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  Cultura
 606 - IRRAGGIUNGIBILE KAIROUAN

 

Mi avevano detto che niente era più facile che prendere un louage : alla stazione ogni pulmino porta sul tetto la sua destinazione e, quando tutti i posti sono presi, si parte.

In effetti, facile è facile: basta sapere l’arabo, visto che quasi la totalità dei pulmini ha scritte monolingui. Questa circostanza mi ha chiarito subito che il louage è una forma di trasporto essenzialmente utilizzata dai tunisini: fra otto viaggiatori io ero, del resto, l’unico occidentale. E così pure al ritorno, quando l’autista mi ha chiesto se ero diretto all’aeroporto.

 Presto uscita dal dedalo di Tunisi, la vettura si è lanciata veloce sull’autostrada del Sole, verso il sud. Per un tratto solo, però, perchè dopo mezz’ora si è fermata. Mancava l’acqua nel radiatore; quella disponibile a bordo non era sufficiente. L’autista chiama sul telefonino il soccorso, che arriva, poi riparte, e dopo un po’, dall’altra parte della carreggiata, verso nord, si ferma un altro louage con dentro sei bottiglie di minerale per il nostro. Mai avrei creduto che ci fossero radiatori che andassero ad acqua minerale. Dopo mezz’ora si riparte, e dopo dieci minuti ci si ferma di nuovo. Questa volta il louage di soccorso arriva nella nostra direzione, ci prende a bordo e schizza via verso Kairouan.

In tutto questo, i viaggiatori non si mostrano nè irritati nè preoccupati: solo la seconda volta emettono qualche battuta che crea una certa ilarità e come una sorta di familiarità acquisita nella piccola sventura.

Lasciata l’autostrada e le ampie distese di ulivi al bivio di Enfidha, ci si ritrova su un altopiano e si attraversano terreni a tratti brulli e desolati, cosparsi solo qua e là di agavi e fichidindia, intervallati da acquitrini su terra rossa di argilla. Lunghi chilometri di distesa piatta lungo i quali spuntano, improvvisi, abitati o villaggi, come in mezzo al deserto. D’un colpo si staglia la sagoma del mio primo dromedario, una mamma col suo piccolo; ed altri poi appaiono spelacchiati o arruffati, come flash, sui cigli della strada. (L’ultimo, rassegnato ed urbano, lo vedrò al Pozzo Barouta a girare la noria).

Finalmente compare la città, che si presenta nobile e pomposa sin dai suoi ronds-points e i boulevards di accesso. Vi penetro con rispetto, che diventa ammirazione e stupore quando, uscito dall’albergo, scopro le lunghe imponenti mura color sabbia della Medina.

 Sapevo di una città carica di storia, musulmana per definizione ed araba per fondazione, voluta dalla generazione immediatamente successiva al Profeta, e misticamente a lui collegata per la sacra coppa perduta alla Mecca e qui ritrovata, per il pozzo in comunicazione con la sacra sorgente di Zem Zem, per la Moschea del Barbiere cosiddetta dai tre peli della barba di Maometto che portava con sè Sidi Sahab il fondatore... Ma quello che ho visto mi ha trasportato in estatico viaggio tra scenari di Mille e Una Notte e la pittura caleidoscopica di Paul Klee, attraverso tutta la storia della Tunisia.

I Kharigiti, questi musulmani di cui non si conosce neanche il nome in Occidente, e che si distinguono sia dai Sunniti che dagli Sciiti da cui si separarono alla battagla di Siffin, la occuparono alla metà dell’VIII° secolo, provocando con i loro eccessi la reazione di altri Kharigiti, moderati, che li scacciarono sotto la guida di Rustam, il quale se ne andò in Algeria a fondare una dinastia che regnò per circa due secoli anche su ampi territori della Tunisia. In realtà, i Kharigiti estremisti erano berberi, mentre i moderati erano arabi: le cruente battaglie teologiche fra i due gruppi celavano ragioni di potere, ma soprattutto erano originate da motivi che, secoli dopo, un grande tunisino, Ibn Khaldoun, esaminerà con acume ed intuizioni che anticiperanno di altri secoli la moderna sociologia occidentale.

Quegli estremisti avevano usato come stalla per i loro cavalli la santa imponente Moschea. Le sue mura robuste, i contrafforti potenti, l’aspetto di sacra fortezza me l’hanno fatta avvicinare alla Cattedrale di Albi, ma senza la superba prevaricazione dei vincitori dei Catari, bensì solo con la forza possente e la vibrante emozione della fede in Allah. Mi è sembrato di vedere Ibn Hamdìs, il poeta, singhiozzare in silenzio, tra la folla raccoltasi intorno ad un vecchio saggio accovacciato su una stuoia sotto una colonna d’angolo del grande cortile, dirimpetto alla torre del minareto. Dal suo discorso chiaro e pacato e dalla dolce cantilena dell’arabo di Sicilia, aveva riconosciuto il suo conterraneo, Sidi El-Mèzri, il Mazzarese, partito come lui dalla dolce Es-Seqelli all’arrivo dei Normanni. Quei Normanni che fra qualche decennio occuperanno Jerba e poi anche Mahdia finchè non verranno gli Almohadi a scacciarneli. E poi gli Hafsìdi si resero indipendenti, e fu lo splendore di El-Munstansir, che Luigi IX avrebbe voluto convertire, e forse successe il contrario!

A Kairouan ero andato per seguire un intervento del Prof. Gianni Vattimo nell’ambito di un convegno, organizzato dalla locale Università, sulla Differenza, argomento quanto mai ambivalente, che ha sotterraneamente accompagnato tutta la cultura occidentale e che, per quella araba di oggi, e forse ancor più per la stessa occidentale, può essere insieme una provocazione intellettuale ed una sfida culturale.

Il Prof. Vattimo, che ha preferito parlare a braccio piuttosto che leggere la sua relazione, ha lanciato tutta una serie di nuclei concettuali suscettibili e meritevoli di sviluppi nella coscienza di ciascuno: la definizione della violenza, compresa quella metafisica, come volontà e azione di zittire l’altro fino ad eliminarlo, se necessario; la relatività dei feroci tentativi di livellamento di cui è purtroppo gonfio il passato (Ci sono ancora le streghe? Non possiamo più dirlo perchè ci mancano ormai e per fortuna i parametri storico-culturali che definivano la strega); la prepotenza delle superpotenze che, intendendo imporre un mondo sostanzialmente indifferenziato, è all’origine dell’unica violenta reazione possibile del terrorismo; la denuncia dell’idea di unità, tranquillizzante perchè permette di pensare di dominare e di giustificare l’azione per dominare il mondo...

 E tu, Kairouan, che ne hai sofferto, ce lo racconti con te stessa, capitale fastosa, poi disertata e osteggiata, talora saccheggiata, eppur viva e quasi eterna e indistruttibile; con la tua Moschea più volte oltraggiata e ogni volta ricostruita più grande e più bella; con le centinaia di altre moschee, mederse, zaouia e mausolei; con i Francesi fatti entrare senza incrociare le armi dopo averle mostrate; con il Ramadan intenzionalmente iniziato un giorno dopo perchè ne era stato sollecitato l’abbandono...

Città santa in cui i muezzin si rinviano da una moschea all’altra e fanno planare sulla Medina dall’ocra dell’alba all’indaco della sera l’essenza dell’Islam: “Testimonio che non c’è altro dio all’infuori di Allah. Testimonio che Mohamed è il suo profeta. Venite alla preghiera. Allah-o-Ahbàr!”...

Città araba restia ad accompagnare i nomi delle strade e le indicazioni dei pubblici edifici con la traduzione francese; dove il francese è una lingua straniera forse poco amata e certamente non molto usata dalla gente comune; dove le più vestono l’abito bianco tradizionale, e moltissimi vanno silenziosi, raccolti sotto il mantello marrone o grigio a cappuccio, come monaci di altri tempi...

Città compatta nelle tue muraglia possenti d’improvviso aperte alla città nuova e all’esperienza della modernità, superba della tua storia, fiera delle tue tradizioni, ingenua nelle tue leggende, orgoglio della religione e della patria...

Città distante nel tempo e nello spazio, lume sul poggio, faro di civiltà, patrimonio dell’umanità, altissima meta dello spirito, irraggiungibile Kairouan!

 

Ciro Gravier Oliviero

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