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  In Tunisia
 771 - Alla ricerca della concordia ordinum

 

Il mosaico della crisi politica

 

Stato dell’arte della transizione tunisina

 

Il processo di transizione in Tunisia sta attraversando la sua crisi peggiore. Già l’omicidio di Shukri Belaid in febbraio aveva segnato un punto cruciale, scatenando un ampio dibattito sulla legittimità di un governo interinale incapace di mantenere l’ordine e la sicurezza. Il più recente omicidio di un secondo esponente dell’opposizione secolare, Muhammad Brahmi, avvenuto in luglio, ha acuito il malcontento.

A ben vedere questi due episodi, pur nella loro tragicità, rappresentano i colpi di coda dell’ampia insofferenza manifestata dal popolo prima ancora che dalle forze politiche d’opposizione. Gli slogan che invocano, quotidianamente, la dissoluzione dell’Assemblea Nazionale Costituente (ANC) confermano che la compagine sociale è disillusa: la transizione appare lenta, logorante e, a tratti, inconcludente. La Troika, la coalizione di governo che comprende gli islamisti di al-Nahda, Ettakatol e il Congresso per la Repubblica (CPR), secondo molti ha perso la legittimità che aveva conquistato grazie alle urne per via dell’inefficienza dimostrata in molte occasioni.

Il processo di transizione è stato avviato ufficialmente con le elezioni del gennaio 2011, appuntamento nel quale al-Nahda ha ottenuto la maggioranza relativa dei consensi: il 41% dei voti ha conferito al partito islamico moderato 89 dei 217 seggi dell’ANC. Ai componenti della Troika sono andate quindi tutte le cariche apicali: Hamadi Jebali di al-Nahda è stato nominato Primo Ministero (sarà sostituito da ‘Ali Larayedh del medesimo partito dopo l’omicidio di Belaid); Moncef Marzouki di CPR ha ottenuto la carica di Presidente della Repubblica ad interim e Mustafa Ben Jaafar di Ettakatol è divenuto il Presidente dell’ANC. Su un totale di 41 ministri, 19 sono membri di al-Nahda e 11 appartengono a partiti alleati. I partiti minoritari rappresentati nell’ANC hanno ottenuto i dicasteri rimanenti. Inoltre gli islamisti si sono accaparrati i ministeri più importanti: Affari Esteri, Interni e Giustizia. Infine, l’ANC, il cui funzionamento è disciplinato dalla legge fondamentale n. 6 del dicembre 2011, è divenuto l’organo legislativo eccellenza: quest’assemblea deve redigere la nuova Costituzione del paese e può adottare leggi ordinarie e formali durante tutto il mandato.

La composizione dell’ANC ha rivelato, fin da subito, la volontà degli islamisti di rispettare le promesse fatte in campagna elettorale: del numero totale di deputati, il 70,51% sono uomini mentre il 29,49% sono donne. Al-Nahda è rappresentato da 41 donne e 48 uomini, mentre Ettakatol e CPR soltanto da 3 e 5 donne rispettivamente. Ciò appare significativo per almeno due motivi: da un lato questo atteggiamento conciliante rispetto alle richieste della società civile ha contribuito a smorzare le critiche aspre che gli islamisti hanno ricevuto da quanti temevano una repentina islamizzazione della società, con conseguenze nefaste sul piano dei diritti civili e politici. Dall’altro lato, come si dirà più avanti, lo spirito moderato di al-Nahda ha fatto in modo che prevalesse una linea politica di certo molto pragmatica e meno ideologica, rispetto ad altri esponenti del cosiddetto Islam politico, attivi sia in Tunisia che in altri contesti nordafricani come l’Egitto. 

Questo è il punto di partenza per comprendere l’evoluzione della politica tunisina e il lento percorso di transizione democratica in atto. Un primo giro di boa è avvenuto con le dimissioni di Hamadi Jebali da Primo Ministro in seguito all’affare Belaid. Jebali aveva proposto la nomina di un governo di tecnici per far fronte al deterioramento delle condizioni di sicurezza. Tale gesto era indice di una “maturazione” politica e aveva segnato il passaggio di Jebali da uomo del partito a uomo dello Stato. Il direttivo di al-Nahda, di fatto, l’ha obbligato alle dimissioni, dimostrando di non gradire ancora questa trasformazione.

In maniera sostanzialmente analoga, alcuni deputati di orientamento secolare hanno minacciato di dimettersi dall’ANC a seguito dell’omicidio di Brahmi. Nei giorni successivi, sul finire di luglio, la “piazza” è stata lacerata da due fazioni: l’opposizione laica e democratica che ha invocato la dissoluzione dell’ANC e ha incriminato al-Nahda per l’accaduto e gli islamisti che hanno chiamato il proprio elettorato a supporto, quale evidenza dell’ampia base di cui ancora godono. In quei giorni (si era alla fine del mese sacro di ramadan), Fathi Ayadi deputato di al-Nahda accusava gli antagonisti di voler boicottare l’ANC, unico organo dotato di legittimità popolare diretta. A suo dire, ciò avrebbe innescato una dinamica del tutto simile a quella occorsa in Egitto, dove l’esercito, a seguito delle proteste di piazza, il 3 luglio ha obbligato alle dimissioni il Presidente Muhammad Morsi, membro della Fratellanza Musulmana, riducendolo agli arresti domiciliari. Finanche Ben Jafar ha richiamato all’ordine i deputati “dimissionari”, accusandoli di ingolfare i lavori dell’Assemblea. Taluni, come Hadi Ben Abbas, membro del CPR, hanno scelto di dimettersi dal proprio partito, in segno di protesta.

La Tunisia dei nodi gordiani

L’attuale crisi politica tunisina non è di certo la prima ma stavolta sembra aver assunto una nuova dimensione. I nodi irrisolti sono soprattutto i seguenti:

questioni legate alla sicurezza: all’uccisione di Brahmi, dopo quella di Belaid, ha fatto seguito un attentato alle forze di sicurezza dislocate a Mahdia e l’uccisione di otto soldati di stanza lungo il confine con l’Algeria. Di questo insieme di episodi sono stati accusati alcuni gruppi di salafiti radicali indicati come vicini ad Ansar al-Sharia ed alla brigata Uqba ibn Nafa. Al-Ghannouchi ha affermato che Ansar al-Sharia è legato ad al-Qa’ida nel Maghreb Islamico. Il numero dei suoi membri è stimato intorno a 5.000 unità che, come ha commentato lo Shaykh sono “molto isolati” ma nonostante questo sono “capaci di creare numerosi problemi”.

Il futuro dell’ANC: a seguito della fine del mandato dell’Assemblea, la società civile tunisina ha iniziato ad esprimere parole dure nei confronti dei “padri e delle madri costituenti”, accusati di non essere stati in grado di portare a termine il loro lavoro. Secondo i membri della Troika e soprattutto per al-Nahda, l’ANC deve mantenere pieni poteri e completare le consultazioni sulla bozza della Costituzione presentata a giugno, in modo da traghettare il paese alle nuove elezioni. Dal momento che l’esecutivo è un’emanazione dell’Assemblea, la dissoluzione di quest’ultima causerebbe anche la dimissione del governo. Il rimpasto ministeriale o la nomina di un governo tecnico, ipotesi invocate da più parti, potrebbe giovare da un punto di vista d’immagine cioè dimostrerebbe un atto di coraggio da parte della Troika. Tuttavia si potrebbero creare conflitti tra i due poteri, l’esecutivo e il legislativo, con conseguenti ritardi nel processo di transizione. Al-Nahda si è detta disponibile a formare un governo di unità nazionale ma rifiuta nettamente di fare un passo indietro rispetto alla legittimità democratica, sciogliendo l’ANC.

I rapporti delle forze politiche con l’UGTT: in concomitanza con la crisi egiziana e con le dimissioni del Presidente Muhammad Morsi, le forze politiche tunisine hanno avviato un ampio dialogo con l’Unione Generale dei Lavoratori Tunisini (UGTT secondo l’acronimo francese) che a sua volta ha lanciato un ultimatum dopo essersi appropriata del ruolo di mediazione. In verità, la Troika ha sempre cercato di evitare la marginalizzazione dei principali attori politici e sociali, ed è questa scelta che, ad oggi, ha contribuito al successo degli islamisti tunisini rispetto a quelli egiziani. La Troika è il più fulgido esempio del collaborazionismo tra partiti politici che in circostanze normali, probabilmente, non avrebbero potuto far parte di una coalizione.

Il sindacato ha scelto di rivestire un ruolo di mediazione ed ha proposto una road map che al-Nahda si è detta disposta ad accettare in linea di massima, cioè escludendo la dissoluzione del governo. Un incontro tra al-Ghannouchi e Houchine Abbasi di UGTT, è avvento il 19 agosto scorso. Nel corso della consultazione, sono state avanzate diverse ipotesi che prevedevano, in alternativa, la dissoluzione dell’ANC o del governo.

I rapporti di al-Nahda con Nidaa Tunis: il rapporto tra al-Nahda e Nidaa Tunis è sempre stato piuttosto teso. Il primo partito accusa il secondo di rappresentare il vecchio regime mentre il secondo accusa il primo di voler islamizzare la società e di essere andato ben oltre il mandato interinale conferito dalle elezioni. Secondo l’opposizione, infatti, al-Nahda ha iniziato un’opera di radicamento nell’apparato statale (ad esempio tramite la nomina tra le sue fila dei governatori provinciali) che conferirebbero al partito islamico moderato una posizione egemonica in vista della prossima tornata elettorale. Il contrasto si è acuito nei mesi passati, quando la Troika aveva proposto una legge sulla “immunizzazione della rivoluzione”, una legge che affermava di voler contrastare il ritorno sulla scena politica di personaggi collusi con il regime di Ben ‘Ali ma che, in sostanza, rischiava di penalizzare anche quanti avevano avuto solo un rapporto superficiale con i precedenti governi. Il timing sospetto di questa proposta ne lasciava intendere la natura politica e discriminatoria.

In tale contesto, al-Ghannouchi ha dichiarato che il progetto di legge in questione non è stato sospeso ma la discussione è stata rinviata a data da definirsi. Munir Arjud, Presidente della Lega per la Protezione della Rivoluzione, non si è detto preoccupato poiché l’organizzazione che dirige è risoluta e “combatterà per applicare queste norme”. Lazher Akremi, portavoce di Nidaa Tunis, ha invece commentato questo provvedimento come una legge di esclusione che pretende di fare le veci di un’ordinanza giudiziaria.

La sospensione del dibattito intorno a questa legge dimostra un’inversione di tendenza, tanto più che, il 15 agosto scorso, al-Ghannouchi ha compiuto un viaggio a Parigi per incontrate Beji Caid Essebsi, leader di Nidaa Tunis. Nel corso dei colloqui, lo Shaykh di al-Nahda ha auspicato la creazione di una “relazione amichevole” tra i due partiti che “hanno bisogno di cooperare”. Inoltre, la dissoluzione del governo Larayedh non è più data come impossibile ma è divenuta una possibilità negoziabile. 

Il contesto regionale: se la Tunisia impara dall’Egitto

Non c’è dubbio che l’Egitto sia il più importante dei “paesi della Primavera”, sebbene la Tunisia abbia dato il via alle danze. L’Egitto è il paese più popoloso del nord dell’Africa, nonché un baluardo culturale dell’Islam sunnita. La sorte della Primavera egiziana, quindi, rappresenta l’ago della bilancia per tutti gli altri movimenti di protesta al punto che l’accordo tra la Troika e l’opposizione, in Tunisia, è stato incoraggiato dall’Unione Europea (cioè Francia e Germania) e dagli Stati Uniti proprio per evitare il contagio dell’inversione di tendenza verificatasi in Egitto.

Le negoziazioni in corso potrebbero salvare il governo di Larayedh e l’ANC di Ben Jafar, sacrificando la Presidenza di Moncef Marzouki che passerebbe a Essebsi. Un rimpasto ministeriale potrebbe introdurre alcuni tecnici, specie in settori come la sicurezza nazionale e l’economia. Si tratterebbe di una mossa ardita e densa di significati politici. Essebsi viene descritto dai suoi detrattori come un esponente del deep State, l’insieme delle cariche pubbliche “sommerse” che dispongono di grande autorevolezza. Qualche dato chiarisce il concetto: Nidaa Tunis è stato fondato nel giugno del 2012 ed è stato autorizzato già il mese successivo. In quello stesso periodo sono stati autorizzati anche altri partiti, come la formazione pan-islamica Hizb al-Tahrir e il partito salafita Jabhat al-Islah. Questa liberalizzazione del sistema partitico è in linea con i dettami della Troika di formare uno scenario multipartitico e competitivo ma è anche una soluzione di comodo, dettata dall’inevitabile compromesso politico. Soprattutto al-Nahda, che ha perso numerosi consensi in questi due anni, sa bene che ha bisogno di un solido alleato.

Facendo leva sulla retorica democratica, al-Ghannouchi ha sempre sostenuto che la nuova Tunisia deve dare spazio a tutti gli schieramenti che rifiutano la violenza. Lo Shaykh ha rivelato in più occasioni di credere fermamente in quella che i politologi chiamano moderation theory, l’idea che i partiti più ideologici e radicali, inseriti a far parte di un sistema (dunque istituzionalizzati), saranno disposti a rivedere le proprie posizioni in cambio di seggi in Parlamento. Nei confronti dei salafiti questa strategia non ha dato i suoi frutti, se non altro per due motivi: a) non sono ancora state indette elezioni che possono testimoniare l’avvenuta moderazione; b) la scena dei cosiddetti salafiti è di fatto monopolizzata da Ansar al-Sharia che ha catalizzato l’attenzione per i collegamenti con le uccisioni di Belaid e Brahmi. Di recente l’organizzazione è stata anche inscritta nella lista delle organizzazioni terroristiche. Se consideriamo che l’anno scorso al-Ghannouchi aveva preso parte al primo raduno annuale di Ansar al-Sharia organizzato a Qayrawan, che il secondo raduno non è stato permesso durante lo scorso maggio e che l’altro leader di al-Nahda, ‘Abd al-Fattah Muru, è stato più volte percosso da ignoti salafiti per le sue posizioni “troppo moderate”, si comprende in pieno la parabola discendente dello sposalizio intra-islamico.

Al-Nahda ha bisogno di un alleato con cui formare un’ampia coalizione e che le consenta non solo di superare la crisi attuale ma anche di restare sulla scena in vista delle prossime elezioni. Del resto, il partito islamico ha già mostrato una buona dose di duttilità e pragmatismo in occasione delle negoziazioni su alcune parti della Costituzione. Basti ricordare come esempio che in occasione del dibattito sul possibile inserimento della Sharia nella carta costituzionale, i deputati di al-Nahda avevano votato positivamente, salvo tornare sui propri passi per uniformarsi alle decisioni dei ranghi del partito al di fuori dell’ANC.     

Che al-Ghannouchi e Essebsi si siano incontrati a Parigi non deve quindi suscitare scalpore, dato l’acume politico che caratterizza entrambi. Inoltre le missioni diplomatiche di Germania e Stati Uniti hanno contribuito a favorire il dialogo, svolgendo un ruolo di mediazione. In seguito all’incontro si vociferava che uno scenario plausibile sarebbe stato il seguente: Larayedh avrebbe potuto mantenere il ruolo di primo ministro ma soltanto se affiancato da sottosegretari di Nidaa Tunis in materia di economia e sicurezza. Se ciò fosse vero, al-Nahda riuscirebbe a rafforzare la propria posizione e si sgraverebbe di fatto dalle pesanti responsabilità legate al disastro della politica economica.

Ben Jafar, con buona probabilità, dovrebbe restare al suo posto, dal momento che riesce ad avere forte influenza sia su al-Ghannouchi che su Essebsi. L’ANC però potrebbe essere privata di alcune prerogative, specie sul versante legislativo, restando salva la sola funzione costituente. A saltare del tutto sarebbe la figura di Marzouki e dei ministri provenienti dalle sue fila. Secondo alcuni analisti, tra le forze politiche tunisine si sta sedimentando l’idea per cui la sua nomina sia stata soltanto frutto di un errore di valutazione. Se questo quadro dovesse concretizzarsi, è chiaro che il CPR uscirebbe dalla Troika, sostituito da Nidaa Tunis. Ad altri partiti del Fronte di Salvezza Nazionale (come al-Massar e l’Alleanza Democratica) sarà richiesto un atteggiamento propositivo e per nulla ostile. Zeineb Turki, membro di al-Jumhur, ha sottolineato che “il Primo Ministro dovrebbe essere indipendente, competente e soprattutto al di sopra delle parti”. Queste posizioni cautamente ostili agli islamisti potrebbero essere accantonate, qualora Nidaa Tunis riuscisse ad attrarre a sé le posizioni dei partiti minori.

Ciò che rimane ignoto è il modo in cui tanto al-Ghannouchi quanto Essebsi riusciranno a convincere le rispettive basi, minimizzando i rischi di fuoriuscite o perdita di consensi. Durante una conferenza stampa, il 15 agosto, il leader di al-Nahda ha detto che “gli islamisti manterranno il potere e anche il governo resterà in carica”. Si tratta probabilmente del primo passo verso quella strategia di persuasione pubblica usata da al-Nahda che, fino a questo momento, si è rivelata ottimale. Ben più complesso è il compito di Essebsi dal momento che, in un certo senso, la stessa nascita di Nidaa Tunis è avvenuta come reazione agli islamisti.

Un governo misto: via d’uscita o alibi?

Il 24 agosto, il Fronte di Salvezza Nazionale e 60 deputati che si sono dimessi dall’ANC hanno dato il via alla campagna “Erahil” inneggiando alla dimissione del governo Larayedh e alla dissoluzione dell’Assemblea. Nonostante gli incontri con esponenti di Nidaa Tunis e del sindacato, la crisi non è stata ancora stata scongiurata. Ciò ha reso necessario un nuovo vertice d’emergenza, questa volta limitato ai soli membri della Troika e tenutosi il 30 e 31 agosto. Le delegazioni comprendevano al-Ghannouchi, Sahbi Attig e ‘Abd al-Latif Mekki di al-Nahda, Mouldi Riahi di Ettakatol, Imed Daïmi e Haithem Ben Belgacem in rappresentanza del CPR.

Una delle proposte formulate sarebbe stata la seguente: chiusura delle concertazioni alla fine del mese di agosto; formazione di un governo tecnico e indipendente; dimissioni del governo Larayedh ma solo alla fine del mandato dell’ANC, cioè al termine dell’adozione della Costituzione e della nuova legge elettorale. Di certo non tutti i membri di Nidaa Tunis sono favorevoli a una distensione con gli islamisti. Khemaïes Ksila, ad esempio, si è detto assolutamente contrario a qualsiasi negoziato e rimane fermo nella richiesta di dissoluzione dell’ANC e del governo, appoggiato dai deputati che hanno lasciato l’incarico e dai sostenitori di Erahil. Ciò dimostra che Nidaa Tunis, come tutti i grandi partiti, al suo interno è caratterizzato da sotto-correnti e formazioni minori. Queste non necessariamente saranno disposte a uniformarsi alle decisioni di Essebsi.

Ancora più composito è il Fronte di Salvezza Nazionale cui appartengono figure come Muhammad Hamdi, segretario generale dell’Alleanza democratica, secondo il quale i diversi partiti si stanno avvicinando tra loro e Hamma Hammami, leader del Fronte, che rifiuta le negoziazioni e sottolinea che il compito di risolvere la crisi spetta alla Troika. Tale affermazione riflette l’atteggiamento di quella parte dell’opposizione che gioca a responsabilizzare il governo. Secondo questa strategia, il fallimento della Troika è il miglior modo per squalificarla dalle prossime elezioni.

Pertanto si può supporre che l’incontro tra al-Ghannouchi e Essebsi sia stato il primo passo per frammentare l’opposizione, isolando le ali più estreme di sinistra (come il partito comunista) e operando un vero divide et impera. Essebsi potrebbe trovarsi in difficoltà se decidesse in autonomia, specialmente dopo che l’incontro parigino con lo Shaykh è stato organizzato senza il parere degli altri membri del Fronte di Salvezza Nazionale. Ciononostante Hamma Hammami ha difeso il leader di Nidaa Tunis, a riprova del fatto che l’opposizione difficilmente potrà disgregarsi.

Le più recenti dichiarazioni aprono alla possibilità che a fine settembre il governo Larayedh sia dissolto in favore di un governo misto di tecnici e politici. Quest’opzione può senz’altro condurre ad una celere risoluzione di alcuni dei nodi gordiani ma può anche rivelarsi nient’altro che un alibi. Un governo di questo tipo permette, infatti, ad al-Nahda di socializzare le perdite e di appropriarsi dei successi. Tuttavia sarà la soluzione migliore, una volta che tutte le forze politiche avranno trovato un accordo. Affinché ciò accada, dli islamisti dovranno fare un passo indietro dopo l’adozione della Costituzione. A loro volta, i partiti d’opposizione che pretendono lo scioglimento dell’ANC dovrebbero comprendere che questa mossa non è percorribile. La Costituzione deve essere ultimata nel minor tempo possibile da quanti hanno ricevuto questo incarico dal popolo.

Piuttosto le prime elezioni che seguiranno l’esaurimento del processo costituente dovranno essere condotte in modo libero e imparziale. A tal proposito l’Ente deputato a organizzare e monitorare la tornata elettorale deve configurarsi come un organo indipendente e non politico. Infine è necessario che i partiti della Troika mettano da parte il loro desiderio di compiere una “escalade électoraliste”, evitando di ricorrere alla manipolazione dei governi locali per meri fini propagandistici. Solo in questo modo i protagonisti della transizione potranno dimostrare che le accuse di creare un nuovo regime sono infondate e potranno ricapitalizzare il proprio “capitale politico”.

 

Pietro Longo

Ricercatore in Diritto Musulmano e dei Paesi Islamici

Università di Napoli l’Orientale

 

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