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 628 - La riforma dell'Università tunisina :A proposito di L.M.D. (Licence-Master-Dottorato)

 

E' iniziata da un anno a questa parte negli ambienti universitari, una riflessione su una riforma che avrebbe trasformato profondamente forme e contenuti dell’insegnamento universitario.

L’obiettivio della riforma è l’attuazione in Tunisia del sistema cosiddetto LMD, già operante in Europa e nel mondo anglo-sassone e a quanto pare in alcuni paesi arabi vicini a noi come l’Algeria e il Marocco. LMD, ossia Licence-Master-Dottorato, è diventata ormai la parola (o meglio la sigla) d’ordine in tutte le università tunisine. Dibattiti accesi, contestazioni di una parte del corpo docente e della maggior parte degli studenti, i quali si sentono per l’ennesima volta le cavie delle sperimentazioni e delle riforme ministeriali che si sono susseguite per oltre vent’anni, passando da una prima riforma alla riforma della riforma della riforma all’infinito. E mai che una volta si è arrivati a toccare il risultato, alla verifica della riforma per saggiarne gli effetti e farne il bilancio. Ma ogni volta ritocchi e ritocchi dei ritocchi, fino a dimenticare il perché originario della riforma.

L’ultima riforma, ancora in atto, è quella che ha instaurato, almeno nelle discipline delle lettere e delle scienze umane, il sistema semestrale al posto dell’esame annuo che valutava precedentemente la formazione del docente su un anno intero. La semestralizzazione, se si può esprimere così, doveva trasformare la strategia della formazione e della valutazione per una maggiore efficacia formativa, attraverso la focalizzazione su argomenti precisi da svolgere in un arco di tempo breve, e per un controllo più sistematico delle conoscenze e delle competenze, attraverso esami semestrali e non più annui. Doveva essere così, almeno in teoria. Dovevano seguire cambiamenti e trasformazioni nei programmi e nelle metodologie, una migliore gestione dei contenuti, una maggiore razionalità (o minore assurdità) del sistema degli esami e dei controlli. Invece nella maggior parte dei casi, ci si è accontentati di dividere il precendente corso annuo in due, svolgerne la metà nel primo semestre e l’altra metà nel secondo semestre, ed ogni volta un esame principale e uno di recupero: quindi si sono moltiplicati gli esami per due (da 2 a 4), mentre sul piano della formazione tutto è rimasto uguale: un’ulteriore verifica della validità della formula lampedusiana secondo la quale tutto deve cambiare perché tutto rimanga come prima.

Sarà così anche per questa riforma? È difficile dirlo, e soprattutto è ancora troppo presto per poterlo affermare. Certo, la quantità di riforme precedenti senza risultati positivi concreti autorizza tale scetticismo. Ma l’attuale riforma presenta alcune caratteristiche differenti rispetto alle altre riforme, ed è talmente radicale che gli esiti possono essere significativamente positivi o significativamente catastrofici (ciò dipenderà dalle modalità e dei mezzi impiegati). In una parola “o la va o la rompe!”. Intanto essa romperà con un sistema e con diplomi e titoli operanti in Tunisia da mezzo secolo. La buona vecchia “maîtrise” (laurea quadriennale) non ci sarà più! Ed è sempre doloroso staccarsi anche da un parente o da un amico ingombrante. 

Ma quali sono le motivazioni che stanno dietro a questa riforma?

Dal punto di vista dei suoi promotori, il vecchio sistema della “Maîtrise” quadriennale non dava più soddisfazioni. È diventato obsoleto in un mondo in rapida trasformazione. Non è flessibile e non consente formazioni polivalenti e contenuti mirati e diversificati atti a soddisfare alle esigenze sempre più specialistiche del mercato del lavoro. Bisogna puntare su una università non più chiusa nelle alte sfere delle sue problematiche accademiche , ma aperta e in ascolto della propria società e del proprio ambiente. Per questo la figura del tecnico specializzato soppianterà quella dell’accademico.

Un’altra motivazione non meno importante é quella di allineare i diplomi tunisini su quelli europei (e mondiali), per consentire l’integrazione dell’università tunisina nel tessuto accademico mondiale. Perciò si parla anche di mondializzazione anche per gli studi universitari e per i diplomi, e si arriverà (o forse si è già arrivati) ai diplomi certificati  ISO... ! Questo bisogno di uniformare i titoli è reso necessario dalla sempre più interdipendenza degli studi e della ricerca scientifica. Si parla molto di co-diplomazione, di partenariato fra università, di ingresso delle aziende e delle multinazionali nella dinamica della formazione e della ricerca ecc... e tutto questo implica che i titoli siano più o meno equivalenti, riconosciuti dai vari partners interessati alla collaborazione e soprattutto competitivi.

Dalle motivazioni esposte pocanzi deriva la decisione di attuare in Tunisia il sistema LMD, in modo da adeguare la nostra formazione universitaria a quella dei nostri partners occidentali (e soprattutto francesi), e di modificare sostanzialmente i contenuti dei tre livelli al fine di renderne riconoscibili il profilo e la finalità.

Livello “L” (Licence: 6 semestri): di per sé la laurea triennale non è fine a se stessa, anche se permetterà al suo titolare di esercitare impieghi che non richiedono un alto livello di specializzazione. Più che altro essa tende a diventare un trampolino per accedere ai settori specializzati (livello “M”), o una chiave per aprire altre porte in funzione della competenza del titolare e delle esigenze del mondo del lavoro. Perciò l’obiettivo della formazione è quello di fornire le conoscenze fondamentali, necessarie sia per alcuni impieghi a media performance, sia per inserirsi nei vari masters specializzati (M). Per le lingue straniere, e quindi per la lingua italiana, il livello L avrà il compito di dotare i discenti di una competenza linguistica valida (secondi i criteri di certificazione), tale da permettere anche la continuazione degli studi di master (M) o di dottorato (D) in altri paesi come l’Italia o la Francia, e di una cultura generale, essenzialmente contemporanea, che preparerà il candidato ad approfondimenti significativi nei due livelli consecutivi.

Ciò non vuol dire, come può sembrare ad alcuni, che non ci saranno più studi umanistici, e che l’apprendimento della lingua diventerà puramente tecnico e professionistico. Si possono immaginare vari tipi di lauree (L), almeno due : una “L” classica, più o meno simile alla vecchia laurea, ma sfoltita e ammodernata, e una “L” applicata e polivalente orientata essenzialmente verso i settori dell’economia, del commercio, delle realzioni inernazionali, del turismo ecc... Ognuna di queste “L” apre su un ventaglio di Masters (M) specializzati o di ricerca, i quali sfociano in seguito sui Dottorati (D).

Livello “M” (Master: 4 semestri)  : fa seguito al livello precedente e funziona come vivaio dei futuri tecnici specializzati e dei futuri ricercatori. Il ventaglio delle specializzazioni è molto ampio e varia secondo l’evoluzione della società e dell’economia e delle loro esigenze in materia di impiego. La creazione di nuovi masters come l’abbandono di alcuni masters sono determinati dalla loro capacità di inserimento nel mondo del lavoro. Il settore economico può intervenire per orientare e finanziare le scelte che ritiene opportune per la nuova situazione del mercato. Il rischio è reale per gli studi umanistici e speculativi perché si ritrovano fuori da questa logica, e a lungo andare perderanno terreno a favore di studi e formazioni a finalità pratiche e perciò anche effimere, poiché ciò che si ritiene oggi utile per il mercato del lavoro può non esserlo più il giorno dopo. La diversificazione dei masters ed i loro livelli di specializzazione implica anche il ricorso sempre più imperativo alla co-diplomazione, per risolvere le carenze in materia di competenze scientifiche, laboratori, tirocini ecc...       

Livello “D” (Dottorato : 3 anni) : ultima tappa di questo percorso è il dottorato. Qui non ci sono grandi novità rispetto a ciò che esisteva prima. Si tenderà probabilmente ad una maggiore diversificazione e specializzazione, in linea con il livello precedente, e si perderà progressivamente la figura dell’universitario come uomo di cultura, dal sapere universale e pluridisciplinare, a favore di un profilo più “pointu”, ma dall’orizzonte limitato. Anche in questo livello come in quello precedente si ricorrerà sempre di più alla formula di co-diplomazione e di partenariato fra le università per quelle discipline che vedono nascere ogni giorno nuovi indirizzi di ricerca.

Ogni riforma parte da “buone intenzioni”. A meno che la mente riformatrice sia spinta da istinti autolesionistici, chi fa una riforma pensa sinceramente di correggere ciò che era sbagliato e di migliorare il sistema esistente. Non a caso la parola araba per riforma è “Islah” , cioè : correggere, aggiustare, rettificare... Perché allora i risultati sono spesso deludenti? Alcune ragioni dello scacco risiedono nella scarsa consultazione democratica, nel mancato dibattito fra le varie parti che intervengono nella riforma, nell’improvvisazione e nella fretta che caratterizzano sempre le decisioni prese dall’alto, e soprattutto nella scarsità dei mezzi messi in atto per portarla a termine.

Si  parla di migliorare il livello attuale di conoscenze, le competenze in lingue straniere, ma contrariamente a ciò che esisteva prima sono scomparse le borse di studio, diminuiti i mezzi pedagogici come libri, computers, laboratori, periodici ecc... La riforma è un insieme di disposizioni che non produce nulla se non si mettono in moto adeguate metodologie e adeguati mezzi di lavoro. 

 

Ahmed Somai

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