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  Cultura
 709 - IPAZIA

 

       

   note di cultura mediterranea

 

   a cura di Franca Giusti

  

    « è sul margine di una pagina d’altri che ci si  annota »

    [Delfino Maria Rosso in  www.gliannidicarta.it ]

 

IPAZIA

La ribalta di una donna

 

«Quando ti vedo mi prostro davanti a te e alle tue parole, vedendo la casa astrale della Vergine, infatti verso il cielo è rivolto ogni tuo atto Ipazia sacra, bellezza delle parole,
astro incontaminato della sapiente cultura».

(Pallada, Antologia Palatina, IX, 400) 

Il primo nome  femminile citato in uno scritto è quello di En Hedu'Anna (2354 a.c. circa), una donna dunque, sacerdotessa della dea Luna. La maggior parte dei miti e delle religioni mettono nelle mani di una donna, sotto la guida delle Dee, gli inizi dell’agricoltura, delle leggi, della civiltà, della matematica, dei calendari e della medicina ed è facile trovare nomi di donne studiose in discipline come l’astronomia e la matematica essendo arti studiate fin dall’antichità. L’accesso tuttavia, per una donna, allo studio e alle informazioni è spesso dipeso dalla posizione sociale e dalla nascita in un ambiente favorevole alla cultura. Nascendo in una famiglia colta era maggiore la possibilità di imparare a leggere, scrivere e calcolare, perciò una donna letterata probabilmente aveva anche conoscenze matematiche e tecniche. Forse aveva un tutore, un padre benevolo o un fratello che condividevano le loro conoscenze con lei. Ipazia era figlia del matematico Teone, geometra e filosofo d’Alessandria che studiava e insegnava ad Alessandria, dedicandosi in particolare alla matematica e all'astronomia (osservò l'eclisse solare del 15 giugno 364 e quella lunare del 26 novembre) e che pare essere vissuto almeno per tutto il regno di Teodosio I tra il 378 e 395. Allieva prima e collaboratrice poi del padre Teone il quale, in capo al III libro del suo commento al Sistema matematico di Tolomeo, scrive che l'edizione è stata «controllata dalla filosofa Ipazia, mia figlia». Le fonti antiche sono concordi nel rilevare come non solo Ipazia fosse stata istruita dal padre nella matematica ma anche, sostiene Filostorgio, che «ella divenne migliore del maestro, particolarmente nell’astronomia e che, infine, sia stata ella stessa maestra di molti nelle scienze matematiche». Filostorgio non è soltanto uno storico della Chiesa, ma anche un appassionato, se non un esperto, di astronomia e di astrologia, e le sue affermazioni trovano conferma in Damascio il quale scrive che Ipazia «fu di natura più nobile del padre, non si accontentò del sapere che viene dalle scienze matematiche alle quali lui l'aveva introdotta, ma non senza altezza d'animo si dedicò anche alle altre scienze filosofiche». Dunque, la prima scienziata della storia ricordata da Voltaire e Diderot, da Leopardi e Pascal, da Proust e Calvino. Nel 2009 un libro a lei dedicato da Adriano Petta e Antonio Colavito: Ipazia. Vita e sogni di una scienziata del IV secolo con la prefazione di Margherita Hack. Ora l’uscita di un film Agorà, dello spagnolo Alejandro Amenabar, presentato fuori concorso all’ultimo Festival di Cannes  ed  uno spettacolo teatrale al festival della cultura classica di Benevagienna (Cuneo), le Ferie d’Augusto. Senza cadere nell’errore di trasformare Ipazia in una martire della scienza vittima dell'oscurantismo, è bene focalizzare il ruolo giocato in quel particolare contesto storico, nel IV secolo d.C. Ipazia fu eliminata, uccisa perché libera di sé, sapiente e maestra, indipendente e amica di tutti gli schieramenti, vittima dell’antagonismo fra il potere imperiale e quello ecclesiastico, fra il vescovo e il prefetto. Nata ad Alessandria d’Egitto nel 370 d.C., Divenne molto colta: astronoma, matematica, musicologa, filosofa e medico. E molto bella. Inventò l’astrolabio (per studiare il cielo), l’aerometro (per misurare la densità dei gas) e l’idroscopio (per esplorare il fondo marino): insegnò anche nella biblioteca di Alessandria d’Egitto, prima che questa fosse distrutta dalle fiamme. Dice Socrate Scolastico, nel 440 ca, che ad Alessandria l'unica erede del platonismo interpretato da Plotino era stata Ipazia: “era giunta a tanta cultura da superare di molto tutti i filosofi del suo tempo, a succedere nella scuola platonica riportata in vita da Plotino e a spiegare a chi lo desiderava tutte le scienze filosofiche. Per questo motivo accorrevano da lei da ogni dove tutti coloro che desideravano pensare in modo filosofico”. Fu sacerdotessa pagana e tra le prime a conciliare religione e scienza; amica del prefetto romano Oreste, a sua volta nemico politico di Cirillo vescovo di Alessandria; amica anche del vescovo di Tolemaide, Sinesio, che seguiva le sue lezioni e per questo invisa ai parabolani, monaci cristiani fondamentalisti della Chiesa di Roma che, ritenendola nemica del Cristianesimo, nel marzo del 415 d.C, ad Alessandria d’Egitto, l’assassinarono. Fu aggredita per strada, scarnificata con conchiglie affilate e i suoi resti arsi nel Cinerone (una sorta di inceneritore) Ipazia rappresenta il simbolo dell’amore per la verità, per la ragione, per la scienza che aveva reso grande la civiltà ellenica.  Matematica, astronoma e filosofa, Ipazia aveva tutti i titoli per succedere al padre nell'insegnamento di queste discipline nella comunità alessandrina, nella tradizione del glorioso Museo fondato quasi 700 anni prima da Tolomeo I Soter dove Ipazia, già almeno dal 393 era a capo della scuola alessandrina, come ricorda Sinesio, giunto ad Alessandria da Cirene per seguirvi i suoi corsi. La mancanza di ogni suo scritto rende problematico stabilire il contributo effettivo da lei prodotto al progresso del sapere matematico e astronomico della scuola di Alessandria. Progressi sulle conoscenze ereditate fino ad allora sono rivendicate dall'allievo di Ipazia, Sinesio, che nel 399 scriveva che Ipparco, Tolomeo e i successivi astronomi «lavorarono su mere ipotesi, perché le più importanti questioni non erano state ancora risolte e la geometria era ancora ai suoi primi vagiti»: ora si è ottenuto di «perfezionarne l'elaborazione». E Sinesio fornisce un esempio di tali perfezionamenti e dell'unione di interessi teorici e pratici dall'astrolabio da lui fatto costruire e “concepito sulla base di quanto mi insegnò la mia veneratissima maestra”. Un altro strumento costruito su indicazioni di Ipazia fu un idroscopio. Il prestigio conquistato da Ipazia ad Alessandria ha una natura eminentemente culturale, ma quella sua stessa eminente cultura è la condizione dell'acquisizione, da parte di Ipazia, di un potere che non è più soltanto culturale bensì anche politico. Scrive infatti lo storico cristiano ortodosso Socrate Scolastico:

« Per la magnifica libertà di parola e di azione che le veniva dalla sua cultura, accedeva in modo assennato anche al cospetto dei capi della città e non era motivo di vergogna per lei lo stare in mezzo agli uomini: infatti, a causa della sua straordinaria saggezza, tutti la rispettavano profondamente e provavano verso di lei un timore reverenziale » (Socrate Scolastico, cit., VII, 15). nel 414, durante un'assemblea popolare, alcuni ebrei denunciarono al prefetto Oreste quale seminatore di discordie il maestro Ierace, un sostenitore del vescovo Cirillo, «il più attivo nel suscitare gli applausi nelle adunanze in cui il vescovo insegnava». Ierace fu arrestato e torturato, al che Cirillo reagì minacciando i capi della comunità ebraica, e gli ebrei reagirono a loro volta massacrando un certo numero di cristiani. La reazione di Cirillo fu durissima: l'intera comunità ebraica fu cacciata dalla città, i loro averi furono confiscati e le sinagoghe distrutte. «Oreste, prefetto di Alessandria, s'indignò molto per l’accaduto e provò un gran dolore perché una città tanto importante era stata completamente svuotata di esseri umani», ma non poté prendere provvedimenti contro Cirillo, poiché per la costituzione del 4 febbraio 384 il clero veniva a essere soggetto al solo foro ecclesiastico. Nel pieno del conflitto giurisdizionale tra il prefetto e il vescovo, intervennero a sostegno di Cirillo un gran numero di monaci, i cosiddetti parabolani. Formalmente degli infermieri, di fatto un vero e proprio corpo di polizia che i vescovi di Alessandria usavano per mantenere nelle città il loro ordine. Costoro, «usciti in numero di circa cinquecento dai monasteri e raggiunta la città, si appostarono per sorprendere il prefetto mentre passava sul carro e uno di loro, di nome Ammonio, colpì Oreste sulla testa con una pietra». Accorsero cittadini di Alessandria, dispersero i parabolani e catturarono Ammonio conducendolo da Oreste. In questo clima, maturò l'omicidio di Ipazia, poiché, riferisce lo storico della Chiesa Socrate Scolastico, «s'incontrava alquanto di frequente con Oreste, l'invidia mise in giro una calunnia su di lei presso il popolo della chiesa, e cioè che fosse lei a non permettere che Oreste si riconciliasse con il vescovo». Era il mese di marzo del 415, e correva la quaresima: un gruppo di cristiani «dall'animo surriscaldato, guidati da un lettore di nome Pietro, si misero d'accordo e si appostarono per sorprendere la donna mentre faceva ritorno a casa. Tiratala giù dal carro, la trascinarono fino alla chiesa che prendeva il nome da Cesario, dove la massacrarono e le cavarono gli occhi mentre ancora respirava; poi la spogliarono delle vesti e la fecero a brandelli usando cocci aguzzi. Trasportati i brandelli del suo corpo nel cosiddetto Cinerone, cancellarono ogni traccia bruciandoli. Questo procurò biasimo a Cirillo e alla chiesa di Alessandria.  Fu aperta un'inchiesta. A Costantinopoli regnava Elia Pulcheria, sorella del minorenne Teodosio II (408-450), che era vicina alle posizioni del vescovo Cirillo d'Alessandria e come il vescovo fu dichiarata santa dalla Chiesa. Il caso fu archiviato, sostiene Damascio, a seguito dell'avvenuta corruzione di funzionari imperiali. Pur non essendo confermato, accarezziamo l’ipotesi che Ipazia sia raffigurata da Raffaello ne La scuola di Atene. Vestita di bianco, al centro ed è l’unico adulto a guardare dritto negli occhi l’osservatore.

 

 

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