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  Cultura
 771 - TRE RACCONTI MORESCHI [2]

 

tre racconti moreschi

 

di delfino maria rosso

 

mi sono innamorato. succede. ma non sempre con tanta cocciutaggine. spesso non siamo noi a scegliere le cose. sono le cose che scelgono noi. così tutto iniziò nel 2003. quando arrivai, dapprima per gioco e poi per lavoro, a tunisi. ero già stato in altri  paesi arabi. ma con quel viaggio qualcosa cambiò. di certo io non sono veloce nel capire e valutare le situazioni. così l’innamoramento avvenne lentamente nel tempo che seguì. a tunisi ci andavo più volte nell’arco dell’anno. non tante. tre o quattro. e ogni volta era motivo d’incontro con qualcosa di nuovo. ma non più in superficie. in profondità. vivere una realtà non è come impararla sui libri. poco a poco, mi trovai di fronte a un fascino imprevisto.  non che io mi lasci suggestionare da ciò che è straniero. anzi. io sono troppo io per potermelo concedere. resta il fatto che ancora oggi ne porto i segni. di qui i tre racconti (1 - il tempo a ritroso 2 - l’azzurro non in vendita 3 – un angolo arabo-andaluso). non sono in grado di dire a quale data si riferisce il mio oggi. li ho scritti cucendo appunti dimenticati tra i tanti fogli di lavoro. e la mia memoria non mi è di aiuto nel ricostruire con esattezza quanto successo. so, però, di essere debitore verso la mia amica giornalista hanene zbiss, nipote del più famoso archeologo tunisino, di tante indicazioni  su quanto ho avuto modo di conoscere del paese tunisia.  nel ringraziarla qui la sollevo da ogni eventuale imprecisione narrativa da attribuirsi solo alla mia sventatezza. io poi  sono, e resto, responsabile dell’insolita scrittura.

 

2 - l’azzurro non in vendita

 

così ho imparato che il possesso non vale niente. non bisogna essere gelosi del proprio avere. facile a dirsi. eppure è così. se si vuole andare avanti. non importa se qualcuno deve pagare. di regola la parte più fragile. poi come si fa ad essere geloso di un colore. tra l’altro non lo si può nemmeno possedere. eppure io ho creduto fosse mio a sidi bou said. quando mi sono seduto, in un caldo pomeriggio d’estate, sullo scalino del negozio di musica (ma forse era di artigianato locale) lungo la strada in salita che porta al famoso cafè des nattes. a sinistra. salendo. se fossi un romantico dovrei  raccontare del mare di lì. non lo sono. forse perché non ho mai vissuto una spiaggia spensierata. io a volte guardo il cielo. ma per rincorrere le nuvole. invece racconto di un negozio dalla porta ad arco nel classico azzurro con i chiodi verniciati in nero. a due battenti ripiegati verso l’interno. dentro la bottega, riservata ai turisti, un ragazzo suonava un liuto. con lui feci uno scambio (tralascio i dettagli) guadagnai un piccolo tappeto tradizionale tra il beige e l’azzurro. ora fa bella mostra nel mio angolo arabo-andaluso (di qui il titolo del prossimo racconto) in torino. davanti a lui una lampada, geometricamente sfaccettata, dai vetri bianchi e azzurri separati da striscioline in ottone. ma l’azzurro che maggiormente mi porto dentro è quello a forma di vaso sospeso al centro di una finestra del mio sottotetto. di questo vale la pena di raccontare la storia. una narrazione s’incomincia sempre così. il mio amico samy (tunisino) mi invitò a visitare una vetreria artistica nei dintorni della città. non ricordo né il nome né l’indirizzo. lui sapeva del mio interesse per qualsiasi forma di espressione artistica. non ho mai catalogato gli artisti in professionisti e dilettanti. non so se vivo per professione o diletto. so di vivere. e tanto mi basta. mi ritrovai in un  grande spazio dedicato all’esposizione era possibile vedere (e ammirare) una infinità di oggetti in vetro coloratissimo. come sempre mi succede in queste suggestioni mi perdo. la sindrome di  stendhal mi coglie anche davanti a un semplice bicchiere (vuoto) di fattura artigianale. per la manualità provo sempre sconfinata ammirazione. finii, come al solito, nel laboratorio. sotto un vecchio bancone il mio vaso azzurro. ne chiesi il prezzo. mi fu risposto: non in vendita. e per nessun motivo. solo la mia puntigliosa ostinazione e la pazienza, che non si usa più, di samy riuscirono a farci scoprire il perché della impossibilità di fare l’acquisto. il vaso presentava una piccola sbeccatura sull’orlo. una ditta seria non poteva vendere un prodotto difettoso. quando decidemmo di andarcene, un po’ intristiti e senza aver comprato niente, il ragazzo, che ci aveva cortesemente seguito nella visita, ci consegnò un pacco. dentro il vaso. mi fu regalato. se ci penso ancora oggi, dopo anni, provo lo stesso stupore di allora. il mondo sa sempre stupirci con i suoi imprevisti. ma ricordo poi anche un altro azzurro. urbano. da centro città. l’azzurro di un tradizionale disinvolto hijâb su un paio di jeans cuciti addosso e sopra una corta maglia (che ricordo come lilla). due dita di abbronzatura  (vista di schiena) e un filo di azzurro, all’altezza della cintura,  si offrivano agli occhi increduli. i miei. degli altri non so. e poco m’importa. fu un azzurro da pochi passi. quelli che separavano la mia sedia al bar di avenue borghiba e l’angolo della via, maledettamente vicina, dove svoltò. mi venne in mente: devi sapere lasciar la tavola quando la tua parte ti è stata data. sono versi di una vecchia canzone di charles aznavour  anni ’70 che ho dovuto imparare a memoria. quanti azzurri. quanti azzurri mi porto dentro. io che non sono nemmeno un principe. compreso quest’ultimo mediterraneo. azzurro che non potrei mai vendere. forse regalarlo. ma non servirebbe.  per voi sarebbe come possedere un corpo in amore. non l’anima. lo so questo discorso porterebbe lontano. meglio lasciarlo cadere.

 

 

Sidi Bou Said – Cafè des Nattes

 

La leggerezza in azzurro sotto forma di vaso

 

 

 

L’azzurro del hijab tratto dalla memoria

 

 

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