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  Dossier
 668 - INTERVISTA A BECHIR KOUNIALI

 

Riportiamo l’intervista a Bechir Kouniali condotta da Hana Ben Sabbah che ne ha curato anche la traduzione.

 

Ci parli della Sua giovinezza

La mia giovinezza? È iniziata nel 38...ma è finita… avrò presto 70 anni…

Ha svolto tutti i Suoi studi in Tunisia?

Certamente sì, non mi sono mai allontanato da Djerba per più di sei mesi di seguito: è stato per il mio ultimo anno alla Scuola Delle Belle Arti di Tunisi nel 1961. Con il mio diploma in tasca ho cominciato il mio primo lavoro come illustratore per la Societé Nationale d’Edition et Diffusion che ho lasciato dopo sei mesi per iniziare una carriera di insegnante; due trimestri a Menzel Bourghiba nel 1962 e il resto a Gerba fino al 1994. Sono stato incaricato, dal Centre des Arts et Traditions Populaires, della creazione e la conservazione di un piccolo museo « Sidi Zitoun » a Houmt Souk, dal 1966 al 1972.

Ho lasciato l’insegnamento nel ‘69 impegnandomi nella promozione artigianale per la SONMIVAS (Société Nationale de Mise en Valeur du Sud).

Nel 1972 ho aperto il mio laboratorio galleria a Houmt Souk e ho ripreso ad insegnare fino al 1994.

Quale rapporto ha con l’arte e la pittura?

È una domanda molto generica; la pittura è la mia vita!

Che cosa rappresenta l’arte per Lei?

Come pittore, è prima di tutto il mio lavoro. Vivo di questo e questo mi dà la libertà di fare quello che voglio, quando voglio, senza disturbare nessuno. Ma cercherò di dare la mia definizione dell’artista: un artista è un individuo che esce dal comune, che si comporta spesso in modo diverso dagli altri individui della società nella quale egli evolve; ha un pizzico di follia, non cattiva, però follia ugualmente. È spesso molto timido, chiuso in se stesso, si fa spesso notare per via del suo modo bizzarro di vestire e per il suo atteggiamento fuori dal comune; non recita, è così e non tiene a far parte del « branco ». All’inizio è un artigiano il quale imita i maestri che maggiormente l’ispirano; ma non si ritiene soddisfatto di questo, cerca la sua strada, osserva e accumula tante conoscenze che stimolano i suoi cinque sensi e solo allora inizia la propria « cucina ». Abbandona lo statuto di artigiano e comincia a creare senza più accontentarsi di imitare.

Che cosa l’arte può dare di più al dialogo interculturale?

Allo stesso tempo tanto e niente. Niente se l’artista si accontenta di tenere la sua arte per se stesso o anche per la sua piccola comunità; ma se l’artista mostra la sua creazione agli altri e cerca le sue fonti di ispirazione fuori dal suo ambiente, la commistione che ne risulta darà un altro sapore alla sua « nuova cucina ». La sua creazione susciterà degli interrogativi: e come sempre in tal caso richiederà una risposta; il dialogo è aperto seppure la risposta venisse da chi ha fatto la domanda. Le diverse arti suscitano più o meno il dialogo, ma tutte vi partecipano. L’arte è un modo di esprimersi, di mostrare ciò che uno pensa lasciando che l’interlocutore interpreti quei pensieri, e se lo fa in modo diverso dall’artista non è mai grave; non si può interpretare esattamente i pensieri altrui.

Pensa che i paesi mediterranei abbiano delle radici culturali comuni?

Ci sono tanti scambi di idee, di lingue, di individui. Mi sono sempre considerato come un ibrido: discendo da una famiglia turca, mia madre è di origine marocchina, mia moglie è belga, i miei nipotini sono australiani, belgi e tunisini. Le radici possono non avere sempre lo stesso ceppo, ma questo darà degli alberi portatori di vari germogli in cui ognuno troverà il suo frutto preferito.

Che cosa ha imparato attraverso i suoi diversi viaggi?

Ho visto altra gente, altri paesaggi ma purtroppo in modo superficiale: i miei viaggi sono sempre stati brevi. Sono stati diversi ogni volta. I paesaggi, il clima ed anche le persone sono originali, ma non sono mai rimasto deluso.

C’è un viaggio che l’ha segnata più degli altri?

Amo l’Australia dove sono stato per cinque volte; mi ricorda Gerba, l’isola di 50 anni fa, quando le persone si salutavano incontrandosi.

Vivere a Gerba, dove convivono da secoli diverse comunità, aiuta ad essere più tolleranti?

È l’esempio stesso della tolleranza: ognuno vive nel suo angolino cercando di rispettare gli altri e di farsi rispettare allo stesso modo. Questo non significa che si adorino o che non si disprezzino; tuttavia non si trucidano!!!

In  cosa  crede  Bechir  Kouniali?

Nell’Umanità!

 

Hana Ben Sabbah

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