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  Dossier
 750 - ENNAHDA, LA SPONDA ITALIANA

 

L’ex don Fiaschi spiega la sua avventura nel partito tunisino

 

A 20 anni Giacomo Fiaschi voleva fare il sacerdote. «Studiavo in seminario a Prato. Nel 1974 ricevetti l’ordinazione. Ma dopo un po’ mi resi conto che non potevo andare avanti senza entrare in conflitto con me stesso. C’erano stati il ’68, le rivoluzioni. Volevo cambiare il mondo... ».

È finita che il mondo ha cambiato lui. Oggi, a 61 anni, è il consulente politico di Ennahda, il partito islamico moderato che ha vinto le elezioni per l’assemblea Costituente e si prepara a governare la Tunisia post-Ben Alì.

Sette mesi fa, l’incontro che avrebbe portato questo ex sacerdote dalla raffinata formazione cattolica, e il marcato accento toscano, a fare da ponte tra la Primavera araba, l’islam e un Occidente in crisi di identità.

«Anche io come molti in Occidente temevo Ennahda», ha raccontato a Lettera43.it.

«Immaginavo un covo di fanatici urlanti e fondamentalisti. L’incontro con Gannouchi, ma soprattutto con Hamadi Jebali, segretario del Partito, ha cambiato la mia visione delle cose. Per questo dico che la conoscenza, il dialogo sono fondamentali ».[...] Fiaschi ha portato Hamadi Jebali, segretario politico di Ennahda, «molto probabilmente il prossimo premier della Tunisia », al meeting di Comunione e Liberazione a Rimini.

[...]

D. Perché poi ha cambiato idea?

R. Neji Maghmouchi, un mio amico carissimo, cineasta della sinistra tunisina, quella con il pugno chiuso, mi mise in contatto con il movimento. Gannouchi era appena tornato in Tunisia ma Ennahda era ancora illegale. Aspettavano il visto del ministro

dell’Interno.

D. Come andò?

R. Andai nella loro sede: un appartamento al secondo piano di un edificio modesto dietro al mercato centrale di Tunisi. Fui accolto da un tizio che mi disse: «Guardi se lei vuole sapere di islam, le dò il numero di un ottimo imam. Noi siamo un partito

politico, non un movimento religioso». [...]

D. Ma qual è esattamente il suo ruolo in Ennahda?

R. Cerco di favorire lo scambio tra il partito e l’Italia. Ennhada per esempio non ha contatti con il Vaticano, mi piacerebbe riuscire a portarli lì. Poi lavoriamo a programmi di cooperazione con associazioni culturali italiane, come quella di Tonino

Perra.

D. Cosa la spinge a impegnarsi?

R. Roma e Tunisi sono due terminali uniti da una sinapsi malata, che è Lampedusa. Non può più essere così. L’Italia deve partecipare a questa rivoluzione democratica. D’altra parte i rapporti tra i nostri Paesi hanno origini antiche. Non dimentichiamoci che qui la televisione l’hanno vista per la prima volta con la Rai. Hanno imparato l’italiano con Pippo Baudo e Raffaella Carrà.

D. E funziona la sua mediazione?

R. Basta dire che l’ambasciatore francese a Tunisi è disperato perché si è reso conto che Ennahda sta coltivando rapporti soprattutto con l’Italia.

D. A sentire lei, il pericolo fondamentalismo islamico sembra

lontano anni luce.

R. Ogni cosa dovrà superare la prova dei fatti. Ma per quello che ho imparato fin qui, il fondamentalismo ha un solo nemico: Ennahda. Per gli islamisti radicali, i salafiti per esempio, Ennahda è una minaccia perché rappresenta l’alternativa politica all’islamismo panarabo.

D. E la sharia, il velo, i divieti religiosi?

R. In Tunisia c’è un islam moderato, aperto, che convive da secoli con altre religioni e che non accetterebbe mai l’imposizione della sharia. Ennahda non ha intenzione di imporla, né di proibire l’alcool o di obbligare le donne a portare il velo.

D. Però non parla di separazione tra Stato e Chiesa.

R. Il Partito ha un orizzonte religioso, certo, ma è un po’ come fu da noi la Democrazia Cristiana. Si richiama a valori religiosi ma vuole uno Stato laico, laddove per laico si intende neutro non antireligioso.

D. Dov’è il confine?

R. Neutro significa che la religione resta un fatto privato su cui lo Stato non interviene. Ennahda semmai fa paura ad altri e per un altro aspetto.

D. Quale?

R. Il suo programma è interclassista, e la borghesia radicale di Tunisi, che fino a qualche mese fa andava a braccetto con la dittatura, teme di perdere i propri privilegi.

 

Gabriella Colarusso

www.lettera43.it

 


 
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