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  Cultura
 770 - TRE RACCONTI MORESCHI [1]

 

tre racconti moreschi

 

di delfino maria rosso

 

mi sono innamorato. succede. ma non sempre con tanta cocciutaggine. spesso non siamo noi a scegliere le cose. sono le cose che scelgono noi. così tutto iniziò nel 2003. quando arrivai, dapprima per gioco e poi per lavoro, a tunisi. ero già stato in altri  paesi arabi. ma con quel viaggio qualcosa cambiò. di certo io non sono veloce nel capire e valutare le situazioni. così l’innamoramento avvenne lentamente nel tempo che seguì. a tunisi ci andavo più volte nell’arco dell’anno. non tante. tre o quattro. e ogni volta era motivo d’incontro con qualcosa di nuovo. ma non più in superficie. in profondità. vivere una realtà non è come impararla sui libri. poco a poco, mi trovai di fronte a un fascino imprevisto.  non che io mi lasci suggestionare da ciò che è straniero. anzi. io sono troppo io per potermelo concedere. resta il fatto che ancora oggi ne porto i segni. di qui i tre racconti (1 - il tempo a ritroso 2 - l’azzurro non in vendita 3 – un angolo arabo-andaluso). non sono in grado di dire a quale data si riferisce il mio oggi. li ho scritti cucendo appunti dimenticati tra i tanti fogli di lavoro. e la mia memoria non mi è di aiuto nel ricostruire con esattezza quanto successo. so, però, di essere debitore verso la mia amica giornalista hanene zbiss, nipote del più famoso archeologo tunisino, di tante indicazioni  su quanto ho avuto modo di conoscere del paese tunisia.  nel ringraziarla qui la sollevo da ogni eventuale imprecisione narrativa da attribuirsi solo alla mia sventatezza. io poi  sono, e resto, responsabile dell’insolita scrittura.

 

 

  

1 - il tempo a ritroso

 

se fossi nato nel XVII secolo sarei arrivato anch’io a testour. perseguitato come un andaluso per le mie idee religiose. se vivessi testour porterei ancora oggi al polso l’orologio (che porto) suo simbolo. ma prima di parlare di lui dirò della città che mi porto dentro come infedele. la città di testour si trova lungo la strada che collega cartagine a tebessa. a 76 km da tunisi e si estende sulla riva destra del medjerda.  fu fondata nel 1609 dai musulmani di al-andalous, moriscos (in spagnolo) mouriscos (in portoghese), cacciati dalla spagna e giunti nell’antico disabitato insediamento romano di tichilla. i perseguitati scelsero questo luogo, un territorio verdeggiante per la sua fertilità divenuto poi un vero “frutteto”. ancora oggi l’orgoglio di questa parte di terra tunisina è l’agricoltura. l’eredità delle tecniche avanzate andaluse, quali la noria, migliorò la produzione di alberi da frutto. in particolare: melograno e albicocco in tutte le sue varietà. con l’insediamento degli andalusi l’urbanesimo di testour lasciò la tradizione. il nuovo è ben evidente nei quartieri della rhiba, dei tagarins e della hara. le abitazioni, ricoperte da tegole allineate, erano dotate di stalle e di granai. le stanze tradizionali davano sul patio al centro del quale spiccava un arancio. prova di un raffinato gusto dell’estetica. i moriscos conservarono sempre un’autonomia. e preferirono la dignità della libertà alla ricchezza. hanno sempre saputo mantenere la loro tradizione influenzata dalla cultura ispano-andalusa. nei costumi, nelle arti e nei mestieri. all’islam degli andalusi, limitato al culto praticato nelle moschee, testour conobbe una vita religiosa intensa, grazie a sapienti illustri come alì al-coundi (morto nel 1078) e ibbrhai riyaha (morto nel 1850), grazie anche alla trascrizione di numerosi manoscritti ed alla diffusione delle confraternite mistiche, come la issawia, che si proponeva nelle zaouias con il malouf, la musica tradizionale con la quale ogni anno la città ricorda le sue radici andaluse in occasione del festival internazionale. intorno al 1610 fu costruita una piccola moschea. e qualche anno dopo (1630?) la prestigiosa grande moschea di testour  di mohamed tagharino. lo stile architettonico e il nome stesso dei tagarins sono prove evidenti delle origini castigliane e aragonesi dei suoi fondatori. non ci sono dubbi: testour è una città andalusa costruita su modello spagnolo ma con una profonda anima  moresca. due righe sulla moschea: la splendida costruzione del XVII secolo è fortemente caratterizza da un insieme di stili kairouannais e andaluso. in essa sono presenti i simboli delle tre religioni monoteiste: la musulmana, l’ebraica e la cristiana. il suo minareto si trova sul fronte nord-est ed è costituito da una torre ottogonale con inserti di mattoni e pietra a vista  che ricordano la chiesa cristo de la luz e la puerta del sol a toledo. sul lato sud del minareto porta le tracce di un quadrante d’orologio. dicono: ricordi l'eleganza delle torri spagnole. e sia testimonianza del genio architettonico dei moriscos in terra tunisina. a me questo poco importa. io so che le ore dell’orologio sul quadrante sono riportate al contrario. è possibile per via della scrittura araba.  va da destra a sinistra.  ma io preferisco la mia teoria: i moriscos volevano che le lancette del tempo girassero al contrario. per ritornare all’andalusia perduta. una teria bella. perché improbabile. ma non totalmente. ritornare a ciò che è stato e non è più, può essere letto come segno di speranza. questa la storia (in poche righe, e sulla quale meriterebbe dilungarsi) di testour. la città dove il tempo va a ritroso. per quanto mi riguarda a partire dal giorno stesso in cui mi ospitò, me infischio del tempo. di baudelaire. del suo orologio la cui gola metallica mormora tremilaseicento volte l’ora: ricordati! remember! souviens-toi! esto memor! ora io da bellimbusto me ne vado in giro con due ostinati cinturini. infischiandomene anche di evgenij evtušchenko. e non so più che ora sia.

 

 

 

La città di Testour vista dal minareto

 

Testour – L’orologio del minareto

 

10 minuti (circa) a mezzogiorno. Sul quadrante bianco l’ora di Testour

 

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