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Cultura
La prima volta che ho sentito quella frase ho avuto i brividi, ho pensato “come si può arrivare ad annullare una persona, a portarla fino a voler rinnegare e cancellare la propria esistenza, il proprio essere…?” Poi ho ripensato spesso a quelle parole e, anche ricordando la forza e la veemenza con cui sono state pronunciate dalla donna che raccontava, per la prima volta ad un pubblico, la sua storia…ho capito che quella frase si poteva leggere in un altro modo : denunciare la propria scomparsa poteva significare uscire dalla vita precedente, quella vita fatta di soprusi, insulti, maltrattamenti da parte di un marito violento, e, lasciando la caserma, rinascere, con coraggio e desiderio di guardare al futuro. Oltre che con un grande altruismo nei confronti delle altre donne vittime di violenze..perché dalla condivisione di esperienze simili può nascere una nuova consapevolezza di non essere casi isolati, di non essere sole, può scaturire il coraggio di denunciare, di uscire allo scoperto. In Italia, il 96% delle violenze fisiche subite da donne per mano maschile passa sotto silenzio. Il 91,6% degli stupri non viene denunciato. Intorno a quel 6% di aggressioni che si conoscono c’è un mare immenso di violenze di cui non si sa nulla. A fornirci questo dato agghiacciante è l’Istat, al termine di una ricerca durata 5 anni su un campione di 25 mila donne di età compresa tra i 16 ed i 70 anni. Risultato : in 12 mesi il numero delle donne vittime di violenza fisica si aggira intorno a 1 milione 150 mila, senza conteggiare tutte le forme di violenza “non fisica” : molestie, violenza psicologica, stalking (la persecuzione ossessiva). Poiché la maggior parte delle violenze non viene denunciata, non è possibile arrivare a quantificazioni sicure, però è certo che nel solo anno 2006, per portare un esempio, sono state uccise 112 donne, per mano di un marito, un fidanzato, un ex..in altre parole 1 donna ogni 3 gg. Nello stesso arco di tempo sono state 4.500 le denunce presentate alle forze dell’ordine per abusi, violenze, aggressioni. Il 25 novembre è la Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne e Mantova ha ricordato questa data portandola all’attenzione pubblica in due incontri . La presentazione del libro “Amorosi assassini – storie di violenza sulle donne”, ci ha fatto conoscere una raccolta terribile di tutti i casi di violenza sulle donne denunciati, e quindi arrivati alla conoscenza dei media, nell’anno 2006. L’intenzione delle 13 autrici di questo libro è di rendere visibile e, pertanto, non più ignorabile il fenomeno, questa “mattanza sottotraccia”, presentandolo nella sua successione lunga un anno. Nell’analisi delle due giornaliste presenti all’incontro, Claudia Galimberti de Il Sole 24 Ore e Francesca Sancin del Tg3, sono stati messi sotto accusa anche i mass media e la moda che, perpetuando la presentazione della donna sempre aggressiva, svestita, oca, perennemente adolescente e ruotante intorno ad un maschio (marito, conduttore o chicchessia), agiscono negativamente sull’inconscio dello spettatore, inculcando immagini stereotipate non corrispondenti alla realtà. Le autrici sostengono che in Italia sia in corso un fenomeno a due facce : quella luminosa che ci presenta il modello femminile “da tv“, con pochissima attinenza alla realtà, e la faccia buia fatta dalle violenze subite quotidianamente, “conseguenza dello stato delle relazioni tra i due sessi”. Gli uomini che picchiano, feriscono, insultano, uccidono, stuprano sono uomini che “reagiscono in questo modo ad un potere che sfugge. […] spesso, infatti, nei loro crimini si intravede uno sfondo vendicativo di rivalsa”, un tentativo di ricostituire il loro ruolo, di riprendersi la titolarità del potere che vogliono esercitare. E il silenzio delle donne ? perché solo il 6 % ha il coraggio di parlare, di denunciare ? I motivi che emergono dai dibattiti mantovani, che coinvolgono un pubblico in maggioranza femminile, anche se con una rappresentativa “quota azzurra”, sono molteplici ma tutti, in fondo, portano agli stessi concetti chiave: in primis il senso di colpa, presente in ogni aspetto della nostra vita femminile, quasi un accessorio del nostro essere donna, ma anche le difficoltà economiche e psicologiche alle quali si va incontro decidendo di lasciare la famiglia ed il marito che la mantiene, ed il senso di isolamento avvertito soprattutto dalle donne immigrate che non hanno l’appoggio della famiglia di origine e spesso non conoscono la nostra lingua e le nostre leggi. Ed inoltre, dato ricorrente e preoccupante, la promiscuità tra la vittima ed il suo aggressore, consentita anche a colpevolezza dimostrata, incredibilmente non percepita da chi emette sentenza come un fattore grave, disturbante, psicologicamente nocivo e spesso nefasto (quanti i casi di donne uccise dallo stesso aggressore, una volta scontata la pena per molestie ? e quante le donne costrette a vivere segregate in casa per paura di incontrare nuovamente il proprio molestatore ?) Nel nostro sistema giudiziario la prevenzione e la certezza della pena (il “prima” e il “dopo”- violenza) costituiscono purtroppo ancora un buco nero. Indice puntato, altresì, sulla misoginia mediatica, sul rovesciamento dell’accusa sulla vittima, soprattutto nei casi di stupro, il tristemente ripetuto, anche in aule di tribunale, “ma lei ci stava?”, l’assurdo dover dimostrare che alla violenza non si era consenzienti. Nel nostro paese la parità tra i sessi è giuridicamente sancita, manca, però, il substrato culturale, l’educazione di genere, una “consuetudine alla parità”. Anche nel secondo incontro, svoltosi nell’ambito della rassegna “Rintracciarti – diritti in cerca di identità”, e dedicato alla disuguaglianza di genere nei processi di immigrazione, è emersa la necessità urgente di una vera e propria rivoluzione nella mentalità e nelle pratiche sociali, a cominciare dalla scuola. La cultura della parità dei sessi deve essere veicolata fin dalla prima infanzia, in famiglia e nell’insegnamento scolastico, solo così sarà possibile creare i presupposti per una vera inclusione sociale delle donne e per il vero e pieno rispetto della loro dignità. L’Europarlamentare Pia Locatelli, ospite al dibattito, ha evidenziato come il percorso di liberazione delle donne sia “un percorso tortuoso e lunghissimo che tutte le donne del mondo percorrono, necessario per ottenere diritti e parità. Ciò che è diverso è il punto in cui le donne sono arrivate.” E l’arretratezza delle italiane in alcuni settori, soprattutto dello stato sociale, si deve, secondo l’On. Locatelli, alla loro scarsa presenza nelle istituzioni; per anni, infatti c’è stato solo il punto di vista maschile nei luoghi deputati a legiferare, mentre è necessaria una presenza femminile almeno paritaria, per “guardare il mondo con 4 occhi invece che 2”. Più donne nelle istituzioni, certezza della pena, creazione di reti di sostegno economico e psicologico alle donne vittime di violenza sono, quindi, le considerazioni e le esigenze emerse dalle riflessioni del 25 novembre mantovano, ma soprattutto un processo educativo alla parità di genere, ed interventi mirati a sostenere e diffondere la cultura del rispetto della donna. Elena Benaglia
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