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  Cultura
 787 - HENRI MATISSE

 

OVERO L’ARABESCO NELL’ANIMA

 

Percorrere le dieci sale espositive della mostra che le Scuderie del Quirinale dedicano dal 5 Marzo al 21 Giugno ai capolavori ‘esotici’ di Henri Matisse è un’esperienza folgorante per gli occhi e per la mente. Colori accesi, vivi, squillanti, e per ciò stesso inverosimili, rossi, blu e verdi con stesure allo stato puro, improbabili cieli rosa confetto e mele che non hanno alcun interesse a sembrare tali.

 Matisse bandisce dalla sua pittura la riproduzione del vero, su cui pure si è lungamente esercitato attraverso un lungo apprendistato, copiando e studiando i maestri del passato da Giotto al Rinascimento. Perché è solo conoscendo la nostra storia che possiamo oltrepassarla e attraverso la disciplina quotidiana del lavoro e dell’esercizio maniacale. E a quel punto è dentro noi stessi che troviamo le risposte e il nostro intimo sentire si traduce nelle rappresentazioni: non tanto e non solo, dunque, quello che gli occhi vedono, che può essere interessante ma la cui replica è inutile e ridondante, ma quello che l’anima sente. Non c’è spazio in questo ambito per le regole della prospettiva, figure e oggetti diventano bidimensionali, le babbucce possono tranquillamente fluttuare in assenza di un  piano d’appoggio e i tavoli sembrano trattenere a stento vasche di pesci rossi e frutta che graviterebbero volentieri da qualche parte in basso. In questa logica, i volti possono persino non avere connotati e gli alberi prendere le sembianze di rami stilizzati da cui esplodono grandi foglie senza nervature, dai contorni fluidi, netti e sproporzionati. Eppure, in questa apparente ingenuità dei profili, delle sagome, delle scelte cromatiche, che rifiutano programmaticamente il dettaglio perché allontana dalla purezza delle idee, niente è lì per caso, il valore costruttivo ed espressivo dell’opera è demandato proprio all’inattendibilità del colore e della linea, alla parità di valore attribuita a figura e sfondo, al primato ideale dell’insieme sul particolare. L’incontro di Matisse con la cultura araba, il Giappone e l’arte africana, favorito nel XIX secolo dalle Esposizioni Universali di Londra e Parigi,  è dirompente, una rivelazione. “L’arte moderna - sostiene Matisse - è un’arte d’invenzione, uno slancio del cuore e, dunque, per sua stessa essenza è più vicina alle arti arcaiche e primitive, che all’arte del Rinascimento”. La semplificazione della forma diventa ricerca di una purezza originaria, rintracciabile nella linearità dei segni immediati dell’Africa nera, nelle eleganti e sobrie stilizzazioni giapponesi, così come nelle geometrie delle labirintiche decorazioni orientali. Matisse si fa travolgere dalla bellezza dei tessuti e delle ceramiche islamiche iraniane, marocchine, tunisine, spagnole, dalle sete dell’Asia e dalle stoffe, dagli scudi, dalle maschere del Congo e della Costa d’Avorio, presenti in mostra, diventandone appassionato collezionista e inseguendoli nei mercatini e in giro per il mondo. Fino ad elaborare questo patrimonio culturale esotico nei costumi, esposti alle Scuderie,  progettati da Matisse  per Il Canto dell’usignolo di Stravinskij, estrema sintesi di danza, musica e pittura: tre arti da declinare all’unisono. 90 opere dai più prestigiosi musei americani ed europei, tra cui quelle provenienti dalle collezioni del Museo Puskin di Mosca e dall’Ermitage di San Pietroburgo, le più ricche al mondo. Per parlarci del  grande amore, dello sforzo continuo verso la verità, della generosità assoluta e del profondo spogliamento che, secondo Matisse, sempre la genesi dell’opera d’arte implica, ogni volta come la prima volta: “Penso che nulla sia più difficile per un vero pittore che dipingere una rosa, perché per dipingerla deve dimenticare tutte le rose che ha dipinto prima”.

 

Cinzia Masiello

 

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