studiosi sulla Tunisia, ci ha incuriositi la pubblicazione,  in traduzione italiana, del saggio dello storico americano Kenneth J. Perkins,  Tunisia. La via pacifica all’indipendenza (Trieste, 2013)  che ci è apparsa interessante e insieme insolita.

Interessante perché, come confermato dal direttore della casa editrice Beit, Piero Budinich, che abbiamo sentito in merito, la scelta di pubblicare una riflessione proveniente da un’area esterna alla regione euro-mediterranea, diversa dai consueti storici dirimpettai francesi o italiani – i quali maggiormente si sono dedicati alla storia della Tunisia per ovvi interessi geostorici - può infatti essere l’occasione di uno sguardo meno implicato e di una voce fuori campo più obbiettiva, semplicemente “altra”.

 La sfida  è interessante ma risulta comunque insolita da più punti di vista. Innanzi tutto per quanto riguarda la veste editoriale che, a nostro parere, non rispecchia fedelmente il contenuto del libro. La copertina che, al dire dell’editore vuole simboleggiare lo sguardo dell’osservatore, e che viene definita (vedi risvolto di copertina) “Una donna musulmana prega in una moschea di Tunisi”  sposta comunque l’ottica dalla semplice osservazione storica alla questione religiosa, epicentro oggi delle tensioni e dei timori che scorrono tra le due sponde del Mediterraneo. In realtà, la lettura di Perkins, docente di storia all’università del South Carolina, rimane squisitamente  storica anche se non mancano riflessioni di natura sociologica per chiarire le posizioni e i mutamenti della società tunisina dal XIX secolo  ad oggi. Insolito risulta pure l’invito alla lettura storica del paese, rivolto ad un ipotetico viaggiatore in terra tunisina dato che questi raramente va a leggere libri di storia. Nell’introduzione infatti,  questo libro (così analitico e dettagliato) pare  non volersi   presentare come narrazione storica,  come abbiamo già  notato a proposito della copertina. A questo proposito, ci è parso un po’ ardita la scelta della traduttrice, nello sforzo di  accattivare il lettore italiano, di prendere a paragone la Padania per riferirsi alla superficie della Tunisia (p. 14).

  L’avvio del saggio con la descrizione del tragitto La Marsa-Tunisi sul TGM che attraversa  luoghi mitici – dai porti punici al porto di La Goletta, dalla collina di Byrsa al palazzo di Cartagine - si trasforma, scrive l’autore, “in uno straordinario viaggio nella  storia e nella  cultura della Tunisia” (p. 9). Invero riconosciamo che i dati geografici ed ambientali  assieme alle  caratteristiche storiche della Tunisia permettono di fare questo abbinamento:  è una caratteristica del Paese, che ne costituisce  il grande fascino e che in effetti non è estraneo alla sua apertura ad una civiltà plurale e moderna. 

Lo stile discorsivo/narrativo può all’inizio confermare questo invito, la sostanza però è che il lettore si dovrà addentrare in una vera analisi storica, molto puntuale, dettagliata, sostenuta da riferimenti documentari e bibliografici molto densi e precisi (vedi note ai capitoli e bibliografia). Da notare che i riferimenti sono pure inconsueti per un lettore mediterraneo:  sono principalmente di stampo anglo-sassone, altri francesi, quasi nessuno italiano malgrado si accenni marginalmente all’importanza della comunità italiana, la più numerosa. E’ appena accennata la “question italienne” che ha dominato per decenni le relazioni franco-italiane in Tunisia.

E infine l’ultima interrogazione viene dal titolo: Tunisia, la via pacifica all’indipendenza, (traduzione molto libera dal titolo originale A History of Modern Tunisia), il quale sembra affermare una specificità storica della Tunisia nell’affrontare i vari momenti cruciali del suo percorso storico con una spiccata capacità negoziale nel ricercare soluzioni di equilibrio. E’ chiaro che un accenno alla “via pacifica all’indipendenza” vuole richiamare l’attuale posizione della Tunisia all’indomani delle rivoluzioni della primavera araba, quale unico paese in grado di uscire dalla rivoluzione in modo costruttivo e democratico.

Ora, accennando ad alcune fasi storiche analizzate dall’autore a partire dalla colonizzazione francese, ci chiediamo se emerge realmente da questa analisi storica un profilo d’eccezione che farebbe di questo paese un modello per tutto il mondo arabo, argomento centrale nell’attuale critica situazione.

Preceduto dai contrasti delle potenze europee (soprattutto Francia e Gran Bretagna) per imporre la propria influenza sul beylicato tunisino, l’avvento del protettorato francese nel 1881 viene  considerato una  svolta epocale  dall’autore, che lo pone come l’avvio verso la modernità del paese a contatto con la civiltà europea. Tuttavia egli non dimentica i precedenti tentativi  di modernizzazione da parte dei  bey succedutisi al potere nel XIX sec. a partire da Ahmad Bey,  come la creazione della scuola militare del Bardo diretta da ufficiali europei, il varo della costituzione del 1861, la prima nel mondo arabo, poi messa in crisi dalle rivolte del 1864 ma represse con estrema  durezza,  l’apertura di scuole per la borghesia come la creazione del famoso Collège Sadiki nel 1873 da cui usciranno le future classi dirigenti che gestiranno la lotta per l’indipendenza. L’imposizione del Protettorato nel 1881 suscita una grande jihad contro gli infedeli colonizzatori soprattutto nel Sahel, ma l’esercito francese ormai padrone della situazione sconfigge le tribù ribelli del centro-sud, e con la Convenzione della Marsa (1883) la Francia governa il paese tramite il suo residente generale mentre “il bey  continua formalmente a regnare, ma non a governare” (p. 54 ), diversamente dall’Algeria divenuta territorio francese, dove l’elemento arabo locale è totalmente asservito ai francesi. Malgrado la progressiva colonizzazione del paese attraverso l’amministrazione francese e l’invadente presenza dei colons che s’impossessano delle migliori terre e delle ricchezze minerarie (lo sfruttamento delle miniere di fosfati a Gafsa prima da parte dei francesi e poi degli americani), l’autore mostra come la società civile tunisina si sensibilizza  all’idea di patria ed indipendenza con le nuove generazioni istruite ed educate alle idee di libertà, come lo furono i “Giovani Tunisini” della borghesia cittadina.

Tra le due guerre mondiali sorgono i movimenti contro la presenza francese con la creazione di partiti e di sindacati, tra cui emerge il Neo-Destur  che, sotto la guida  di H. Burghiba nonostante divisioni interne al partito, porta il paese all’indipendenza il 20 marzo 1956 tra drammatiche tensioni come la rivolta dei fellagha, cioè dei  contadini principalmente contro i colons francesi. I complessi mutamenti politici, sociali e culturali del lungo periodo burghibiano vengono narrati da Perkins in tutta la loro gamma di luci e ombre da cui si percepisce la  figura di Burghiba “combattente supremo”,  che plasma il suo paese dall’alto con riforme innovative come il Codice dello Statuto Personale, la Costituzione del 1959, l’istruzione obbligatoria per tutti, ma senza il concorso diretto dei cittadini, i quali infine si rivolteranno più volte ma verranno schiacciati dalle stesse strutture istituzionali del regime autoritario, creato dal “padre della patria”. Sullo sfacelo dell’ultimo periodo burghibiano avverrà il “colpo di stato medico” da parte del suo stretto collaboratore, il primo ministro Ben Ali, nel 1987.

Sempre con dovizia di particolari, viene esaminato il periodo Ben Ali nella continuazione del burghibismo nel quale egli si cala perfettamente  – scrive Perkins - portando avanti le riforme liberali ma venendo meno alle aspettative di ripresa del percorso democratico. Anzi, la lotta subdola contro i movimenti islamici, terrore di una società civile evoluta, impaurita dagli anni bui del terrorismo islamico della vicina Algeria, servirà di pretesto per fare tacere ogni opposizione, anche quella democratica e chiudere il paese nella morsa dell’immobilismo, dello strapotere e della corruzione che finisce per paralizzare la Tunisia. E’ da apprezzare la chiarezza con la quale vengono evidenziate le pesanti costrizioni delle istituzioni internazionali quali FMI e Banca Mondiale e persino la loro complicità pur di favorire il processo dell’economia mondiale: “Poiché un regime autoritario sembrava aver migliori possibilità di tenere il paese sotto controllo nel corso di questo difficile e turbolento processo di globalizzazione, i governi degli Stati capitalisti le cui economie non aspettavano altro che mietere nuovi profitti mediante l’espansione del libero scambio, ignorarono quando non approvarono silenziosamente, le inclinazioni autocratiche del RCD” (p. 240). E’ pure da apprezzare l’interesse dell’autore per la produzione letteraria e artistica tunisina, espressione di un multiculturalismo che ha saputo valorizzare diverse fonti culturali e amalgamare in particolare la cultura francese e quella araba attraverso il bilinguismo, ma anche attraverso una vocazione alla pluralità culturale che ha  favorito l’emergenza di artisti di levatura internazionale ai quali rende giustamente omaggio; uno sguardo che completa e arricchisce la mera analisi storica, come pure i numerosi riferimenti ai media, in maggioranza anglo-sassoni ma anche locali, senza trascurare nuove forme di espressività popolari che hanno veicolato le speranze dei giovani della rivoluzione oltre confine, ad esempio  quella dei rapper tunisini.

Non viene invece  evidenziata con la stessa lucidità, dopo la rivoluzione del 2011 le cui forze in campo sono dettagliatamente analizzate, la collusione tra il partito di al-Nadha al potere dopo le prime elezioni libere e i gruppi salafiti oltranzisti. L’autore fa, a nostro parere, una lettura molto generosa della capacità del movimento dei Fratelli Musulmani ad impegnarsi in un percorso democratico, passando sotto silenzio la vigilanza e la combattività della società civile  grazie alla quale verranno poi confermate  le  conquiste della costituzione del 2014. Quando Perkins scrive: “ al-Nadha dichiarò che la nuova costituzione non avrebbe fatto riferimento alla legge islamica come fonte  giurisprudenziale… ma che avrebbe ripreso la costituzione esistente, designando l’Islam quale religione di stato e l’arabo come lingua nazionale nel tentativo di costruire una solida base di consensi nazionale in grado di portare avanti il processo di transizione” (p.307), egli attribuisce a al-Nadha un merito che certamente non gli compete e non rende giustizia alla società civile tunisina scesa in piazza ogni qualvolta  il governo tentava di allontanarsi da una concezione laica dello stato, autentica sostenitrice delle conquiste dello stato moderno.

In questo senso riteniamo che l’eccezione tunisina alla quale vuole richiamarsi il sottotitolo del saggio, cioè la capacità – già palese nel suo accesso “pacifico” all’indipendenza, negoziato da una élite moderna -  di portar avanti una transizione democratica, difficile ma reale, sia in realtà molto più presente nella società tunisina odierna di quanto appaia nella narrazione storica dell’autore.

La Tunisia infatti ha dimostrato di essere l’unico paese uscito dalla primavera araba con una costituzione laica, una società civile che ne ha monitorato con caparbietà e competenza la riscrittura,  un movimento islamico (al-Nadha) allontanato dal governo senza violenze né colpi di stato, un governo eletto democraticamente, un paese capace di mobilitarsi contro il terrorismo islamico e di sostenere la sua appartenenza alla cultura islamica nel quadro di un sistema democratico. Tutto questo  è certamente il retaggio  di una storia nazionale che ha avviato nei secoli passati le premesse di uno stato moderno, che ha saputo trarre dall’esperienza coloniale non solo traumi ma anche una modernizzazione delle sue élites, che ha avuto con Burghiba una guida capace di rivendicare e di sfruttare il pluralismo storico e culturale, ancorato in un passato storico composito di cui il museo del Bardo, appena colpito, è lo specchio.

Oggi, ferito dal terrorismo, il popolo tunisino grida “La Tunisie restera debout”. Ce la farà questo piccolo paese? Un paese mite e  circondato da giganti impazziti, terra di passaggio per gli appetiti occidentali e le strategie geopolitiche schizofreniche che fanno esplodere il Mediterraneo per non lasciare che si consolidi un’alleanza forte dei paesi mediterranei in grado di contrastare le grandi potenze alla ricerca di nuovi equilibri. Certo, non dipende solo dalla Tunisia, anche se ne ha le doti. La globalizzazione economica e la geopolitica ci impediscono ormai di guardare alle singole storie con lenti nazionali.

                                                                                                                        

Michele Brondino e Yvonne Fracassetti

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