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  Cultura
 756 - Abdelaziz Ben Gaid Hassine al Dar Bach Hamba

 

“LA CENE”

 

Nelle scorse settimane Dar Bach Hamba, sede tunisina della Fondazione Orestiadi, ha ospitato la residenza di un artista tunisino, Abdelaziz Ben Gaid Hassine, noto per la sua esperienza nel settore cinematografico come tecnico delle luci e della fotografia in diversi set tunisini di richiamo internazionale (“Star Wars” o “Il Paziente Inglese” per citarne alcuni) e ormai attivo nel campo artistico grazie alle sue istallazioni accompagnate dalle performance del collettivo “L’Atelier D”, di cui è fondatore insieme ad altri artisti di diversa provenienza.

Tipico del lavoro di Abdelaziz è l’eclettismo e la sperimentazione da discipline diverse, estrapolando differenti rappresentazioni della medesima tematica. Ma è tutta la sua fisionomia (fisico alto e agile, barba lunga, occhi profondi, berretto calato in testa, profilo on the road) a tradire, nel complesso, l’attitude di artista sperimentatore e girovago, a dare la cifra del suo metodo: un vagare curioso attraverso contesti opposti e complementari, come la sua ultima scelta di lavorare fra Tunisia e Danimarca, alla continua ricerca di nuovi input creativi e di materiale da sperimentare e recuperare per ridar vita a nuova materia creativa.

Il tema scelto durante la residenza a Dar Bach Hamba è un tema tradizionale dell’arte mondiale e ricchissimo di significati e rimandi alla tradizione religiosa ma non solo. Abdelaziz, lasciandosi sedurre dall’Ultima Cena di Leonardo, il celebre affresco di Santa Maria delle Grazie a Milano, ha proposto una sua personalissima reinterpretazione, ribaltando un tabù artistico. L’Ultima Cena è infatti un soggetto che ha ispirato decine e decine di artisti in tutto il mondo, soprattutto nel campo pittorico: dalle raffigurazioni stilistiche del Rinascimento alla rappresentazione quasi blasfema e onirica di Salvador D’Ali’, innumerevoli sono gli elementi di ricerca, sia in chiave religiosa che filosofica.

Ma quando questa scena si stacca dal supporto pittorico e comincia a muoversi dinanzi allo spettatore sotto forma di istallazione scultorea i riferimenti vengono capovolti e mischiati.

L’artista tunisino, raffigurando “La Cène” sotto forma di scultura, gioca con la tecnica del palinsesto utilizzata già in precedenti suoi lavori (“Delirium” del 2010 su Don Chisciotte), applicandola alla scultura e alla performance teatrale.

La tecnica, storicamente riservata ai manoscritti antichi cancellati e riscritti dai copisti medioevali, prevede un riutilizzo di un elemento già usato per precedenti lavori o di un semplice recupero di materiale, cancellandone caratteristiche esterne e significato, reinnovandone l’uso e ridandogli spesso vita.

È, la “Cène” di Abdelaziz, un set che si anima di personaggi, gli Apostoli e Gesù, tredici sculture realizzate a grandezza naturale con i materiali più vari e inconsueti, scarti della società industriale cui l’artista ridà vita: grandi ossa di animali, femori, teschi, mandibole, fil di ferro, grossi oggetti in metallo recuperati dai depositi più disparati, tastiere di vecchie macchine da scrivere, schermi TV, parti di biciclette, il tutto assemblato con un certo gusto per il burlesco. Ne vengono fuori personnaggi che sembrano prima di tutto goffi, impacciati, caricaturali, grotteschi ed infine anche tristemente malinconici. Un soffio di vita sulla morte.

A vedere questa schiera di ossa e ferraglia è proprio la morte che danza con la vita a venire in mente. Visto lateralmente, il gruppo di sculture fa tornare in mente una danza macabra, una processione di personaggi più spesso rappresentata bidimensionalmente come nell’affresco di Simone Baschenis sulla facciata della Chiesa di San Vigilio a Pinzolo.

La scena si anima con le luci e la posizione degli arti di ciascun personaggio, gambe e braccia sapientemente disposte a dare movimento a una tavolata piuttosto animata. Disposte frontalmente dietro questa tavola immaginaria di cui si distinguono i bordi delineati dal fil di ferro, le tredici sculture riprendono i movimenti dell’affresco di Leonardo: discutono fra loro, ammiccano, propendono le braccia verso i piattini in metallo su cui poggia il pane o il bicchier di vino (rimando alla tela di Salvador D’Ali’), sorretti da precarie aste in ferro battuto conficcate sul pavimento che emergono al centro della tavola. Sono i personaggi stessi e la loro bizarra composizione a dare un senso di movimento alla scena. A sovrastare tutto l’insieme, infine, vi è un Adamo in legno, sospeso come un burattino al tetto da mani e piedi, che sembra “cascare” dal cielo sugli astanti in maniera scomposta. Rimando neanche cosi’ velato a un altro tema dell’arte sacra: la trasfigurazione (anch’essa ripresa dall’opera di D’Ali’), che qui prelude all’altro importante elemento affrontato nella “Cène”, quello del tradimento.

“La Cène – Trahison” è infatti il titolo dell’istallazione di Abdelaziz Ben Gaid Hassine, che sceglie di rappresentare il suo lavoro all’interno della Cappella di Dar Bach Hamba, le antiche scuderie (makhzen in arabo) del palazzo trasformate in spazio per lo svolgimento delle funzioni religiose dalla missione di suore francescane insediatasi nella dimora della Medina di Tunisi a partire dal 1923.

Tutto lo spazio sembra effettivamente ancora pervaso da questa aura di religiosità, uno spirito che rievoca la liturgia del cenacolo e alimenta l’ispirazione che lega l’istallazione di Abdelaziz alla performance artistica che L’Atelier D ha creato attorno ad essa.

Il lavoro dell’artista tunisino come sempre si arricchisce della collaborazione del collettivo di artisti che animano “L’Atelier D”, provenienti da diverse discipline, attori, musicisti, artisti visuali, danzatori, creano attorno alle istallazioni di Abdelaziz quella “messa in scena” che, dando vita alla materia artistica esposta, offre allo spettatore un punto di vista poliedrico, che spesso fuoriesce completamente dallo schema dell’opera. Attorno alla “Cène” gli artisti dell’Atelier D improvvisano una pièce teatrale in cui il tradimento diventa il nesso per raccontare la performance di fronte alle sculture, che fanno da sfondo scenografico, intervenendo pero’ a loro volta come protagoniste dell’atto.

Una danzatrice sospesa su una colonna al margine della scena ricorda le bianche statue che, come un corteo di pulpiti, staccandosi un po’ dalle colonne della navata centrale, decoravano la Cappella di Dar Bach Hamba ai tempi delle suore.

Sulla scena si consuma il tradimento anticipato agli Apostoli da Gesù durante la Cena, ogni elemento è foriero di tradimenti perpetrati ai danni del pubblico che assiste e ai danni degli stessi protagonisti della scena. E il tradimento di Adamo, del primo uomo verso Dio, sovrasta pure l’atto fondamentale della Cena secondo la liturgia religiosa, quello eucaristico del pane spezzato e del vino versato, vino che a volte, secondo le esigenze di scena, diventa acqua, tradendo in maniera blasfema.

Per L’Atelier D è del tutto naturale modificare in corsa le proprie rappresentazioni, ispirandosi sera dopo sera, spettacolo dopo spettacolo, anche grazie ai rilievi del pubblico. Finanche i personaggi della “Cène” tradiscono appartenenze e ispirazioni a spettacoli precedenti. La stessa tecnica del palinsesto è un escamotage per celare, tradire, riproporre, sperimentare nuove idee, rinnovare. Abdelaziz Ben Gaid riprende il Sancho Panza preparato per la performance artistica “Delirium” del 2010 e lo ripropone sotto le sembianze di Pietro, Apostolo alla destra di Gesù.

Distruzione / Ricostruzione: metamorfosi della scultura.

E stesso procedimento adottato nella messa in scena che accompagna l’esposizione: qui è il collettivo di artisti che sperimenta, attraverso la danza e la recitazione che danno voce e movimento nello spazio alle sculture, oppure attraverso le sottolineature musicali e video, i tre capitoli di cui è composto “La Cène”:

•Il peccato originale e il tradimento originario dell’uomo, quello di Adamo ed Eva;

•Il tradimento di Gesù annunciato durante l’Ultima Cena;

•La distruzione del pianeta, tradito dall’uomo medesimo.

L’opera di Abdelaziz e dell’Atelier D si riallaccia sempre all’attualità, in un continuo dialogo con la storia che gli artisti del collettivo vivono da protagonisti. E cosi’ anche la Rivoluzione Tunisina prefigura un tradimento, quello delle speranze di un intero popolo.

Cosi’ che questa ricerca continua di stimoli e significati nel lavoro artistico tradisce un’energia sperimentale che anima tutta una generazione di giovani artisti, alla ricerca continua di un significato anche ideologico alla loro arte. Una ricerca fatta, come confessano i protagonisti stessi, con i “moyens du bord”, con quello di cui si dispone al momento. Recuperando, cancellando e riscrivendo un antico canovaccio, nel pure stile del palinsesto.

 

Federico Costanza

 

 

La Cène

 

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