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  Cultura
 772 - TRE RACCONTI MORESCHI [3]

 

 tre racconti moreschi

di delfino maria rosso 

mi sono innamorato. succede. ma non sempre con tanta cocciutaggine. spesso non siamo noi a scegliere le cose. sono le cose che scelgono noi. così tutto iniziò nel 2003. quando arrivai, dapprima per gioco e poi per lavoro, a tunisi. ero già stato in altri  paesi arabi. ma con quel viaggio qualcosa cambiò. di certo io non sono veloce nel capire e valutare le situazioni. così l’innamoramento avvenne lentamente nel tempo che seguì. a tunisi ci andavo più volte nell’arco dell’anno. non tante. tre o quattro. e ogni volta era motivo d’incontro con qualcosa di nuovo. ma non più in superficie. in profondità. vivere una realtà non è come impararla sui libri. poco a poco, mi trovai di fronte a un fascino imprevisto.  non che io mi lasci suggestionare da ciò che è straniero. anzi. io sono troppo io per potermelo concedere. resta il fatto che ancora oggi ne porto i segni. di qui i tre racconti (1 - il tempo a ritroso 2 - l’azzurro non in vendita 3 – un angolo arabo-andaluso). non sono in grado di dire a quale data si riferisce il mio oggi. li ho scritti cucendo appunti dimenticati tra i tanti fogli di lavoro. e la mia memoria non mi è di aiuto nel ricostruire con esattezza quanto successo. so, però, di essere debitore verso la mia amica giornalista hanene zbiss, nipote del più famoso archeologo tunisino, di tante indicazioni  su quanto ho avuto modo di conoscere del paese tunisia.  nel ringraziarla qui la sollevo da ogni eventuale imprecisione narrativa da attribuirsi solo alla mia sventatezza. io poi  sono, e resto, responsabile dell’insolita scrittura.

 

 3 - un angolo arabo-andaluso 

io non so quanta strada ho percorso tra kekennah e raf-raf, chenini e testour alla ricerca di improbabili soluzioni per un asilo in terra straniera. riprendo qui a filosofeggiare. per meglio chiarire il perché della  ricerca (a volte persino affannosa) di un mio spazio laggiù. se devo dare una risposta a questo perché, rispondo: avere un rifugio (o coperta di linus), un posto dove poter dire: sono da me (o meglio “in” me). lo so che si configura come una “proprietà privata”.  so anche che in questo c’è una mia contraddizione. è una delle tante. ma anche la sopravvivenza ha delle regole. a cui non ci si può sottrarre. e queste regole prevedono, a volte, la “contraddizione”. se dovrò risponderne ne risponderò. bene. avrei voluto comprare un pezzetto di terreno prossimo al mare. ma non sapevo dove. più che vivere tra la gente di un condominio mi immaginavo in una costruzione bassa, in una zona panoramica, tra il verde e il mare vicino (e anche la città). mi viene in mente il palazzo presidenziale. senza guardia del corpo però. o, meglio, con un corpo ma senza la guardia. questa mia idea sembrerà un po’ da classe-media. è vero. ma a volte la virtù sta proprio nel mezzo. le disponibilità finanziarie mi costrinsero a salire (e scendere) precari scalini di non so quante scale dalle piastrelle che ricordo a memoria. questo accadeva dopo che le soluzioni trovate a kekennah e raf-raf erano saltate per mancata adesione ai progetti da parte degli amici. erano, evidentemente, adesioni superficiali ad una pazzia che a mio giudizio avrebbe dovuto essere vissuta sino in fondo. così tutto veniva rimesso in discussione. e valeva un po’ tutto. da allora mi sono rimaste dentro la rue de russie (dove c’è il giornale), quelle du maroc e de la liberté. ricordo in rue de palestine un basso fabbricato male in arnese. una volta officina meccanica. ora un rudere. lo avrei lasciato così in una bolla di plexiglas. sì perché io non mi accontento di vedere un “oggetto” da comprare ma appena visto ci fantastico sopra. sono un perditempo. l’idea di acquistare uno stabile (o un’area) dismesso e utilizzarlo come “segno” di un passato passato, ha sempre avuto un fascino particolare. mi sono sempre chiesto se non sia possibile fissare nell’oggi ciò che è stato ieri prima che sia troppo tardi. la domanda in me non ha avuto (per ora) alcuna risposta. forse è per questo che avrei voluto creare un  esempio di archeologia industriale. ma il salto da fare era più lungo di quanto pensassi. mi sono così nuovamente chiesto il perché iniziale di questa ricerca. nessuna risposta. so solo che un alloggio non serve a vivere serve per riposarsi. uno spazio per vivere è un’altra cosa. è come vestirsi di lui. è come vestirsi se stessi di una forma che è anche contenuto. di questa storia probabilmente non importa niente a nessuno. per questo vorrei dire: attenzione, non mettetevi nei miei stessi guai ponendosi la questione del vivere uno spazio abitativo. comunque resta il fatto che per me forse l’ideale sarebbe stata la medina. ma impossibile viverci. mi dicevano(e ci ho creduto). alla fine l’idea si era fermata su di una vecchia casa al p.t. da “colorare” con vecchie piastrelle locali (quelle che attualmente i locali buttano via perché poco occidentali). come quella di rue des etats unis. vicino al giardino belvedere. anche se ero innamorato di place d’afrique. ma, anche qui, impossibile portarla all’onor del mondo compatibilmente con i dt (dinari tunisini) a disposizione. dimenticavo: avevo scartato le zone più lontane in quanto distanti da finzi (giornale) e il club tahar haddad con il quale, ancora oggi, e nonostante tutto,  sono convinto di poter continuare a collaborare su nuovi progetti. ma poi, in fondo, vivere una realtà islamica forse per me non sarebbe stato possibile. la sua “rigidità” prevede scelte senza tante storie. e io di storie per la testa  ne ho sempre parecchie. non ultima questa che, non presentandomi via d’uscita, mi ha costretto a rifugiarmi nella mia creatività per realizzare un angolo arabo-andaluso qui. a torino. nel mio laboratorio. sotto forma di (alla francese) mini-studio. un angolo tra passato e futuro. tra modernissime strutture metalliche ikeiane e gozzaniane cianfrusaglie da marché aux puces ho cercato di fermare un passato presente. piastrella dopo piastrella (dipinta e portata a mano da tunisi) ho colorato il mio sogno arabo-andaluso. se maometto non va alla montagna

 

Il tappetto del racconto 2

 

Una gozzaniana terracotta tre le piastrelle citate

 

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