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  Cultura
 757 - PLINIO SI OPPONE ALLA COSTRUZIONE DI UNA STRADA

 

 

       

   note di cultura mediterranea

 

   a cura di Franca Giusti

  

    « è sul margine di una pagina d’altri che ci si  annota »

    [Delfino Maria Rosso in  www.gliannidicarta.it ]

 

Alta velocità nel I secolo. Strade e gallerie per far grande Roma

 

A Roby

 

“Durante la censura costruì la via Appia”. Così scrissero di Appio Claudio e così si legge ancora oggi nell’elogium  fatto erigere da Augusto nel suo foro.

Presso gli antichi romani, la costruzione di una strada aveva tanta rilevanza quanto un’impresa militare vittoriosa e come tale era degna di essere ricordata e fatta conoscere ai posteri. Un compito tanto importante quello della realizzazione di un nuovo collegamento, una nuova strada, da esser affidato ad alti magistrati durante la repubblica ed agli stessi imperatori durante l’impero. Magistrati, consoli e pretori che erano forniti di una speciale prerogativa per cui esercitavano lo Ius publicandi ovvero la facoltà di espropriare terreni e possedimenti privati per uso pubblico. Nel caso invece i terreni fossero stati tutti già demaniali, il compito di costruire una strada era affidato ai censori, come fu per la via Appia, nel tratto Roma-Formia.  Colui che aveva avuto il merito di aprire la strada, Appio, diede il nome ad essa e così successe per le strade Aurelia, Flaminia, Ausonia eccetera che presero il nome dall’autore. E così ancora oggi noi le chiamiamo. Nell’elogium si legge anche “pavimentò con solide pietre la maggior parte della via Appia a cui diede il suo nome e che andava da Roma a Capua e poiché dovette fare scavi e livellare, colmando valli e gole, si spese l’intero reddito dello Stato. Preoccupato solo del pubblico interesse lasciò un monumento imperituro”. Gli antichi Romani sapevano bene che dove passa una strada, nascono nuove occasioni di guadagno, di lavoro nell’immediato e di civiltà nel futuro. Lungimiranza di concretezza. Roma divenne presto un unico monumentum, una rete di collegamenti di 53000 miglia circa 80mila chilometri di strade, tutte che… portavano a Roma! Dalla Scozia alla Mesopotamia, dalle vie dell’Atlantico a quelle del Mar Rosso. Sulle Alpi e nelle pianure balcaniche, lungo il Reno ed il Danubio e persino nel Sahara. Vitruvio nel De Architectura (VIII 6,3) individua le tecniche di scavo in base al terreno: tufo, roccia o sabbia. Analizza i procedimenti ed i materiali di rivestimento delle pareti. Di strade ne esistevano già ben prima dei Romani; ne costruirono gli Egizi ed anche Alessandro Magno ma la novità delle strade romane consisteva nell’essere una vera rete, un sistema stradale che collegava tutto l’impero, oggi diremmo l’Europa. Le strade romane erano aperte a tutti, erano pubbliche e per questo richiedevano una buona amministrazione. Un editto ne ricordava il pubblico utilizzo ed un interdictum ne vietava l’occupazione abusiva e la limitazione della circolazione.

In quel tempo, infatti, non sempre  la gente comune aveva istruzione, cultura e lungimiranza sufficiente a comprendere i benefici  che i collegamenti veloci avrebbero portato all’intera comunità. Non sempre capiva l’importanza delle strade e tentava di opporsi alla loro costruzione, rischiando di costringere la comunità ad esser tagliata fuori dalla vita di Roma e dal futuro. Così, in un primo momento, pensò anche Plinio il Vecchio. “per quale altra via più che per le strade si diffondono i vizi? Per quale altra via, gli avori, gli ori e le pietre preziose son diventate d’uso comune?”. Per costruire una strada in Dacia, nel II secolo d. C., Traiano si dovette servire dei legionari per le opere di disboscamento. Terminati i lavori, le strade passavano agli edili e poi ai curatores viarium che le avrebbero manutenute ed alle cure dei governatori locali. Strade dritte per collegare più velocemente i luoghi tra loro e qualche volta i Romani si servirono di gallerie, cryptae, poiché lo scavo a foro cieco era una valida alternativa alla strada per risolvere fondamentali problemi di percorso. Nelle Marche, nei pressi di Fossombrone, la via Flaminia attraversa una galleria fatta costruire da vespasiano tra il 76 ed il 77 d.C. nel punto più stretto della gola del fiume Metauro, a poca distanza da una galleria ancor più antica e risalente al 200 a.C. C’è poi una bella galleria in Campania, presso Cuma. Di questa ne parla Strabone che ne riporta persino il nome dell’autore, Lucius Cocceius Auctus. La galleria  collegava il lago d’Averno con Cuma attraverso il monte Grillo per ben un chilometro e consentiva il passaggio contemporaneo di due carri in opposta direzione. La galleria era ben illuminata da luce naturale in entrata da sei pozzi. Una volta superati gli ostacoli, costruita la strada o la galleria, persino Plinio il Vecchio dovette ricredersi e scrivere: “tutti debbono riconoscere i servigi che essa ha reso agli uomini facilitando rapporti e relazioni, consentendo loro di usufruire in comune dei benefici della pace”. Nel 125 a.C. Caio Sempronio Gracco, allora tribuno della plebe, fece scrivere una legge sulle strade, allo scopo di facilitare le comunicazioni con i territori lontani, di sveltire gli scambi commerciali, di agevolare gli spostamenti degli abitanti che ormai sempre di più si abituavano a viaggiare. Sulle strade, tra le merci, viaggiavano i prodotti dell’agricoltura e dell’artigianato, circolavano idee, dottrine religiose e filosofiche, influenze artistiche, costumi e nuove tendenze.

Ancora oggi, la costruzione di una nuova linea, una galleria o una rete ferroviaria, divide il popolo italiano e, nel caso della TAV, addirittura europeo.

 

 

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