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  Cultura
 603 - IL RESTAURO NON DEVE ESSERE UNA VIOLENZA

 

Che interesse può avere  parlare oggi del restauro in una civiltà di consumo dove tutto viene usato e gettato via per comprarsi cose nuove? Che interesse può avere  ricostruire e conservare in un mondo di guerra dove viene distrutto tutto ciò che aveva creato l’uomo nei millenni?

Eppure, il restauro è fortemente  presente per ri-valorizzare  le cose antiche, e vecchie, e per ridare, con una sorta di magia, anima ad un corpo che viene a noi  dal passato, ma che ha perso per strada parte del suo antico splendore, testimonianza di un’altra epoca del lungo percorso dell’umanità. E questo corpo è qui soprattutto per ricordarci che c’è stata una forma di cultura che ha bisogno di essere  preservata come dono e non distrutta.

Abbiamo avuto l’opportunità di incontrare,  nel  piccolo paese  di Aramengo in provincia di Asti,  un noto restauratore che ha fatto del suo mestiere, scelto per passione, una via per scoprire la “cultura dell’altro”.

Gian Luigi NICOLA, una cinquantina di anni, Docente di Conservazione e Restauro all’Accademia Albertina di Torino che ha collaborato anche con le Università di Roma e Pisa, si è appassionato dell’antica arte egizia  specializzandosi nel restauro delle opere dell’epoca dei  faraoni.. Ha compito moltissimi viaggi in Egitto per  partecipare a grandi operazioni di restauro di importanti monumenti come, ad esempio, la tomba di Nefertari  e la Sfinge.

Diversamente da suo padre Guido Nicola, che sta dedicando tutta la sua vita  a questo affascinante mestiere iniziato per caso, il figlio ne  ha ereditato la passione ma indirizzata  a scoprire “altre culture”, “altri mondi”.     

 E di questo “altro mondo”, per quello dell’antica arte egizia, delle tecniche del restauro e dei conflitti tra approcci restaurativi, ci ha parlato lungamente con grande disponibilità.

 

* Al restauro di quali monumenti egizi ha partecipato?

- Ho lavorato a Tebe con la missione di Sergio Donadoni dell’Università di Roma. Poi  ho partecipato al restauro della tomba di Seshunhk a Luxor (Tebe) ed a quella di Bakenrenef a Saqqara. Ho lavorato anche nel Fayoum, nella parte dove c’era la tomba di Uagi (fondatore dell’oasi del Fayoum. ndr). Ho fatto lavori strettamente legati alla decorazione e all’architettura dei monumenti. Molte volte sono andato in Egitto su richiesta del governo egiziano come quando mi hanno invitato ad un convegno internazionale sul restauro della Sfinge. Facevo parte dei 16 restauratori che sono andati per fare delle proposte su questo intervento. Mi hanno anche chiesto di intervenire sul restauro della tomba di Nefertari.

Invece in Italia ho lavorato molto per il Museo Egizio di Torino (secondo al mondo per importanza dopo quello de Il Cairo. ndr). E lì ho curato, a suo tempo con l’assistenza di mio padre, il tempio d’Ellessya e il corpo dei sarcofagi del museo. Ad esempio il sarcofago di Nefertari l’abbiamo restaurato nel nostro laboratorio di Aramengo. Nell’arco di 30 anni ho fatto quasi tutti gli interventi di pulitura e di consolidamento.

* Come si esegue il restauro di un sarcofago, ci sono delle tecniche speciali, diverse di quelle che vengano usate normalmente per il mobile in legno?

- Prima bisogna capire come è stato fatto il sarcofago per trovare le soluzioni che permettono di conservarlo il massimo possibile nel suo stato originale. Quindi bisogna  conoscere il modo di lavorare degli antichi egizi, tutte le procedure e le tecniche che loro avevano nell’elaborazione del legno (materiale principale con il quale sono fatti i sarcofagi. ndr), anche perché il restauro è un’operazione che cambia un po’ le cose. Per questo bisogna cercare di “inquinare” il meno possibile l’oggetto per farlo rimanere come è. Per esempio, se un sarcofago arriva in tanti frammenti  non si può usare la colla per tenere assieme i pezzi perché la colla era poco usata dagli antichi egizi, ma si devono usare dei “chiodi” di legno come facevano loro. Tuttavia non esiste un solo metodo prefissato per restaurare un sarcofago. Dipende dalle condizione in cui arriva. E lì bisogna sapersi adattare alla situazione e cercare le soluzioni le più convenienti.

 

Modi diversi di restauro tra occidente e oriente

 

* Nel caso di un  intervento, indispensabile per mantenere la struttura di un monumento o di un oggetto in stato critico, non conviene usare un materiale nuovo per sostituire la parte deteriorata? 

- In certi casi si fa ma non si può mettere tutto in una maniera “moderna” perché un “pezzo” trasmette qualcosa di tradizionale. Se noi blocchiamo tutto in una struttura, ad esempio di cristallo o di acciaio o di plexiglas, uccidiamo in parte l’oggetto. Per poterlo conservare bisogna riportarlo alle condizioni di partenza o quasi, permettendogli, così, di trasmettere ancora il “suo” messaggio che è anche emozionale. In Italia c’è stato un grandissimo personaggio che ha influito molto sulla cultura italiana del restauro ed è Cesare Brandi. Affermava che si deve restaurare la “materia”  e non la “forma”. Quindi non si deve inventare niente. E questo è profondamente giusto. Però attenzione, perché bisogna anche risolvere i problemi caso per caso. E poi ci sono molti modi per restaurare al mondo. Se in Italia si restaura in un certo modo, e direi che siamo all’avanguardia in questo campo a livello internazionale, non bisogna dimenticare che in tutto il mondo orientale si restaura in un altro modo. Ad esempio i templi giapponesi vengono continuamente rifatti perché per loro il restauro è ricuperare l’idea che l’architetto aveva in testa quando li ha  progettati e non il materiale. Per cui ci sono costruzioni del 600’ che in realtà sono state fatte 30 anni fa ma perfettamente com’erano. Sono allora concetti molto diversi del modo di restaurare. Pero è giusto guardare il problema da tutti punti di vista perché ogni punto di vista ha la sua logica. Io penso che alla fine bisogna analizzare bene la situazione e cercare di arrivare alla soluzione più adatta a conservare l’oggetto.

 

Sì per la conservazione, no per la ricostruzione

 

* Ritorniamo alla Sfinge, in questo caso cosa ha proposto per conservarla?

- Io ho proposto una conservazione quanto più possibile dei blocchi esistenti, cioè cercare di tenerla nel suo stato iniziale. C’era un altro restauratore che ha proposto di ricostruire tutta la parte anteriore in modo di creare un sostegno per la testa della Sfinge. Però ricostruire questa parte vuole dire rifare una Sfinge nuova. Ho criticato fortemente quest’idea dicendo: “ Siete bravissimi se riuscirete a rifare la Sfinge così come era,  ma la gente che viene per vedere questo monumento non va a Disneyland. Questa gente vuole vedere la vera Sfinge non la sua ri-costruzione”. Così vale anche  per il Colosseo di Roma. Non possiamo fare una sua ri-costruzione. C’è passato il tempo su questo monumento ed ha lasciato le sue tracce. Per questo sono d’accordo con Brandi che bisogna sostituire  la “materia” e non l’“immagine”. Tuttavia ci sono certe situazioni limite dove, per motivi strutturali, si deve sostituire tutto un blocco, se no crolla. Allora si deve sostituire secondo il modo di lavorare antico. Si cerca magari di fare “qualcosa” che s’inserisca meglio nell’insieme per non disturbare l’occhio.

* Se c’è un conflitto tra diverse proposte di restauro per un certo monumento, come si fa a scegliere la soluzione migliore?

- Si sceglie la soluzione “meno-peggio” perché noi ci troviamo davanti ad un oggetto che è destinato a degradare nel tempo. Quindi non illudiamoci nel credere che con il restauro lo faremo ritornare come nuovo. Dobbiamo cercare di farlo andare avanti nel tempo, distruggendolo il meno possibile. Poi ogni epoca ha il suo gusto che non piace necessariamente alle persone delle epoche successive. Se noi, ad esempio, andiamo a dipingere il Partenone o certi templi egizi esattamente come erano in origine verrebbero fuori cose che non piacerebbero neanche a noi. Ci si deve ricordare: il restauro non deve essere una violenza.

 

Hanene Zbiss

   

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