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  Cultura
 641 - Stupenda rappresentazione del "Rosenkavalier" all’ "Opéra de la Bastille"

 

Martedì  27 Dicembre 2006 - Corrispondenza da Parigi

 

L’estrema fluidità dell’orchestra, esaltata  dalla magistrale direzione del giovane Maestro Philippe Jordan, accompagnava verso l’accordo finale il canto di Octavian e di Sophia, avvinti in un appassionato abbraccio, ed il pubblico tratteneva quasi il fiato, come se soggiogato, per esplodere alfine in scroscianti applausi, trasformati presto in una travolgente ovazione man mano che gli interpreti venivano al proscenio, a salutare.

Era così coronata una serata che per molti sarà stata una scoperta che rimarrà memorabile, mentre per altri, veniva ad inserirsi in modo più che apprezzabile fra tanti preziosi ricordi di precedenti ascolti.

Philippe Jordan ed i suoi musicisti, valorizzando la ricchezza dello spartito,  hanno immerso gli ascoltatori nell’universo di Richard Strauss e di Hugo von Hofmannsthal, via via onirico, sensuale, brutale, nostalgico, ricreando così con delicatezza e talvolta rimpianto il clima di una Vienna che fu.

Intitolata dagli autori “Der Rosenkavalier - Commedia per musica di Hugo von Hofmannsthal – Musica di Richard Strauss”, quest’opera è frutto della rinnovata stretta collaborazione tra il raffinato poeta austriaco ed il gia celebre compositore tedesco, iniziata nel 1908 con “Elektra” . Con essa il compositore ed il poeta (dopo il carattere innovativo e progressista delle opere precedenti) intendevano ritornare alla tradizione viennese ed allo spirito di Mozart e descrivere un mondo superficiale, sospeso nel vuoto, senza però rinunciare ad infondervi un’immensa freschezza teatrale. Era sopratutto loro intenzione creare un’estetica per favorire l’apparizione di un’arte che rifiutasse la pesante “germanità” di Wagner e restaurasse la grazia del barocco.

La versione proposta riprendeva quella creata alla Bastiglia nel novembre 1997 per la regia di Herbert Wernicke, scomparso prematuramente il 16 aprile 2002. Il regista aveva dichiarato voler rispettare alla lettera la precisione delle indicazioni apposte dagli autori sullo spartito e sul libretto, aggiungendo che si proponeva di rendere accessibile ad un pubblico contemporaneo le varie sfaccettature dell’intrigo e restituire (cito) “quest’opera gioiosa, gioiosamente triste, in cui persino l’amore cade nella trappola tesa dallo specchio del ricordo”.

Ed è grazie ad un favoloso gioco di specchi di continuo mossi per modificare gli spazi, rendendoli più intimi o dilatandoli, rinviando le immagini a momenti in modo vorticoso come per sposare più profondamente il discorso musicale, che (assecondato dalle luci di continuo efficaci di Werner Breitenfelder) il regista ha dato vita al risveglio della Marescialla e del suo giovane amante e reso possibile con continue metamorfosi, spesso impressionanti,  lo sviluppo delle molteplici azioni del primo atto.

Dai primi accenti della Marescialla, impersonata da Anne Schwanewilms, e di Octavian, impersonato da Daniela Sindram, era percepibile il fascino quasi ipnotico esercitato sul pubblico da queste prodigiose cantanti. Dalla bellezza fisica di Anne Schwanewilms unita alle sue doti vocali eccezionali ed alla grande intelligenza interpretativa, scaturiva un sentimento di pienezza che non si è mai affievolito in tutto il primo atto ed a conclusione del terzo (rimanendo onnipresente anche nel secondo, benché non compaia su scena). La voce, bellissima, sontuosa e di una grande omogeneità in tutti i registri, era sapientemente controllata, passando ammirevolmente dalla generosità della voce spiegata e degli acuti svettanti alle mezze tinte le più eteree e commoventi. E’ stata cosi perfettamente aderente al personaggio voluto da  Hofmannsthal, e cioé una bellissima donna, giovane ancora, poco più che trentenne, che vive intensamente un’avventura amorosa con un giovanissimo nobile, appena diciassettenne, pur essendo conscia che questo episodio non avrà futuro e che rinunciarvi non sarà una tragedia.

Daniela Sindram è di continuo credibile nel ruolo del giovanissimo Conte Octavian Rafrano: amante fremente ed impetuoso, prima, innamorato delicato e trasognato ma pur sempre focoso, pronto ad affrontare il rivale a spada tratta, poi, questo giovanissimo  mezzo-soprano, allieva delle grandi cantanti e leggendarie interpreti della parte di Octavian, Christa Ludwig e Brigitte Fassbaender, già applaudita su numerose scene di chiara fama (Berlino, Monaco di Baviera, Brema, Bayreuth) si impone autorevolmente possedendo anch’essa, oltre alla insolente bravura scenica, una tecnica ed una qualità vocale notevoli. L’emissione è di una grande facilità, il timbro è luminoso, la proiezione della voce è spettacolare, franca, possente, ma anche delicatamente sfumata.

Ambedue, totalmente credibili in ogni istante, mi hanno fatto rivivere un grande momento del teatro lirico, e ne conserverò il ricordo accanto ad altre grandissime coppie che ho applaudito nel passato, da Elisabeth Schwarzkopf e Christa Ludwig, a Lisa della Casa ed Herta Töpper, o ancora Kiri Te Kenawa e Anne Howells.

Il basso Franz Hawlata, gia allievo dell’immenso Hans Hotter, si è imposto da una diecina d’anni sulle più grandi scene internazionali quale (tra l’altro) grande interprete del Barone Ochs. Egli ha impersonato con autorevolezza ed una impressionante presenza fisica questo nobile altezzoso e terribilmente donnaiolo, pronto a scaldarsi per una gonnella a portata di mano, spesso collerico, talvolta grossolano, ma capace di sciogliersi in attimi di canto poetico quando intona trasognato le prime note dell’affascinante valzer del secondo atto, quel valzer esitante, traballante poi trascinante, un capolavoro in se ed assolutamente essenziale per ricreare l’atmosfera voluta dall’autore.

Quanto precede testimonia della immediata ammirazione provata per Anne Schwanewilms,  Daniela Sindram e Franz Hawlata, mentre è venuta a poco a poco per il soprano Heidi Grant Murphy, Sophie un po’ fredda alla sua apparizione al secondo atto, per trasformarsi nel terzo in una meravigliosa creatura straboccante di amore per Octavian.

Sarei pronto ad attribuire al regista una parte della responsabilità per questa mia reazione e per alcune perplessità provate.  Non ho nulla da eccepire sul fatto che egli abbia trasportato l’azione nella Vienna del 1° anteguerra, che dunque gli abiti siano quelli contemporanei alla creazione dell’opera, nel 1911,  ma confesso essere stato disturbato da alcuni elementi per nulla necessari, e cioè da un lato quello del tutto gratuito della presenza di due fotografi assai invadenti intenti a immortalare con riprese al flash la prestazione del “cantante italiano” nell’ anticamera della Marescialla, nel primo atto, da un altro lato l’estrema agitazione di alcune scene del secondo e del terzo atto, con un frenetico andirivieni di coristi e figuranti, anche se va sottolineata una cronometrica messa a punto dei movimenti delle masse, come pure una eccellente direzione dei solisti e comprimari.

Lamento tra l’altro la freddezza dello scenario e dell’abbigliamento di Sophie ed Octavian, il tutto in un’atmosfera di un biancore quasi virginale, nella scena del loro primo incontro nel secondo atto, e non escludo che ciò abbia potuto influire negativamente sull’interpretazione della Murphy. Aspiravo  di rivivere la magia della regia e della direzione degli attori nella “presentazione della rosa”, di cui Rudolph Hartmann, a Monaco di Baviera nel 1956, fu invece maestro ed in cui  Herta Töpper ed Erika Koth erano frementi ed estatiche, tanto da mantenere intatto questo sentimento di pienezza a cinquant’anni di distanza.. Mi duole non averlo ritrovato in questo specifico momento.

Citare uno per uno gli altri  bravissimi cantanti, tutti vocalmente e scenicamente perfetti,  sarebbe doveroso ma impossibile. Mi limiterò a segnalare l’interpretazione dell’aria belcantistica del “tenore italiano”, inserita paradossalmente da Strauss in un’opera che ne è stilisticamente ben discosta,  cantata con grandiloquente  lirismo da Tomislav Muzek, come la presenza assai efficace della coppia di intriganti Valzacchi (il tenore Ales Briscein) ed Annina (il mezzo-soprano Helene Scheiderman), di Olaf Bär nella parte di von Faninal, padre di Sophie,  e di Michèle Lagrange in quella della dama di compagnia.

Ho citato più avanti l’onnipresenza della Marescialla.  Assente fisicamente nel secondo atto, Anne Schwanewilms ricompare su scena a metà del terzo atto  imponendo con fremente sensibilità la sua presenza, commovente in ogni suo accento, traducendo così il modo in cui questo personaggio rinunci ad Octavian abbandonandolo all’amore di Sophie. I suoi accenti vibranti testimoniano della sua accettazione del passare inesorabile del tempo ed avviluppano, sopportano, commentano gli slanci amorosi di Octavian e Sophie, dai quali si allontana distaccandosene  passo passo, mentre la coppia giace avvinta al limite del proscenio.

Il regista ha trattato in modo esemplare questa scena finale, mentre Philippe Jordan galvanizzava i suoi musicisti inondandoci sotto i flutti e le esaltanti armonie di cui Richard Strauss è stato generoso creatore, portando il pubblico al trionfale commiato descritto in introduzione a questa mia cronaca ed ampiamente da me condiviso.

 

Daniele Passalacqua

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