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 661 - DESERTI

 

DESERTI REALI E DESERTI INTERIORI

 

Giungere al deserto è come trovarsi in bilico tra il reale e il sogno, una porta per luoghi  presenti e passati, è come vivere dentro un miraggio al confine dell’essere e del morire.

Gli incontri qui sono un kif ‘alek e subito dopo un the rosso e colloso, ricotto per ore nella teiera di latta blu, lo ingoi  per compiacere e sai che ti pervade e ti eccita fino alla nausea. Tutto è aleatorio, lo spazio è immenso e sei perso, anche il tempo non t’appartiene, il deserto ha i suoi tempi, le sue pause, i suoi silenzi e il mio animo in un istante si trova disgregato. L’eco della sua immensità giunge con i granelli di sabbia soffiata dal vento,  granelli di polvere su cui vi è scritto tutta la sua storia del mondo decriptata in poesia dai sapienti del luogo.

Mn win (da dove vieni) straniero, domande che non possono avere risposta senza un as salamu aleikum wa rahamatullah wa baraketu  (sopra di te la pace e la benedizione di Allah). Il deserto assunto come paesaggio mentale è un mondo di fantasmi sospesi a metà strada tra il passato e il presente: sete, sole e sale evaporati nell’aria  compongono figure tremolanti che camminano senza toccare la terra. Sequenze infinite di dromedari, carovane in marcia su lunghe lame di sabbia enfatizzano la prospettiva e scompaiono dietro le dune abbandonandoti nella solitudine. 

La notte gli insetti camminano lasciando sulla sabbia disegni che diventano simboli da interpretare, disegni stabiliti, scritture che riflettono desideri della natura da me sconosciuti,  che scruto ed esploro su una pista che mi porta a  Dio. Lo scarabeo scrive sulla sabbia il suo nome la sua fame la sua sessualità lo scrive per me analfabeta delle sue complicate lettere e mi perdo nel suo labirinto di segni alla ricerca della mia identità.  Il deserto è uno specchio, uno spazio sospeso che riflette il passato, che si oppone ai luoghi comuni, che genera e si rigenera in un cammino verso l’origine del mondo, è un viaggio metaforico purificato, dentro uno spazio immenso che legato mi  imprigiona in  fantasie infantili e   ricado nella realtà del mio deserto immaginato, vissuto e scritto, quel mio deserto che non è il deserto di tutti. L’idea di un  vuoto incolmabile, un mondo in  cui ogni parola diventa un granello di sabbia e ogni  pietra una preghiera, spazio dove ascolto l’eco delle mie domande senza risposta, cassa di risonanza dei lamenti di tutte le anime perse,  mi sono  smarrito sulla soglia di un dubbio di un idea inafferrabile  che stenta ad esprimere la desolazione e mi riporta nella realtà di saluto, un “la bes” un hasma (ascolta) vieni a casa mia a mangiare un cuscus. Come se fosse la fine di un viaggio e ti resta il ricordo di una  luce abbagliante di uno spazio bianco che mi inghiotte in piste trovate, in  piste perdute, nel dubbio. Un deserto in bilico tra assenza e presenza un atlante di differenti paesaggi ora scritti ora visti o solo immaginati.

Ma via ancora in cammino, alla ricerca di una rivelazione o di un senso, sull’ infaticabile veicolo  della fantasia, in attesa davanti a quel  deserto che rende gli uomini mistici ed onirici, visione e delirio sono i più accettati compagni di viaggio e giro, a vuoto, nel vuoto,  perduto, ho dimenticato cosa ho avuto, ho dimenticato cosa ho capito. 

Nomade transumante donami un po’ del tuo cibo, insegnami le stelle del tuo cammino, voglio assistere al parto della tua cammella, raccontami  della tua donna con il capo coperto,  che stringe tra i denti il suo scialle e  mi osserva da un lembo, dalla oscurità della sua  morale, costretta  e schiacciata nel mortaio implacabile della tua tradizione. Voglio capire chi sei uomo della sabbia, ti ascolto e mi parli di terre lontane, di mari di mezzo di dune di acqua di barche nella tempesta. Io straniero a casa tua tu superstite clandestino a casa mia. Ti incammini verso il mio deserto cercando di liberarti dal tuo, vuoi entrare nel deserto dell’angoscia e dell’asprezza, nel  rischio di perdere te stesso e le piste del passato, senza punti di riferimento, ed il rischio di morire alla vista di tutta la meschinità umana.

Tutto il Sahara, notturno e diurno, la tenda ed il clan  si faranno metafora della tua memoria e del tempo attraverso la somiglianza della forma dei ricordi e la forma del paesaggio che ami, che abbandoni per il futile miraggio di un ritorno in automobile.

Emigrante scontento che mostri il tuo effimero successo ottenuto nei deserti del nord raccontami dell’accoglienza delle tribù  ricche e pasciute di queste terre dove ci sono  piste illuminate dalla luce  che abbaglia e ti confonde, non partire o sarai condannato a nuove forme disordinate e discontinue, generate dalla concatenazione e dalle associazioni dei ricordi del tuo deserto.

Questi nostri deserti, così lontani, cosi amalgamati , ci ritroviamo compagni di viaggio  mentre attraversiamo le ore del  tempo e l’immensità dello spazio, nomadi… insieme, alla ricerca di nuovi pascoli reali e interiori.

 

Marino Alberto Zecchini

 

 

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