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  Dossier
 750 - PROVE DI DEMOCRAZIA IN TUNISIA

 

La Tunisia è andata a votare nove mesi dopo la rivoluzione. Per nove mesi, il paese si è mosso sullo stretto crinale tra una legittimità di matrice rivoluzionaria e una fragile legittimità istituzionale.

 La transizione dall’insorgenza alla rappresentanza è stata condotta facendo appello al fior fiore di giuristi, costituzionalisti e politologi non compromessi con il vecchio regime. Malgrado un numero non piccolo di errori, infrazioni, conflittti proccedurali e dépassements locali – malgrado quello che al momento è l’episodio più deplorevole, il ricorso a manifestazioni violente proprio a Sidi Bouzid, la città simbolo della rivoluzione – alla fine la riuscita di quello che è stato un parto laborioso ha del miracoloso.

In un paese dove si tenevano le prime elezioni democratiche da cinquant’anni, dove molte persone, non solo giovani ma adulti e anziani, votavano per la prima volta, dove l’unica classe politica formata era quella dell’ex RCD (a parte i gruppi resistenti perseguitati come la LTDH e quelli dell’emigrazione islamica), si è assistito ad una mobilitazione straordinaria.

Già la domenica sera, ad urne chiuse, mentre le notizie ufficiali vengono filtrate con il contagocce, mentre l’ISIE (l’Istanza Superiore Indipendente per le Elezioni), che sin dall’inzio è stata la prudenza personificata, rifiuta anticipazioni e premette il rigore alla velocità, nelle sedi dei partiti e delle associazioni decine di militanti a notte fonda sono ancora intenti a mettere insieme pezzo per pezzo le informazioni che arrivano dai seggi.

48 ore dopo la chiusura delle urne i risultati ufficiali riguardano soltanto 8 circoscrizioni elettorali su 33 (di cui 3 all’estero), e l’attribuzione di 57 seggi (di cui 18 all’estero) su 217. I risultati definitivi arrivano con una lentezza esasperante, le comunicazioni e le conferenze stampa dell’Isie  che si svolgono al Palazzo dei Congressi vengono continuamente rinviate. Chi ha seguito fin dall’inzio i lavori di questo organismo, il quale comprende personalità politiche di spicco e di provata integrità come il suo presidente Kamel Jendoubi e la vice-presidente Souad Triki Kalai e professori universitari di alto profilo scientifico e etico come il costituzionalista Farhat Horchani e il sociologo della comunicazione Larbi Chouika non ha dubbi: la lentezza dei risultati dipende dall’inesperienza, da una certa povertà di mezzi tecnici e dalla grande prudenza combinata all’estremo rigore della dirigenza dell’Isie.

Inesperienza: se molti tunisini, giovani e anziani, non avevano mai votato, ancora meno vi era dimestichezza con le funzioni di scrutatore, rappresentante di lista o presidente di seggio in un processo elettorale democratico. Ai tempi di Ben Ali il processo elettorale – da cui uscivano maggioranze sistematicamente superiori al 90% a favore del RCD, il partito del Presidente – non solo era manipolato ma non richiedeva nemmeno la messa in atto di procedure manipolatrici particolarmente sofisticate. Nessuno si preoccupava di verificare come i risultati fossero stati raggiunti purché fossero quelli desiderati. Come stupirsi oggi di alcuni errori tecnici, in particolare quello che si è verificato in diversi seggi dove i verbali sono stati infilati nelle urne? Adesso però, in un sistema democratico di garanzie procedurali formali, occorre aspettare, per aprire quelle urne e recuperare i verbali, l’autorizzazione dei locali tribunali amministrativi e ciò ritarda il computo dei dati definitivi.

Povertà di mezzi: una gran mole di lavoro manuale precede l’informatizzazione dei dati, dal ritiro delle urne alla loro consegna ai centri di raccolta dell’Irie (le sotto-istanze regionali dell’Isie), dalla trascrizione dei dati dei singoli verbali sulle grandi tabelle di sintesi allineate su lunghe tavole e pareti alla loro immissione nel sistema elettronico e la loro trasmissione all’Isie. Schiere di giovani sono state reclutate per il computo dei voti che – dettaglio non irrilevante – si esercita a partire da schede-lenzuolo: 79 sono per esempio le liste in lizza nella circoscrizione di Tunisi 1: nemmeno troppe, se si pensa che complessivamente la Tunisia è andata alle urne con 110 partiti, 1600 liste, 11 700 candidati (più di un candidato ogni mille abitanti).

Prudenza e rigore: l’Isie è stata esplicita nella scelta della sua strategia. Tra un processo lento che alimenta inevitabilmente la diffusione di voci imprecise o fantasiose (grazie anche a Facebook) e il rischio di ufficializzare dati inesatti ha optato per il primo male come male minore. Così i dati del voto all’estero sono stati ufficializzati quando il loro esito era già noto da tempo. In questo caso, tra il rischio di influenzare il processo elettorale e quello di sospetti di manipolazioni si è optato per il primo: le urne sono state aperte subito dopo la chiusura delle procedure e i verbali resi pubblici appena firmati. 

In queste scelte l’osservatore europeo è talvolta stupito: non mancano solo gli exit poll, manca anche quel flusso costante di dati certi che corrispondono agli spogli effettuati nei singoli seggi i cui relativi risultati sono già stati messi a verbale e sono immediatamente di pubblico dominio. Anche qui i partiti si avvalgono dei loro osservatori ma pochi – a parte il partito di massa vecchio stampo Ennadha – dispongono di una rete ampia di rappresentanti di lista e ancora meno di scrutatori e presidenti di seggi. Non a caso è stato Ennadha ad uscire con un comunicato il lunedì sera tardi, quando era chiaro che per quel giorno i dati definitivi non sarebbero stati disponibili, comunicando l’esito dei suoi calcoli e premurandosi di sottolineare che solo all’Isie spettava la convalida dei dati definitivi.

Questi arrivano solo quattro giorni dopo la chiusura delle urne e ormai sono noti a tutti: il successo, peraltro ampiamente previsto, di Ennadha, l’affermazione imprevista del CPR e quella sconcertante di El Aridha i cui risultati sono poi stati invalidati in sei circoscrizioni, il buon posizionamento di Ettakatol, i risultati meno brillanti del previsto di PDP e PDM e infine l’estrema frammentazione del voto, quella sì ampiamente prevista, tra altri numerosi partitini e liste indipendenti.

Adesso però, mentre il dibattito politico sul dopo-elezioni bat son plein, sarebbe un errore fermarsi all’attribuzione dei seggi. Vi sono ancora tante domande interessanti da porre:  dove si è votato di più e dove di meno, quante donne hanno votato, come si è votato nelle città, nei quartieri, nelle regioni e nelle campagne? Tante statistiche preziose possono essere elaborate grazie ad un organismo competente come l’Isie, grazie ai tanti tecnici e volontari che hanno fatto l’apprendistato delle procedure democratiche, agli studenti che su questo voto potranno applicare i loro strumentio di analisi. Perché questo voto rappresenta, una straordinaria occasione per il paese di conoscere meglio sé stesso, dopo che vent’anni di dittatura ne hanno trasmesso solo immagini parziali, falsate o manipolate. Questa conoscenza giocherà un ruolo non piccolo per il suo sviluppo democratico futuro.

 

Chiara Sebastiani

 

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